Spesso accade che sentimenti repressi e pulsioni inespresse portino alla scissione della propria personalità. Ma non solo quella quotidiana che tutti gli uomini hanno, e neppure quella generata dallo zoppicante autoerotismo freudiano. O forse si, ma dipende molto dalla personalissima fede filosofica. Non mi dilungo in inutili premesse psicoabilitanti, e arriverò al dunque. Nel cinema la tematica del doppio è stata utilizzata in maniera capillare se non abusiva, si pensi alle innumerevoli storpiature del romanzo di Stevenson fino a Superman passando da Renoir; Aronosfsky compie un ulteriore tentativo, in questo senso, ma con scarsa efficacia, come del resto gran parte dei suoi predecessori. Interessante il (solo) punto di vista delle psicopatologie della protagonista che vengono proposte allo spettatore, ma la confusa sceneggiatura getta sabbia nell’architettura del film. Nauseabondo nella sua parte il Cassel coreografo che cerca di sciupare più femmine possibile dentro l’harem della scuola di danza. Anche la Portman è imbarazzante, gelida, inespressiva, quasi alle prime armi, eppure ricordo con affetto le sue passate interpretazioni da scafata attrice tredicenne nel ruolo di Mathilda. Il fatto che abbia preso l’oscar di miglior attrice per questo film, non è significativo; chiunque l’avrebbe preso se si fosse trovato in “stato interessante”; Nicole Kidman, Jessica Alba, Cate Blanchett, han dovuto ricorrere allo stratagemma della maternità per prenderlo, esattamente come Natalie. Raccapriccianti, se non ridicole, alcune metamorfosi della protagonista: neanche Cronenberg alla fine degli anni settanta avrebbe fatto una cosa del genere. Il punto di vista del regista è chiaro, simbolico, ma di un simbolismo appassito, riscaldato, dismesso: bianco nero, bello brutto, castità e lascivia, moralismo e softporno, ma gradirei che mi venga offerto di più da Darren, se vuole continuare ad avere la mia stima, premesso che della mia stima Darren si sciacqua i cabasisi. Ma tutti prima o poi scivoliamo.
Gli amanti del b-movie mi attaccheranno, ma il paradosso è un forte stimolo alla riflessione. Il buono di questo film del ‘65 è aver messo in primo piano la potenza femminile, ma con autorità, oltre che con le mammelle delle nostre maggiorate protagoniste. La trama non esiste, sembra un film improvvisato sul momento, e gli attori e le attrici non riescono a cucirsi tra di loro se non con borchie, pellame e jeans attillati. Il regista, digiuno di qualunque velleità artistica, si abbandona a violenze mal recitate, impastate con sudori lesbici, in mezzo al polveroso deserto. Con queste premesse il film sarebbe anche guardabile, invece è noioso, perché pretende una trama che non c’è. Si sforza di far partecipare al massacro altri personaggi, ma guardarlo stanca, ci fa spazientire. L’unico motivo per tentare di vedere il film è non perdersi gli enormi seni di Tura Satana schiacciati nella tuta di pelle nera. Ma una domanda viene spontanea: sarà stata mica la tiroide?
