Ho sempre pensato solo ad una squadra “Grande”, Grande con la “G” maiuscola; una compagine dell’altra sponda rispetto a quella in cui mi trovo, ma tanto Grande da conquistarne anche l’altra opposta: il Grande Torino del Dopoguerra. E’ inutile negare che il finale tragico e drammatico di una storia contribuisca all’enfatizzazione della sua leggenda (ovvero: il mito), in questo caso non si sfugge alla regola. Se quell’aereo non si fosse mai disintegrato al suolo, probabilmente Valentino Mazzola sarebbe un arzillo vecchietto di ottantasei anni, felice e malinconico nella sua dignitosa fattoria in campagna a sorseggiare un bicchiere di buon Barbera, in compagnia del coetaneo Loik e del più “giovincello” Maroso. In un momento di stanca, i tre vecchietti, presumibilmente, acceso il televisore in bianco e nero, incapperebbero in qualche trasmissione sportiva e sentirebbero i loro nomi saltar fuori dalla bocca di un giornalista qualsiasi, come modelli da imitare per i calciatori di !
oggi: “gente povera, loro del Torino, con grande talento, tanta passione per lo sport e un certo menefreghismo per il look”. I tre compari potrebbero, a quel punto, avere uno scatto d’orgoglio e ringalluzzire gioviali, smuovendo le loro dentiere per abbozzare un sorriso; alzerebbero le mani al cielo e brinderebbero con un secondo bicchiere di barbera a tutti i loro compagni e in particolare ad Aldo Ballarin ed Eusebio Castigliano, morti entrambi qualche mese prima in un ospizio di Pianezza, per poi tornare ad essere come dei semplici uomini vecchi, che, scambiandosi occhiate malinconiche, comunicano fra di loro e a se stessi la paura dell’Ade. I loro occhi, per cercare un appiglio, si fisserebbero, a quel punto, sulla parete dov’è incorniciata in oro la fotografia della squadra dell’ultimo scudetto del 1953/1954, il decimo consecutivo, cercando rifugio nel ricordo e nella gloria: due espedienti per fingersi immortali.
E’, invece, no! I giocatori del Grande Torino sono rimasti giovani, forti e atletici! Già, in fotogrammi incancellabili del passato. Il destino tragico ha tolto loro lo sfregio dell’invecchiamento e li ha resi ancor più Grandi, mantenendo intatte anche le loro virtù estetiche, perchè come disse Indro Montanelli è come se fossero ancora in “trasferta”. A ben pensarci poco importa come sarebbero diventati adesso e cosa avrebbero fatto se la morte non li avesse bloccati come un lampione nel vento; queste sono soltanto le domande legittime e intime che spettano gravose ai loro familiari. Per noi altri, Valentino Mazzola è Valentino Mazzola: quel giocatore bassino e geniale col carisma del duro e i piedi di fata, e basta, un’icona immutabile nel tempo che solo per noi mortali avanza.
Usare il condizionale e ipotizzare l’impossibile è, invero, soltanto un gioco perverso e surreale, tornare alla realtà significa scontrarsi frontalmente con un trauma collettivo e celebrare il mito. Sono due passaggi che possono infastidire i più restii ad un contatto pubblico con le emozioni, ma sono fondamentali, e anche il film “Ora e per sempre” di Vincenzo Verdecchi, sceneggiatura di Durante e Pennisi, non poteva prescindere dall’affrontare.
Il tempo del film è diacronico, con continui salti fra gli anni ‘90 e il 1949, e si sviluppa intorno ai ricordi di un funzionario della Football Association inglese, Michael (Enrico Ciotti), che viene incaricato dai suoi capi, poco prima della tragedia di Superga, di andare a Torino per cercare di organizzare un’amichevole tra la squadra di club, le cui gesta oltrepassano i confini italici, e la nazionale inglese. Giunto a Torino, viene a conoscenza che la squadra è in partenza per Lisbona, dove disputerà un’amichevole. Si trova, quindi, costretto a rimanere in Italia una settimana più del previsto, in attesa del ritorno di Mazzola e compagni. Nel frattempo conosce casualmente il vecchio Trombettiere del Filadelfia (Luciano Scarpa), e cerca di utilizzarlo come tramite per convincere Valentino Mazzola, una volta tornato da Lisbona, a disputare l’amichevole con l’Inghilterra. L’inglese e il trombettiere si troveranno di lì a poco a contendersi una stessa donna: Sally (Kasia Sm!
untiak), una docente inglese che insegna lingue all’università.
Parallelamente, negli anni ‘90, Valentino (Gioele Dix), brillante manager di una casa editrice, ha appena perso il padre, tifoso del Grande Torino, che dal 5 maggio 1949 vive in un mondo parallelo bloccato nei ricordi. Il padre di Valentino, al telefono, qualche istante prima di morire, ha fatto esplicito riferimento al trombettiere del Filadelfia: “Capitava in quegli anni che la squadra battesse la fiacca, succedeva anche a loro... Allora sentivamo una tromba che suonava la carica e vedevamo capitan Valentino Mazzola rimboccarsi le maniche della maglietta... Da quel momento sembrava che in campo ci fosse una invasione di maglie granata e i gol fioccavano...”. Valentino decide di cercare la tromba in memoria del padre, iniziando un viaggio alla scoperta di suo padre e del figlio spesso trascurato. A Torino incontra Pietro (Giorgio Albertazzi), grande amico del trombettiere, cercando di ottenere degli indizi che lo portino al ritrovamento della tromba.
L’idea del film è discreta, il trombettiere e il funzionario della Football Association sono due buoni strumenti conduttori per parlare del Grande Torino, ma gli elementi positivi della sceneggiatura si smarriscono e si smorzano nella storia d’amore fra Sally e il trombettiere e la contesa fra quest’ultimo e Michael, trasformando dei possibili spunti interessanti in una serie di soluzioni melense. La ricostruzione del clima socio-culturale del dopoguerra è altamente superficiale, così come quella degli ambienti fisici; la scelta degli attori è a dir poco insufficiente col solo Luciano Scarpa, il Trombettiere, in grado di eseguire un’interpretazione pregevole. Giorgio Albertazzi e Gioele Dix sono teatranti e col cinema hanno davvero poco a che fare; l’italiano inglesizzato di Michael e Sally è piuttosto inverosimile, così come i loro dialoghi che rasentano il ridicolo. Alcune scelte registiche sono discrete, seppur non particolarmente originali, come il raccordo temporale tra!
un epoca e l’altra attraverso finti piani sequenza, ma a lungo andare stancano lo spettatore, così come la regia eccessivamente “televisiva”.
Un Grande argomento per un piccolo film. Mi chiedo quanto ancora dovrò aspettare per vedere il film che il Grande Torino meriterebbe.