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"IL CERCHIO" di J. Panahi
Autopsie di film
Scritto da Coumadin   

Scusate, mi ero proposto di finire ogni "recensione" con un frase relativa al cinema che non doveva necessariamente centrare con quanto scritto prima. Ma, come vedete, la frase l'ho messa prima tanto per far capire che aria tira su questa "recensione" non autorizzata. L'incazzatura non è dovuta tanto al fatto di aver perso in una botta sola i denari del biglietto e due ore ma al dover constatare la sopravvalutazione del cinema dell'Iran da parte della critica europea che continua ormai imperterrita da almeno 3-4 anni. Sarà che tutti hanno paura di perdere terreno rispetto agli sproloqui di Ghezzi e di chi gli perde le bave dietro? O sarà un inguaribile desiderio di conoscere realtà "altre" rispetto a quella europea? Ma allora perché nessun distributore si sbatte a far girare qualche film africano o asiatico anche se non ha vinto premi (immeritati) nei principali festival europei? E perché c'è sempre più gente che esce sbuffando dalle proiezioni dei film di Kiarostami (o di Panahi, nel nostro caso)?

Comunque, per tornare al film: tratta delle vicende di tre donne evase dal carcere che cercano di reintegrarsi minimamente nell'ottusa società iraniana, dei loro incontri (sempre al femminile), delle restrizioni imposte alla donna dalla cultura del loro paese. Peccato che lo faccia senza aggiungere nulla di nuovo rispetto a quanto chiunque può sapere della cultura islamica dalla lettura dei giornali. Peccato che lo faccia con espedienti narrativi che il cinema occidentale proponeva già più di 40 anni fa. (Mi riferisco alla narrazione di tipo "circolare" per cui, alla fine del film, l'ultima inquadratura ci mostra le protagoniste nella stessa cella dalla quale si presume abbia preso le mosse la vicenda) Peccato che lo faccia mostrando le vicende con la pretesa del cinema di indagine documentaria ma omettendo volutamente e stupidamente un mucchio di particolari che renderebbero il film se non altro più comprensibile. Peccato infine che lo faccia con una verbosità e un descrittivismo pressoché inutili e che mettono a dura prova anche gli spettatori più pazienti. Spiace dirlo, ma Panahi è ormai l'ombra del regista che solo 5 anni fa aveva realizzato un film pieno di idee come Il palloncino bianco.

 

 
 

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