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Tarkovsky il regista “poeta”
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L’occhio del cinema attraverso il corpo umano.

“La mia coscienza vuole la vittoria dei vegetariani nel mondo, E il mio subconscio langue per una fetta di carne saporita… Ma io cosa voglio!?”

Vi siete mai guardati dentro?

Attraverso lo specchio,appena svegli la mattina con gli occhi socchiusi?

Andrej Tarkovsky (solo per Zenone:Andrej Arsenyevich Tarkovsky) ogni giorno sapeva… Sapeva che alzandosi avrebbe guardato dentro quello specchio che stava di fronte a sé… Come un angelo custode,come un diavolo proveniente dalle zone più calde degl’inferi, quello specchio che riverbera sentimenti concreti e reconditi come un occhio,imperturbabile,spietato,penetrante e delicato:quello della macchina da presa.

E con esso il regista insegnò a guardarsi dentro,a denudare l’infinito insito nel corpo umano,un corpo stanco di mettersi continuamente in moto ed allo stesso tempo ostinato nella ricerca di movimenti sempre più complessi.

Ebbene se mai fosse possibile dare una chiave di lettura del cinema tarkovskyano ritengo che non si possa prescindere dall’importanza di questi elementi:occhio e corpo.

Senza inutili riassunti ed oltraggiose sinossi che brutalizzerebbero le opere del regista russo,mi limito ad asserire che se mai al critico o allo spettatore,all’artista o al compratore fosse sorto il dubbio che il cinema potesse tramutare materialmente in poesia ebbene Andrej Tarkovsky l’ha sciolto definitivamente.

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Nella tana del Leone - Shine al 61° Festival del cinema di Venezia
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Scritto da Shine   

Arrivo a Venezia come planando, avvolta da poche e ben delineate aspettative, completamente ignara di ciò che mi aspetta e ancora più euforica per questo. L’atterraggio è morbido, ma il soggiorno piuttosto prolungato, di una settimana, mi costringerà comunque a ritmizzare festivalianamente la mia giornata.

Partecipare al festival del cinema è un po’ come quel detto “non importa che tu sia leone o gazzella l’importante è che cominci a correre”. Non conta che tu sia giornalista, fotografo free-lance, appassionato di cinema, studente, produttore, attore: ciò che conta che tu e il tuo pass (perché, senza, non rientri nella categoria esseri umani) corriate, districandovi nella giungla di film, conferenze stampa, avvenimenti, presentazioni, incontri con autori, contro-incontri con registi, feste e contro-feste. Nella speranza che il vostro percorso possa portarvi a raggiungere l’obiettivo che speravate, sia esso la vista  ravvicinata di Tom Cruise, l’intervista al regista indipendente Araki, imbucarvi alla festa di Procacci o semplicemente vedere il film che poi eleggerete il più bello dell’anno. Se poi siete incontentabili e volete tutto, siete nel posto giusto ma dovrete guadagnarvi il bottino.

Per undici giorni il vostro spazio vitale sarà quest’ isoletta veneziana, lunga e sottile, l’unica della laguna in cui è possibile viaggiare su quattro ruote, proprio come sulla terraferma. Vicina a Venezia, ma lontana 40 minuti in traghetto. Che, per poco più di una settimana, sarà il centro del mondo e verso cui nessuna notizia, a meno che non riguardi il festival e i suoi ospiti, filtrerà dall’esterno.

La vita di tutti gli astanti coinvolti si svolgerà in poco più di sei km quadrati. Con tutto il necessario per la sopravvivenza: sale stampa, sale conferenza, sale cinematografiche, hotel Excelsior per smistamento vips, campeggio una stella per smistamento sfollati.

Le attese di quaranta minuti per vedere ogni singolo film, quelle, invece, non avranno una sala.

Ben presto, come impavidi esploratori, imparerete le regole di sopravvivenza e di raggiungimento obiettivo. Il mio, di profana del festival, è quello di vedere più film possibile e di piombare addosso ad Al Pacino quando meno se l’aspetta.