Se vuoi trascorrere due ore claustrofobiche tra ambienti gotici londinesi temendo di li a poco di incontrare Dr. Jekyll and Mr. Hyde, siete sulla strada giusta. Non fosse per il lieto fine si resterebbe intrappolati auspicabilmente nelle proprie viscere, ma siamo negli States, mica davvero a Londra. La storia di per sé è semplice: La protagonista è l’erede di una famosa cantante lirica uccisa per i suoi gioielli, peraltro mai trovati dal ladro. Sposa un pianista che si scopre essere un’altra persona, ovvero l’assassino della zia. Matrimonio generato dalla bramosia dell’uomo per i diamanti di quest’ultima. L’uomo, sadico e freddo, cerca di far impazzire lei per liberarsene e continuare a cercare avidamente i gioielli. Sceneggiatura piena di buchi: sarebbe semplicissimo rivelare gli arcani che angosciano la talentuosissima Ingrid Bergman, come i rumori dalla soffitta e il gas che si affievolisce: in realtà la porta per la soffitta è a due passi... guardaci dentro, che diamine! Ci viene da suggerirle. Ma niente, tutto si concentra sui primi piani di lui e lei magistralmente interpretati. Brava la Bergman e bravo Boyer. Il regista si prolunga troppo, a mio parere, nella fase di preparazione alla pazzia nei confronti della Bergman, anche se la violenza psicologica è scrupolosamente impeccabile. Buona anche la scenografia, così sofisticata e precisa da far passare in secondo piano le nefandezze della trama. Personaggi inutili messi qua e la servono a spezzare la tensione ma allo stesso tempo distraggono. Una giovanissima Jessica Fletcher in veste di colf dai facili costumi; un irragionevole ispettore inspiegabilmente interessato a risolvere un fatto non ancora accaduto; una badante sorda che aiuta e non aiuta la protagonista; una vecchina curiosa e invadente che non vede l’ora di entrare nella casa del delitto. Un film che può farti star male ma mai come Martha di Fassbinder, chiaramente ispirato a Cukor ma con un finale che ti spezza le costole dopo averle martoriate a sprangate.
Per la prima volta nella storia (mia) sono andato a vedere un film la sera dell'uscita. L'ultimo di James Cameron, Avatar (da non confondere con "Ajvar"), Molto, molto bello. Storia lineare e semplice, messaggio ecologista con un pizzico di "e mo basta!", trama del genere "invasori contro nativi", ma dove l'invasore è l'uomo e i nativi sono gli alieni, con i quali il protagonista e lo spettatore si identifica (da cui Avatar). E poi le bellissime scenografie digitali di un mondo fantastico, ma fotorealistico, rese ancora più godibili dall'elemento 3D funzionale alla storia. Bravo Cameron!
E' da rilevare, però, che con il 3D siamo appena all'inizio. Non per la tecnologia, ma per il linguaggio filmico. Alcune azioni che si fanno con la cinepresa ora diventano proibite, sconsigliate o aprono nuove opportunità.
Per esempio la messa a fuoco, o il cambio di focale, con il 3D diventano molto fastidiose per l'occhio. Lo imbrigliano, non gli permettono di esplorare la scena 3D liberamente. Molto meglio puntare sulla profondità di campo.
La sfocatura in primo piano, più è lenta più fa venire il mal di testa.
La sfocatura lontana per l'occhio umano non ha senso, ovvero significa
miopia: un difetto da correggere. Vanno invece bene i movimenti sfocati vicini veloci (effetto "pugno in faccia"), perché l'occhio di solito non ha tempo per mettere a fuoco.
La zoomata ora cambia di significato: non più concentrazione su un elemento, ma unicamente movimento da o verso l'elemento.
Il movimento dell'inquadratura 3D ora ha una forte connotazione di "soggettiva". L'eccezione sono i movimenti lenti o le panoramiche.
I sottotitoli in un inquadratura 3D ora occupano una posizione "dentro" la scena, non sono più semplicemente in sovrimpressione.
Dal punto di vista cinematografico, quindi, la versione 2D e 3D dello stesso film sono due narrazioni diverse. Due film distinti.
Concludendo, con il 3D, il film perde definitivamente la propria radice "fotografica" e ne assume una "visiva". Il linguaggio cinematografico non è più basato sull'obiettivo della macchina, ma sull'occhio dello spettatore modello (avatar del pubblico). Non si simula più solo la messa in scena, ma anche la fruizione dell'opera.
Come ormai succede il più delle volte, un'altra occasione persa: grandi effetti speciali e atmosfera per un film deludente assai. E' un remake del film (1971) Occhi bianchi sul pianeta terra con Charlton Heston come protagonista.
Il vecchio film è un polpettone un po' splatter ma molto più intenso e interessante del remake con Will Smith, il che è tutto dire.
