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Tarkovsky il regista “poeta”
Approfondimenti di celluloide
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L’occhio del cinema attraverso il corpo umano.

“La mia coscienza vuole la vittoria dei vegetariani nel mondo, E il mio subconscio langue per una fetta di carne saporita… Ma io cosa voglio!?”

Vi siete mai guardati dentro?

Attraverso lo specchio,appena svegli la mattina con gli occhi socchiusi?

Andrej Tarkovsky (solo per Zenone:Andrej Arsenyevich Tarkovsky) ogni giorno sapeva… Sapeva che alzandosi avrebbe guardato dentro quello specchio che stava di fronte a sé… Come un angelo custode,come un diavolo proveniente dalle zone più calde degl’inferi, quello specchio che riverbera sentimenti concreti e reconditi come un occhio,imperturbabile,spietato,penetrante e delicato:quello della macchina da presa.

E con esso il regista insegnò a guardarsi dentro,a denudare l’infinito insito nel corpo umano,un corpo stanco di mettersi continuamente in moto ed allo stesso tempo ostinato nella ricerca di movimenti sempre più complessi.

Ebbene se mai fosse possibile dare una chiave di lettura del cinema tarkovskyano ritengo che non si possa prescindere dall’importanza di questi elementi:occhio e corpo.

Senza inutili riassunti ed oltraggiose sinossi che brutalizzerebbero le opere del regista russo,mi limito ad asserire che se mai al critico o allo spettatore,all’artista o al compratore fosse sorto il dubbio che il cinema potesse tramutare materialmente in poesia ebbene Andrej Tarkovsky l’ha sciolto definitivamente.

Questo fascino per la poesia che Andrej sviluppa sin dall’infanzia grazie al padre Arsenij,noto poeta russo della prima metà del novecento,lo spinge verso una continua ricerca visiva,uditiva (e a tratti oserei dire,se possibile,quasi olfattiva!) dell’uso della macchina da presa,ricerca che raggiunge in“Stalker”(1979) forse la sua massima espressione.

Proprio l’ottava opera del regista,(tratta dal romanzo “Picnic sul ciglio della strada” dei fratelli Strugatsky),che racconta il viaggio di uno scrittore,uno scienziato ed una guida (lo “stalker” in cui Tarkovsky quasi certamente s’impersonifica) all’interno di una fantomatica “Zona”,dove si vocifera vi sia una stanza in cui s’avverano i desideri più intimi e segreti, proietta lo spettatore in una sorta di “panismo metafisico” ove s’intrecciano i dialoghi e le mentalità contrastanti dei tre protagonisti.

Anche qui si ha l’idea di vivere un’esperienza multisensoriale durante la quale ogni percezione è il risveglio di un’energia nascosta,assopita dentro il corpo umano… Come in “Solaris” (1972) e ne “Lo Specchio” (1975),anche in Stalker non si può non avvertire l’impronta tarkovskyana in ogni minimo dettaglio,dalle lente carrellate che trasportano i tre personaggi verso la “Zona”,alla continua presenza d’acqua (elemento ricorrente nelle opere del regista) che da fiume in piena,simbolo della sete di conoscenza,lentamente s’attenua in gocce vitali,quasi ossessive che inesorabili scandiscono l’agognata scoperta(?) finale dei tre protagonisti.

E le sensazioni sono molteplici;da un lato l’occhio spietato della camera di Tarkovsky annichilisce i tre  di fronte ad un “infinito cosmico” dinanzi a cui essi devono necessariamente arrendersi,dall’altro la macchina da presa funge quasi da sostegno verso un essere umano determinato nella continua ricerca di se stesso.

Qui maligni “hollywoodiani” e critici potrebbero dilungarsi sull’ “eccessiva” lentezza dei movimenti di macchina tarkovskyani e la prolissità della sceneggiatura che a detta di alcuni più che un risveglio energetico e creativo genererebbero lunghi tempi morti… Al contrario io credo che proprio all’interno di questi tempi morti prenda vita il genio di Tarkovsky e che ancora oggi questo suo modo d’intendere e rappresentare il cinema sia un’inesauribile fonte d’ispirazione per numerosi cineasti contemporanei uno su tutti Lars Von Trier il cui stile cinematografico ricalca apertamente le orme del regista russo.

Ma da sempre nell’arte e più che mai nel cinema è una questione di punti di vista,di aspettative,di sensazioni… Forse proprio perché quando si parla di Tarkovsky si parla di pura poesia le scelte interpretative possono essere plurime e discordanti…

Personalmente vivere un suo film è come gridare al mondo un “m’illumino d’immenso” di ungarettiana memoria… Ma è un punto di vista…di cui “il poeta” dovrebbe essere sempre consapevole.

E il regista fu uno dei migliori poeti consapevoli nella storia del cinema.

 
 

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