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il Genere Western (I Pionieri) 3/3
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Scritto da AkiraK   

Dopo il boom degli anni quaranta, cinquanta e sessanta, il numero di film western prodotti negli Stati Uniti si riduce sempre più, o perlomeno quelli di impostazione più classica (alla John Ford per intenderci). A metà degli anni sessanta infatti aveva fatto la sua comparsa sulla scena western un regista che sconvolse i dettami di questo genere cinematografico: Sergio Leone.

Questo regista italiano, in meno di dieci anni, gira cinque capolavori: Per un pugno di dollari (1964), trascrizione in chiave western del film di Akira Kurosawa La sfida del samurai (Yojimbo, 1961), interpretato da Clint Eastwood e Gian Maria Volontè, Per qualche dollaro in più (1965), con Eastwood, Volontè, Lee Van Cleef e Klaus Kinski, Il buono, il brutto, il cattivo (1966), con ancora Eastwood, Van Cleef e Eli Wallach, C'era una volta il West (1968), con Henry Fonda, Claudia Cardinale, Charles Bronson e Jason Robards, e infine Giù la testa (1972), con James Coburn e Rod Steiger.

Con questi film, Leone impose al mondo cinematografico nuove formule di rappresentazione della vita della Frontiera.

Fino ad allora gli eroi, per quanto umani, conservavano sempre un'aura speciale. Nei western di Leone invece tutti i personaggi sono brutti, sporchi e (soprattutto) cattivi; anche i cosiddetti personaggi positivi, i "buoni", sono solo un po' meno cattivi degli altri (ma non meno spietati).

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il Genere Western (I Pionieri) 2/3
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Scritto da AkiraK   

Quante volte, noi amanti del cinema western, siamo saliti sulla diligenza che va da Tonto a Lordsburg, in compagnia di Ringo Kid, di "Dallas", della signora Mallory, del medico ubriacone e del timido rappresentante di liquori, dell'arrogante banchiere e del giocatore dai modi di gentiluomo? E' impossibile tenerne il conto. Quel viaggio raccontato da John Ford tanti anni fa in Ombre Rosse (Stagecoach,1939) appartiene ormai alle nostre emozioni più irrinunciabili, alla nostra memoria di innamorati dell'avventura, al nostro patrimonio di immagini  cinematografiche. Probabilmente, in una ideale classifica dei film più amati, Ombre Rosse non è più in testa come certamente lo era qualche decennio fa; ma è un fatto che la classicità di quelle inquadrature, il sapiente disegno umano dei personaggi, il ritmo del racconto appartengono al grande cinema e hanno contribuito in maniera determinante a rendere familiare uno degli autori western più illuminati.

Di più, se il western è entrato nell'olimpo dei generi cinematografici, molto lo si deve proprio a quella, ormai mitica, traversata compiuta da una piccola fetta d'umanità sullo sfondo di un paesaggio immenso: la Monument Valley.

Ombre Rosse segna l'inizio del trentennio d'oro, dei grandi registi e dei mitici attori, del genere western.

Col film di Ford fa il suo ingresso nel grande cinema un attore che segnerà negli anni a venire il genere, fino a diventarne il più popolare rappresentante: John Wayne.

Il "Duca", questo era il suo nomignolo, aveva fino ad allora fatto il suo apprendistato in una decina di film di serie B (molti dei quali realizzati da R. N. Bradbury) prima del suo rendez-vous con la Storia del Cinema. Un incontro che, come spesso capita, fu dovuto essenzialmente al Fato. Diffatti il produttore del film, Walter Wanger, che avrebbe voluto nei ruoli principali Gary Cooper e Marlene Dietrich, venne convinto, dopo molte insistenze, a risparmiare sul cast puntando non su divi ma su attori che proprio perchè non contornati dall'alone della celebrità avrebbero dato più credibilità ai personaggi. La scelta cadde su John Wayne il quale, benché recitasse già da circa un decennio, non era mai diventato una star. Da quel momento Wayne e Ford rinnoveranno più volte la loro fruttuosa collaborazione.

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il Genere Western (I Pionieri) 1/3
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Scritto da AkiraK   

Il western è il Cinema americano per eccellenza ed è certamente uno dei generi cinematografici più popolari nel mondo; il genere che sicuramente costituisce parte dei ricordi che i nostri genitori hanno dei pomeriggi e delle serate passate davanti al grande schermo. Anche le generazioni più giovani comunque, nonostante lo scarso numero di film western prodotti nell'ultimo decennio, grazie però alla televisione e alle videocassette, hanno potuto appassionarsi alle avventure dei personaggi di questo mondo sospeso tra Storia e Leggenda, tra Epopea e Fato.