Andatevi a leggere il bel romanzo di Richard Matheson (I am Legend), uno dei più grandi scrittori di fantascienza sociologica e orrori metropolitani. Nel nuovo film gli umani mutati sono una via di mezzo tra zombi e vampiri, idioti e bestiali. Nel romanzo di Matheson invece essi sono intelligenti e creano una nuova società, notturna a causa della mutazione che rende la luce solare letale per loro. Neville è un sopravvissuto giustiziere che passa le sue giornate a scoprire i loro covi e ad ucciderli mentre giacciono indifesi nel sonno.
Ridicolo il finale del nuovo film che falsifica grossolanamente l'idea di Matheson e spiega il titolo affermando che egli è leggenda per gli umani sopravvissuti (Noi siamo il suo lascito. Lui è leggenda.).
In realtà egli è leggenda per i mutanti che considerano questo umano sanguinario e rancoroso alla stregua di un vampiro che attenta alle loro vite.
Non siete stufi di questi sceneggiatori e registi hollywoodiani che non sanno fare di meglio di queste cagate costosissime, insulse e piagnucolose?
Questo film, opera prima dello strabiliante regista polacco Stanislai Kopolovsko, lascia nel sentiero della storia cinematografica un'impronta difficilmente superabile. Si può tranquillamente affermare che dal giorno della sua prima proiezione, inizi una nuova e irremovibile era per la storia del cinema. Proiettato per la prima volta al Teatro Totale di Varsavia, questo lunghissimo-metraggio di 39 ore e 12 minuti ha messo sicuramente a dura prova gli spettatori. Ma con quale moneta ha poi ripagato le loro attenzioni!
Superato questo dovuto proemio retorico passiamo agli aspetti attinenti l'opera. Dal punto di vista tecnico, emblematica è l'inquadratura iniziale: un fermo immagine alternato a sparizioni del nastro ed incendio della sala di proiezione di ben 4 ore e 56 minuti. Solamente l'osservatore più attento ha potuto cogliere in quell'estenuante prima condizione proiettiva l'oggetto di tanta attenzione: una scimmia dentro una stanza completamente vuota che osserva un uomo morto chiedendosi il perchè. Il ruolo dello zoom e del cambio di luce è qui praticamente assente. L'unico ente visivo è la fissità del soggetto-oggetto, alternata come già detto ad eventi reali che si svolgono fuori dalla pellicola, e che vengono, con un vero e proprio colpo di genio “portati dentro”. Strabiliante l'invenzione della sparizione del nastro e dell'incendio che ne fanno a pieno merito la prima opera cinematografica totale che unisce la realtà e la finzione in un ens problematicus inafferrabile.
Alla prima inquadratura, ne segue, nell'opera, solamente una seconda, di 34 ore e 8 minuti, che conclude il film. Tutto si svolge all'interno di un enorme stanza metafisica bianca, la stessa in cui si trovava la scimmia.
Quando quest'ultima sparisce, lanciandosi dalla finestra, rimane sul pavimento della stanza, il corpo dell'uomo morto. Quest'ultimo, da morto, autogenera un'autoanalisi, morte vita, che collima nel riaffioramento dei ricordi estatici di se stesso.
Dovete a questo punto cari lettori fare mente locale sul fatto che tutto si svolge all'interno della stanza e nulla accade al di fuori, perchè il "di fuori" non esiste come "fenomeno" ma solamente come "noumeno"
inconoscibile. E' li che ora è la scimmia. Nella stanza invece è avvenuta la rivoluzione del tredicesimo mese, in un mondo in cui solamente un granello microscopico dell'interiorità individuale non è stata attaccata dalla morte della politica esteriore.
Come può il regista, in modo così chiaro e netto, farci capire il senso dilaniante di questa rivoluzione? Un lentissimo finto-zoom in cui succede di tutto, logorante quanto illuminante, che si conclude in uno spaventoso finale, quando il protagonista ci svela cosa veramente è successo.
Il quadro politico, pur essendo centrale nella trama, perde in questo film la sua quintessenza, diluendosi nell'infinita potenza dell'interiorità umana, che fagocita e crea tutto, pur nel limite della sua trascendenza.
