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Dopo il boom degli anni quaranta, cinquanta e sessanta, il numero di film western prodotti negli Stati Uniti si riduce sempre più, o perlomeno quelli di impostazione più classica (alla John Ford per intenderci). A metà degli anni sessanta infatti aveva fatto la sua comparsa sulla scena western un regista che sconvolse i dettami di questo genere cinematografico: Sergio Leone.
Questo regista italiano, in meno di dieci anni, gira cinque capolavori: Per un pugno di dollari (1964), trascrizione in chiave western del film di Akira Kurosawa La sfida del samurai (Yojimbo, 1961), interpretato da Clint Eastwood e Gian Maria Volontè, Per qualche dollaro in più (1965), con Eastwood, Volontè, Lee Van Cleef e Klaus Kinski, Il buono, il brutto, il cattivo (1966), con ancora Eastwood, Van Cleef e Eli Wallach, C'era una volta il West (1968), con Henry Fonda, Claudia Cardinale, Charles Bronson e Jason Robards, e infine Giù la testa (1972), con James Coburn e Rod Steiger.
Con questi film, Leone impose al mondo cinematografico nuove formule di rappresentazione della vita della Frontiera.
Fino ad allora gli eroi, per quanto umani, conservavano sempre un'aura speciale. Nei western di Leone invece tutti i personaggi sono brutti, sporchi e (soprattutto) cattivi; anche i cosiddetti personaggi positivi, i "buoni", sono solo un po' meno cattivi degli altri (ma non meno spietati).
Nei western di Leone inoltre la violenza è un altro di quei fattori che sconvolgono lo spettatore, che fino ad allora, ad esempio, era abituato a capire che un uomo era stato colpito da un proiettile solamente dal fatto di udire lo sparo e vedere, in lontananza, l'uomo cadere a terra. Leone invece mostra ogni dettaglio di una tale tragedia; lo spettatore capisce che l'uomo è stato colpito da un proiettile, non solo perchè ode lo sparo e vede l'uomo cadere, ma soprattutto perchè vede, e in primissimo piano, il sangue sgorgare dalla ferita ed il dolore che trasfigura il volto della vittima.
Questo nuovo modo di fare cinema western, probabilmente, soddisfa maggiormente i nuovi gusti di un publico che si dimostra forse meno romantico ma più attratto dalle emozioni forti (vedi anche il successo nel decennio settanta e successivi del genere horror-splatter).
Le musiche e l'ironia, che stempera (o, forse, paradossalmente acuisce) certe situazioni drammatiche, sono altri aspetti che rendono i film di Leone subito riconoscibili.
Come non ricordare ad esempio le famose frasi-sentenza presenti nei suoi film? "Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l'uomo con la pistola è un uomo morto" (da Il buono, il brutto, il cattivo) è solo una delle tante.
Le musiche poi (Leone si è avvalso anche del grande compositore Ennio Morricone) non sono semplicemente colonna sonora del film, ma addirittura colonna sonora di ciascun personaggio. Ogni personaggio infatti è caratterizzato da un diverso tema musicale che lo accompagna lungo tutto il film.
Un altro merito di Sergio Leone è stato quello di aver fatto conoscere al mondo un attore che, anche in seguito, è diventato una icona del genere western, anche come regista: Clint Eastwood.
Eastwood, che aveva già girato alcuni film minori, con Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto, il cattivo, assurge a una popolarità forse inaspettata, ma che negli anni ha saputo gestire e "giustificare", smentendo coi fatti chi diceva di lui (e sembra fosse stato proprio Leone) che avesse "solo due espressioni: col capello e senza capello".
Nell'immaginario dello spettatore cinematografico, il binomio Leone/Eastwood, diventa, grazie a questi tre film, la nuova impersonificazione del genere western, come lo era stato nel passato il binomio Ford/Wayne.
Nel 1964, quindi, Leone stabilisce quella che possiamo definire una nuova linea spartiacque per il cinema western, inaugurando quel filone chiamato "Spaghetti Western" o "Western all'italiana": film prodotti e girati in Italia con tutti quei crismi, magari maggiormente accentuati, che Leone col suo Per un pugno di dollari aveva proposto.