Il genere western nasce nel 1903, "ovviamente" negli Stati Uniti, quando Edwin S. Porter, affermatosi l'anno precedente come il primo vero cineasta della storia del cinema con La vita di un pompiere americano (The life of an american fireman, 1902), gira L'assalto al treno (The great train robbery), episodio della cronaca del west girato nello scenario naturale del New Jersey, in cui si affrontano banditi e uomini onesti. La sequenza finale in cui il capo dei banditi scarica la pistola sul pubblico costituisce una delle prime sequenze emozionanti degli esordi del cinema. Il western diventa subito un genere popolare, poiché si ispira ad una storia e ad una mitologia recentissime i cui eroi sono ancora vivi (Buffalo Bill), anche se quelli veri subiscono ben presto la concorrenza di quelli creati dallo schermo: Broncho Billy, Tom Mix, William S. Hart. Gli americani che fino ad allora si erano appassionati alle storie della frontiera e alle vicende dei suoi protagonisti (gli eroi senza paura, gli sceriffi, i banditi) attraverso i "Dime" (libri di avventura romanzata) ora potevano vivere le stesse avventure attraverso lo schermo cinematografico, avendo la sensazione di viverle, come dire, "in diretta". Nella rappresentazione della saga del west gli anni Dieci sono quelli di Thomas Harper Ince e William S. Hart. Già nel 1911 Ince gira a Hollywood western storici con molto rigore e senso dello spettacolo.

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Monografie: Akira Kurosawa (4/4)
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Scritto da AkiraK   

In questa quarta parte di “Qualcosa come una biografia” tratteremo il periodo che va dalla realizzazione di Scandalo e Rashömon, il primo alloro internazionale di Kurosawa, ad un altro capolavoro: Vivere.

Buona lettura.

 

Qualcosa come una biografia - quarta parte

 

Nel 1950, dopo la realizzazione di un capolavoro come Cane randagio  (1949), Akira kurosawa gira Scandalo, un film interessante dal punto di vista del soggetto ma che risulta, così come Il duello silenzioso

(1949) di cui abbiamo parlato nello scorso numero, discontinuo nella sua struttura e forse troppo melodrammatico.

Il soggetto di Scandalo è ispirato all'attualità: nel dopoguerra, con la fine della censura militare, i giapponesi scoprono la libertà di stampa; la stampa scandalistica in particolare prolifera in maniera incontrollata. La gente, che prima era oppressa dalla tragedia della guerra e ora lo è dalla miseria del dopoguerra, vuole avere qualcosa con cui distrarsi. E cosa c'è di meglio dei veri o presunti scandali, amorosi e non, che vede protagoniste le persone famose per non pensare alle proprie disavventure?

 

Il il film è una denuncia della bassa moralità che c'è dietro ai giornali scandalistici, sia da parte dei produttori e dei giornalisti, sia da parte della gente che  si “nutre” di tali giornali.

Ricorda Kurosawa nella sua autobiografia: «Chiunque all'epoca si sentiva autorizzato a sporcare le personalità più in voga. Ricordo di aver visto sulla copertina di un settimanale sotto la foto di un'attrice la scritta: chi ha rubato la sua verginità?».

Sempre nel 1950 Kurosawa gira quello che sarà il film di svolta della sua carriera, l'opera che gli darà i primi meritati riconoscimenti e la notorietà internazionale.

Ha quarant'anni Kurosawa quando nella foresta di Nara, vicino Kyoto, gira Rashömon, il suo secondo “jidai geki” (film d'avventura in costume). Per la verità Rashömon è il primo che sarà distribuito nelle sale, perché il suo primo “jidai geki”, Quelli che camminano sulla coda della tigre, girato nel 1945, era stato proibito dalla censura e verrà riscoperto solo nel 1952.