Questo viene fatto solo grazie a una straordinaria e nuova tecnica, grazie a una sceneggiatura introvabile (si è bruciata nel rogo), e grazie a una colonna sonora tanto assente quanto preoccupante. E' l'emozione umana stessa, questo film. E' "il" viaggio trascendente per antonomasia. Eppure le vicende politiche concrete sono tante e complesse: 323 ribelli sparsi in tutto il mondo-stanza, che non si conoscono tra di loro, ammazzano a badilate coloro che ancora sono in grado di prendere decisioni, mangiandone i corpi, vomitandone i resti, generando un limo fertile sopra il quale cresceranno le nuove idee eterne: l'ingiustizia e la sorella-morte. Sulla base di queste idee, sorgeranno i nuovi giorni, in assenza di tempo, fino a giungere nei più profondi meandri dell'essere umano: il tredicesimo mese.
Il 19 Agosto è uscito, nei cinema giapponesi, "Superman Returns". Oggi, due giorni dopo, mi sono recato al cinema per vederlo, non senza curiosità. Dopo aver visto molte volte i vecchi tre film con protagonista il povero Chris Reeve una certa curiosità non poteva mancare per questa nuova versione dell'eroe in calzamaglia blu.
I trailer di "Superman Returns" lasciavano presagire ciò che poi è stato: un uso intensivo di effetti speciali (e per una storia tratta da un fumetto è più che lecito) unito alla solita trama dove spicca il dualismo Superman-Lex Luthor. Il film, difatti, pare più un remake dei vecchi, con effetti moderni, che una loro continuazione. C'è sempre Lex Luthor a caccia di criptonite, intento a distruggere Superman, c'è sempre la giornalista Cloe, sempre il Daily Planet, ecc... Insomma ci sono tutti quegli ingredienti necessari a creare l'"atmosfera Superman", anche se una trama un po' più originale non avrebbe guastato.
Il nuovo cast ha mantenuto una certa somiglianza col vecchio (e presumo col fumetto, che non ho mai letto), ma quest'ultimo è senza dubbio superiore come capacità drammaturgiche: non me ne voglia Kevin Spacey, ma Gene Hackman nella parte di Lex Luthor gli è evidentemente superiore. Inoltre il nuovo Superman (Brandon Routh) non ha la stessa bravura e disinvoltura di Reeve nelle parti dell'imbranato Clark Kent, risultando infatti più rigido e meno naturale e non riuscendo a marcare più di tanto la differenza fra Superman e il suo travestimento Clark. Se consideriamo che per recitare la parte di Superman sono necessarie principalmente due espressioni, quella un po' ebete e spersa di Clark e quella profonda e penetrante di Superman, il novello eroe Brandon Routh non ne esce molto bene.
Alessandro Baricco nella sua rilettura dell'"Iliade" intraprende un discorso interessante su quel modo di fare letteratura con protagonisti principali che sono la luce della storia stessa e che danno la propria luce ai personaggi che gravitano intorno a lui. Baricco prende appunto l'esempio dell'"Iliade" come prima testimonianza di questo modo letterario, individuando in Achille il personaggio chiave, sempre presente nella storia anche quando è nella sua tenda, lontano dai campi di battaglia ma non dalla narrazione della vicenda. È Achille che dà importanza a Patroclo e alla sua morte, sono le armi di Achille quelle indossate da Ettore nello scontro finale, è la mancanza di Achille in battaglia a relegare gli achei alla difesa dopo anni di attacchi ed è sempre lui che conclude l'"Iliade" con Priamo ai suoi piedi a mostrare la disfatta troiana. Baricco porta altri esempi di personaggi-luce, come Dongiovanni, Amleto, Dracula… ma ciò che contraddistingue questi protagonisti (il concetto è sempre di Baricco) è che se guardiamo verso di loro, quindi verso il centro della storia stessa, scopriamo che sono personaggi ambigui e contraddittori, che non riusciamo a capire totalmente.