A partire da metà degli anni sessanta, e fino alla fine dei settanta, abbiamo quindi un proliferare di film western diretti da registi italiani (spesso sotto pseudonimi che fanno il verso ai registi americani) e interpretati da attori italiani.
Ricordiamo tra i tanti Duccio Tessari che, interpretati da Giuliano Gemma, gira Una pistola per Ringo (1964) e Il ritorno di Ringo (1965); nel 1968 vengono invece girati, rispettivamente da Sergio Sollima e da Sergio Corbucci, Corri uomo corri, con Tomas Milian, e Django, con Franco Nero, mentre Giuseppe Colizzi gira Dio perdona...io no (1967) e La collina degli stivali (1969), interpretati entrambi da Bud Spencer e Terence Hill (pseudonimi rispettivamente di Carlo Pedersoli e Mario Girotti) i quali hanno girato anche Lo chiamavano Trinità (1970) e Continuavano a chiamarlo Trinità (1971) per la regia di E. B. Clucher (pseudonimo di Enzo Barboni) e infine vogliamo ricordare anche Fabio Testi che nel 1978 gira A chi tocca, tocca!, per la regia di Gianfranco Baldanello.
Il western cambia quindi pelle, non solo a causa del "western all'italiana", ma anche per "obbligate" necessità di aggiornamento, in cui convergono anche motivazioni industriali (il confronto/scontro con la tv) e etico-morali (la guerra "fredda", quella del Vietnam, le ribellioni studentesche, il revisionismo etnico, che riguarda non solo gli indiani ma anche i neri).
Quindi, ecco che negli anni settanta viene girato Soldato blu (Soldier blue, 1970) di Ralph Nelson, con Candice Bergen e Peter Strauss, una parafrasi della guerra del Vietnam, con il massacro del villaggio indiano che richiama alla memoria l'allora recentissima strage compiuta dai G.I. americani nel villaggio vietnamita di My Lay. E' poi la volta di Un uomo chiamato Cavallo (A man called Horse, 1970) di Elliot Silverstein, con Richard Harris, Piccolo Grande Uomo (Little big man, 1970) di Arthur Penn, con Dustin Hoffman, Chato (Chato's land, 1971) di Michael Winner, con Charles Bronson, Corvo Rosso non avrai il mio scalpo (Jeremiah Johnson, 1972) di Sydney Pollack, con Robert Redford, Buffalo Bill e gli indiani (Buffalo Bill and the indians, or Sitting Bull's history lesson, 1976) di Robert Altman, con Paul Newman, Burt Lancaster e Harvey Keitel, La vendetta dell'uomo chiamato Cavallo (The return of a man called Horse, 1976) di Irvin Kershner, con Richard Harris; tutti questi!
film, a proprio modo, offrono una diversa lettura, sicuramente più vicina alla realtà, della figura dell'indiano nella vita del West.
Il canto del cigno del Western classico lo abbiamo con alcuni film interpretati dall'inossidabile John Wayne, dei quali ricordiamo: Chisum (Chisum, 1970) di Andrew McLaglen, Il grande Jake (Big Jake, 1971) di George Sherman, Torna El Grinta (Rooster Cogburn, 1975) di Stuart Millar ed infine Il pistolero (The shootist, 1976) di Don Siegel, ultimo western di Wayne, girato assieme a James Stewart che dava anch'egli l'ultima sua prova da westerner. Da citare anche l'ultimo bel western di Sam Packinpah, interpretato da James Coburn e Kris Kristofferson, quel Pat Garret e Billy Kid (Pat Garret and Billy the Kid, 1973) di cui tutti conoscono perlomeno la canzone che gli fa da colonna sonora: "Knocking on Heaven's Door" di Bob Dylan.