Con Rashömon Kurosawa porta sullo schermo due racconti brevi (Nel bosco e Rashömon) di uno scrittore giapponese del primo novecento, Ryunosuke Akutagawa, morto suicida nel 1927 all'età di trentacinque anni.

La vicenda e la struttura del film sono tratte da Nel bosco. Il regista arrichisce però la storia utilizzando idee tratte dal secondo racconto, che darà poi il titolo al film.

La storia ha luogo nella radura di un bosco dove è stato trovato il cadavere di un samurai. Davanti ad un tribunale invisibile (lo

spettatore) raccontano la loro testimonianza il boscaiolo che ha trovato il cadavere, un monaco che aveva visto il samurai e la moglie entrare nel bosco e una spia della polizia che ha casualmente catturato il bandito Tajomaru; rendono la loro versione dei fatti anche i protagonisti principali della vicenda (il bandito, la donna del samurai e lo spirito del samurai evocato da una maga). Ognuno dei tre protagonisti fornisce una versione diversa dei fatti, ma stranamente si accolla la responsabilità della morte del samurai  (anche lo stesso samurai, che afferma di essersi suicidato per onore) , salvo poi farne ricadere la responsabilità morale su uno degli altri tre.

Il racconto letterario di Akutagawa terminava dopo l'ultima confessione, lasciando al lettore il compito di trovare il vero colpevole, districandosi nel labirinto di menzogne e mezze verità.

Kurosawa invece introduce una quarta confessione: il boscaiolo prende la parola e dice la “sua” verità, smascherando tutte le menzogne raccontate (chi per salvare la faccia, chi per salvare la pelle) dai tre protagonisti.

La realizzazione di Rashömon non fu facile per Kurosawa, ostacolato dai produttori della Daiei che ritenevano la sceneggiatura troppo complicata e addirittura incomprensibile (salvo poi attribuirsi i meriti del suo successo). Certo il regista, mentre girava il film nel bosco di Nara, non poteva prevedere un successo tanto ecclatante. Il film venne mandato alla Mostra del Cinema di Venezia grazie all'insistenza (e contro il parere dei produttori che consideravano il film non adatto ad un pubblico straniero) di Giuliana Stramigioli, un'italiana che viveva a Tokyo da anni ed era diventata un'esperta del mondo giapponese.

Rashömon viene premiato a Venezia con il Leone d'Oro (1951) e l'anno successivo vince l'Oscar come Miglior Film Straniero.

Il successo del film è dovuto soprattutto all'abilità di Kurosawa nel raccontare per immagini. «Durante la preparazione del film - ha scritto Kurosawa - sentivo il bisogno di ritornare alle origini del cinema, di ritrovare la bellezza tipica dell'epoca del muto», l'autore si concentra così nella ricerca della bellezza evocativa e sul  dinamismo delle immagini (basti pensare alla capacità del regista di animare la natura, fino a farla diventare una vera e propria protagonista della storia). Non bisogna però dimenticare il grande contributo dato alla riuscita del film dal direttore della fotografia (Kazuo Miyagawa) e dai suoi protagonisti, fra tutti Toshiro Mifune che interpreta il bandito (e che con questo film ottiene la popolarità internazionale), Takashi Shimura che interpreta il boscaiolo e la brava Machiko Kyo nella parte della moglie del samurai.

Per contro, in Giappone il film di Kurosawa non ottiene gli stessi consensi ricevuti all'estero, anzi i critici giapponesi accolgono Rashömon molto freddamente. Scrive Kurosawa: «Sono sempre stati gli stranieri ad apprezzare per primi i valori della nostra cultura».

«Ogni immagine di questo film reca l'impronta del genio» ha detto Michelangelo Antonioni a proposito di Rashömon.

Il successo ottenuto arriva in un momento alquanto difficile per Kurosawa, che è sull'orlo di un esaurimento nervoso, dandogli nuovamente la carica.

I motivi di tale sconforto sono ancora i contrasti coi produttori.

Quando gli viene assegnato il Leone d'Oro a Venezia, Kurosawa ha appena terminato il montaggio di un film monumentale, L'idiota; la casa produttrice però non trova il film di suo gradimento, e contraddicendo i patti lo fa tagliare riducendone la durata da 245 minuti a 145. Per rendere definitivi tali tagli, i produttori fanno distruggere i negativi delle parti tagliate.

