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Questo film, opera prima dello strabiliante regista polacco Stanislai Kopolovsko, lascia nel sentiero della storia cinematografica un'impronta difficilmente superabile. Si può tranquillamente affermare che dal giorno della sua prima proiezione, inizi una nuova e irremovibile era per la storia del cinema. Proiettato per la prima volta al Teatro Totale di Varsavia, questo lunghissimo-metraggio di 39 ore e 12 minuti ha messo sicuramente a dura prova gli spettatori. Ma con quale moneta ha poi ripagato le loro attenzioni!
Superato questo dovuto proemio retorico passiamo agli aspetti attinenti l'opera. Dal punto di vista tecnico, emblematica è l'inquadratura iniziale: un fermo immagine alternato a sparizioni del nastro ed incendio della sala di proiezione di ben 4 ore e 56 minuti. Solamente l'osservatore più attento ha potuto cogliere in quell'estenuante prima condizione proiettiva l'oggetto di tanta attenzione: una scimmia dentro una stanza completamente vuota che osserva un uomo morto chiedendosi il perchè. Il ruolo dello zoom e del cambio di luce è qui praticamente assente. L'unico ente visivo è la fissità del soggetto-oggetto, alternata come già detto ad eventi reali che si svolgono fuori dalla pellicola, e che vengono, con un vero e proprio colpo di genio “portati dentro”. Strabiliante l'invenzione della sparizione del nastro e dell'incendio che ne fanno a pieno merito la prima opera cinematografica totale che unisce la realtà e la finzione in un ens problematicus inafferrabile.
Alla prima inquadratura, ne segue, nell'opera, solamente una seconda, di 34 ore e 8 minuti, che conclude il film. Tutto si svolge all'interno di un enorme stanza metafisica bianca, la stessa in cui si trovava la scimmia.
Quando quest'ultima sparisce, lanciandosi dalla finestra, rimane sul pavimento della stanza, il corpo dell'uomo morto. Quest'ultimo, da morto, autogenera un'autoanalisi, morte vita, che collima nel riaffioramento dei ricordi estatici di se stesso.
Dovete a questo punto cari lettori fare mente locale sul fatto che tutto si svolge all'interno della stanza e nulla accade al di fuori, perchè il "di fuori" non esiste come "fenomeno" ma solamente come "noumeno"
inconoscibile. E' li che ora è la scimmia. Nella stanza invece è avvenuta la rivoluzione del tredicesimo mese, in un mondo in cui solamente un granello microscopico dell'interiorità individuale non è stata attaccata dalla morte della politica esteriore.
Come può il regista, in modo così chiaro e netto, farci capire il senso dilaniante di questa rivoluzione? Un lentissimo finto-zoom in cui succede di tutto, logorante quanto illuminante, che si conclude in uno spaventoso finale, quando il protagonista ci svela cosa veramente è successo.
Il quadro politico, pur essendo centrale nella trama, perde in questo film la sua quintessenza, diluendosi nell'infinita potenza dell'interiorità umana, che fagocita e crea tutto, pur nel limite della sua trascendenza.
Questo viene fatto solo grazie a una straordinaria e nuova tecnica, grazie a una sceneggiatura introvabile (si è bruciata nel rogo), e grazie a una colonna sonora tanto assente quanto preoccupante. E' l'emozione umana stessa, questo film. E' "il" viaggio trascendente per antonomasia. Eppure le vicende politiche concrete sono tante e complesse: 323 ribelli sparsi in tutto il mondo-stanza, che non si conoscono tra di loro, ammazzano a badilate coloro che ancora sono in grado di prendere decisioni, mangiandone i corpi, vomitandone i resti, generando un limo fertile sopra il quale cresceranno le nuove idee eterne: l'ingiustizia e la sorella-morte. Sulla base di queste idee, sorgeranno i nuovi giorni, in assenza di tempo, fino a giungere nei più profondi meandri dell'essere umano: il tredicesimo mese.
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