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"Il siero della vanità" di Alex Infascelli
Autopsie di film
Scritto da Shine   

I trailer dei film al cinema sono uno dei miei programmi preferiti. Perché mi piace la loro accattivante sinteticità, di solito formidabilmente costruita, a volte meno. Perché ammiro la capacità di condensare in pochi istanti suoni, immagini, parole salienti o seducenti di una pellicola. Perché bisogna considerare il fattore malattia: ogni volta mi costringo a cercare di smascherare (per impadronirmene è ovvio) le subdole tecniche che i ‘comunicatori’ usano per sedurci. Per attirare un certo ‘target’. Quelle tecniche, che, tagliando di qui, cucendo di là, lasciando una certa base musicale o perché no nessuna musica, inserendo un fotogramma, piuttosto che un altro, stimolano il target scelto (cioè io) a reagire più o meno così :”Togo!! Domani sera troppo che vado a vedermelo!”.

Nel caso del trailer de ‘Il siero della vanità’, esteticamente di bell’impatto (con la testona cornuta di peluche azzurro che spunta da dietro il divano e guarda la tv), non ho avuto questa reazione. Evidentemente non rientravo nel “bersaglio” considerato. Non ero (e infatti non lo sono) un target da thriller. Com’era prevedibile non ho detto:”Togo!!”, non mi sono lanciata su ‘city’ per vedere in che sala lo proiettavano e non l’avrei nemmeno visto. Perché né io né i comunicatori avevamo considerato le proiezioni gratuite del Lumière. Che mi hanno fatto scoprire quanto poco thriller fosse questo thriller.

Ecco allora ‘Il siero della vanità’ visto da shine.

Scordatevi pure di ‘Almost blue’. Alex Infascelli lo uccide come in un rito espiatorio nella sequenza iniziale del suo secondo film. Impalando su un ombrellone uno dei protagonisti della sua pellicola d’esordio. Come a dire “vi ricordate di Almost blue? Beh ora vedrete un’altra cosa”. Questo fantomatico genere thriller (ma avrebbe potuto benissimo essere, che ne so, commedia), è solo una cornice, neanche troppo calzante in questo caso, in cui inquadrare una critica corrosiva alla ‘solita tv’.

Sonia Norton (Francesca Neri) è la conduttrice (a metà strada tra Costanzo, D’Eusanio, De Filippi e Vespa, giusto un pelino più femminile di tutti) di un noto talk show in cui imperano psicologia qualunquista (vi viene in mente qualcheduno?), colpi di scena ben studiati, vallette/ex-miss italia/bellone di turno eroinomani, maghi sfigati, casi umani perenni. Tanto brillante e sfacciata la conduttrice quanto trascurata e psicolabile la poliziotta (indovinate chi interpreta la psicolabile?!) che indaga sulla misteriosa sparizione di alcuni degli ospiti del talk show.

Le fogne romane sono il metaforico scenario in cui si sviluppa questa apologia critica della tv spazzatura. Non a caso lo sceneggiatore è Ammaniti, uno che di “Fango” se ne intende. Epilogo nelle condotte fognarie con la rampante conduttrice che, ovviamente, trasformerà il ritrovamento dei rapiti in evento mediatico, con tanto di puntata in diretta dalle cloache. Morale: la fogna-tv inghiotte nel suo gorgo tutti tranne i pescecani: loro restano sempre a galla.

Forse la metafora l’avremmo apprezzata più metaforica e la critica più criticamente velata. In realtà da bravo comunicatore anche lui, Infascelli ha cercato di esprimere il suo punto di vista il più chiaramente possibile. Ma così facendo ha esasperato la sua visione tanto da non renderla credibile. Tutto lievemente sopra le righe. Anche se “il toro scorreggione” rimarrà negli annali.

La sua regia, le soluzioni visive originali, i colori (vividissimi) e le ambientazioni, invece, ci piacciono molto così. Morgan e i suoi pezzi fanno il resto.

 

Regia: Alex Infascelli

Sceneggiatura: Alex Infascelli, Niccolò Amanniti

Cast: Margherita Buy, Francesca Neri, Valerio Mastandrea

Produzione: Rodeo Drive, Rai Cinema

Anno: 2003

Genere: Thriller (e insomma)

 

 

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