L'idiota è la trasposizione su schermo dell'omonimo romanzo dello scrittore russo Feodor Dostoevskij.

Kurosawa, grande estimatore delle opere di Dostoeviskij, effettua una trasposizione spazio-temporale del romanzo: la storia non è più ambientata nella Russia della seconda metà dell'ottocento ma nel Giappone del dopoguerra, i protagonisti cambiano classe sociale, appartengono all'aristocrazia del denaro anziché alla nobiltà. A differenza del romanzo di Dostoeviskij inoltre, non è tanto il disarmante candore, l'essere “assolutamente buono”, che fa meritare al protagonista, Kameda, la qualifica di “idiota”, bensì il suo scandaloso disinteresse. Kameda è un diverso perché non tiene in nessun conto i suoi averi.

L'idiota ha avuto un grande successo di pubblico mentre ha sollevato perplessità tra i critici giapponesi e americani. Forse non proprio coerente dal punto di vista formale, questo tredicesimo film di Kurosawa è sicuramente ricco di stimoli e sentimenti, e anticipa gli altri grandi film della condizione umana, Vivere e I sette samurai.

Vivere, girato nel 1952, racconta l'avventura interiore di un uomo comune che lotta contro la morte e il fallimento della propria esistenza. Watanabe è caposervizio in un ufficio comunale, un burocrate non peggio né meglio di tanti altri; un giorno però scopre che i suoi dolori intestinali sempre più frequenti non sono altro che i sintomi di un cancro allo stomaco e che quindi non gli restano che pochi mesi di vita. Watanabe, dopo una discesa nella disperazione più profonda (tenta anche il suicidio), capisce, anche grazie all'aiuto di una sua ex impiegata, che l'unica cosa sensata che gli resta da fare è “vivere” il tempo rimastogli.

La toccante interpretazione di Takashi Shimura (Watanabe) e la sensibilità di Kurosawa riescono a trattare della malattia, e della morte, senza deprimere lo spettatore, comunicando anzi una insopprimibile voglia di vivere. Ed è questo uno dei pregi di questo film che, assieme alla profondità dei temi trattati e ad una grande intensità emotiva, lo pongono di diritto fra i più celebrati capolavori della storia del cinema, quali Umberto D. (1952) di De Sica o Il posto delle fragole (1957) di Bergman.

Nello stesso anno in cui esce nelle sale I sette samurai e un mese dopo la nascita della sua primogenita Kazuko, Kurosawa vince con Vivere l'Orso d'Oro al festival di Berlino (1954).

Il 1954, come detto, è l'anno de I sette samurai, uno dei film più famosi e belli di Kurosawa, che il regista gira, tra mille difficoltà, in un villaggio sperduto fra le montagne; ma per il seguito vi rimando al prossimo numero.

 
Monografie: Akira Kurosawa (3/4)
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Scritto da AkiraK   

Eccoci giunti alla terza parte della biografia di Akira Kurosawa: nei primi anni del dopoguerra vedono la luce i primi capolavori del regista, L'angelo ubriaco e Cane randagio.

Qualcosa come una biografia - terza parte

Cane randagio descrive, sullo sfondo della vicenda, quella Tokyo che, nel primo dopoguerra, è una città in piena trasformazione e lo fa in maniera indiretta ma sottile: la proliferazione del mercato nero, la progressiva americanizzazione della società giapponese.

Inoltre il film non è solo la storia di un'indagine poliziesca e di una ricerca morale (con la pistola il poliziotto ha perso in un certo senso anche la propria identità). È anche la storia di un'amicizia, di un'iniziazione. Murakami si affeziona a Sato come Sugata Sanshiro al suo maestro Yano.

Anche in questo film l'accoppiata Toshiro Mifune/Takashi Shimura, nel ruolo rispettivamente di Murakami e Sato, dà una splendida prova delle proprie capacità interpretative.

E i due attori saranno splendidi protagonisti del film che Kurosawa gira nel 1950, il film che gli aprirà le porte del successo internazionale e che consacrerà Toshiro Mifune come attore di prima

grandezza: Rashômon... Ma questo lo vedremo nella prossima puntata.

 
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