Una citazione a parte merita poi Clint Eastwood, nelle vesti di regista. Il celebre attore, fatte sue le esperienze maturate alla corte di Sergio Leone, si cimenta nella realizzazione di quattro western che sono una vera e propria boccata d'ossigeno per gli amanti del genere. Dopo Lo straniero senza nome (High plains drifter, 1973), Il texano dagli occhi di ghiaccio (The outlaw Josie Wales, 1976) e Il cavaliere pallido (Pale rider, 1985), arrivano anche quattro premi Oscar (Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attore Non Protagonista a Gene Hackman, Miglior Montaggio) per Gli spietati (The unforgiven, 1992), probabilmente il miglior western dell'ultimo ventennio.
Gli anni ottanta e novanta non sono stati avarissimi di produzioni western, ma certamente se non la quantità ciò che ha difettato è stata la qualità.
A parte infatti il già citato Gli spietati, I cavalieri dalle lunghe ombre (The long riders, 1980) di Walter Hill, Balla coi lupi (Dances with Wolves, 1990) di e con Kevin Costner e vincitore di ben sette Oscar, ed il sottovalutato Wyatt Earp (Wyatt Earp, 1994) di Lawrence Kasdan, con Kevin Costner e Gene Hackman, ciò che rimane è un insieme di film dal cast stellare, sicuramente godibili e spettacolari, ma che presentano non pochi difetti, per cui non si può certo dire che il western abbia veramente ripreso vigore, perlomeno qualitativamente. Fra questi ricordiamo Silverado (Silverado, 1985) di Lawrence Kasdan, con Kevin Kline, Scott Glenn, Kevin Costner e Danny Glover, Posse - La leggenda di Jessie Lee (Posse: the revenge of Jesse Lee, 1993) di Mario Van Peebles, Bad Girls (Bad Girls, 1994) diretto da Jonathan Kaplan e interpretato da Madeleine Stowe, Andie McDowell, Mary Stuart Masterson e Drew Barrymore, Tombstone (Tombstone, 1994) di George Pan Cosmatos, con Kurt Russe!
ll e Val Kilmer, ed infine Pronti a morire (The Quick and the Dead, 1994) di Sam Raimi, con Sharon Stone, Gene Hackman e Leonardo Di Caprio, un western atipico per le sue venature splatter-umoristiche.
Probabilmente, un periodo storico tutto sommato limitato nel tempo qual'è stato quello del Selvaggio West, in novantacinque anni di Cinema Western ha già offerto tutte le storie che era in grado di offrire. Anzi, lo stesso avvenimento è stato spesso osservato e raccontato da ogni possibile punto di vista: nella versione superficiale e povera di un film di serie B, in quella accurata e grandiosa di un kolossal, e persino, negli ultimi decenni, in quella, più riflessiva e autocritica, che ha ribaltato le vecchie formule, osservando ad esempio gli indiani (da sempre, i "cattivi" per antonomasia) sotto una luce completamente diversa.
Non so se essere ottimista o pessimista sulla "rinascita" del grande Cinema Western. Quindi tornando al titolo di quest'ultima puntata, il western forse non è morto, ma più probabilmente si è solo assopito e aspetta che un giorno un nuovo John Ford, con un'idea geniale, giri il western che dia la scossa al mondo del Cinema e al pubblico stesso, rilanciando il genere e incoraggiando registi e (soprattutto) produttori ad avere più coraggio ed investire maggiormente in un genere che tanto ha dato alla Cinematografia, e direi anche alla Cultura, mondiale. Perlomeno questo è ciò che mi auguro.
Siamo così arrivati al termine anche di questa ultima parte della Storia del Cinema dedicata al genere Western. Questa non voleva essere certamente una filmografia completa del Cinema Western, ma semplicemente una breve escursione nella memoria di un appassionato di storie del West raccontate per immagini; può darsi che qualcuno non sia d'accordo coi commenti da me espressi, o che non approvi la citazione di un film o la non citazione (voluta o involontaria) di un altro, ma se invece questi articoli avranno risvegliato l'interesse di qualche lettore per questo genere cinematografico, trovando così lo stimolo per vedere un film che non conosce o per rivederne uno che aveva scordato, è proprio quanto di meglio potessi augurarmi da questo mio primo contributo al "Giornale del Circolo". |