70 volte 7
Autori Laperquisiani
Scritto da Rigo   

Era una casa molto ma molto strana, le pareti erano dipinte con un pattern a quadretti bianchi e neri il cui lato doveva essere circa un metro. In mezzo, erano collocati due divani da tre e due posti di colore giallo e una poltrona blu.

In fondo alla stanza un megaschermo televisivo ( doveva essere più o meno un cinquanta pollici ) con un videoregistratore sotto. A fianco c'era un impianto ad alta fedeltà di grosse dimensioni che pilotava una decina di casse sorround  sparse in tutta la stanza che ben si mimmetizzavano tra quei quadri neri che menzionavo prima.

Sulla parete opposta un unico grande dipinto, futurista presumo, che partiva da pochi centimetri sopra il pavimento e arrivava fino alla cornice del soffitto. Solo in quel momento, notavo sul soffitto dei disegni in altorilievo che riportavano la mia mente ai tempi del rinascimento.

Nient' altro anzi, a fianco del megaschermo c'era una vetrinetta al cui interno vi era una collezzione di lattine: dalla Coca-Cola, alla birra Bud, alla Red Bull che apparentemente non ci "azzeccava niente" con il resto della stanza.

Il pavimento poi era tutto un programma. Piastrelloni di grosse dimensioni riproducevano, con una gamma di colori dal giallo al rosso porpora, un disegno astratto che produceva in me un certo turbamento. Il disegno mi suggeriva, in qualche modo, l' incanto dello sbalorditivo fugace incontro del fuoco con la luce.

Tutto ciò era molto inquietante. Nella mia vita, dopo 40 anni avevo girato mezzo mondo, avevo visto di tutto, davvero di tutto: dalle favelas di Rio ai vicoli del Sanità; dalle miniere di diamanti di Joannesburg alle metropoli giapponesi ma, mai avevo visto, mai avevo sognato niente di simile.

Anche colui che ci viveva doveva essere molto strano. Era un artista forse o che ne so, un architetto o un musicista.

Quello che era sicuro è che non era un tipo qualunque.

Capi tutto solo quando questi entrò.

Era un tipo molto ambiguo: vestiva anni 60, pantaloni a "zampa di elefante"

di colore verde scuro, scarpe di cuoio nere intagliate con un disegno classico, con un alto tacco e una punta molto pronunciata e una giacca blu in cotone, ecco,avete presente quella che indossava Massimo Troisi in "Il postino" era la stessa. Sotto, portava una camicia da cowboy di colore marroncino con un fular con i colori del P.K.K. al collo. Il viso era quello di un uomo sui quarant' anni: occhi verdi con sopracciglia molto folte; il naso pronunciato, ombreggiava due splendide labbra, molto carnose, che lasciavano intravedere una dentatura perfetta.

I capelli neri rasta, come quelli di Bob Marley, scendevano sulle spalle, scoprendo nei movimenti due basettoni stile Jerry Lee Lewis.

Niente però mi  lasciava presagire quello che sarebbe successo di li a poco.

Fece un gesto di saluto con il capo, avanzò di 3 passi e pronunciò la fatidica frase: "Tu sei vicino, molto vicino, alla tua morte". Io, rimasi sconvolto da questa frase e indietreggiai di 3 passi.

Estrasse dalla vetrinetta dietro la TV una scacchiera e i pezzi per giocare a scacchi.

Erano dei pezzi molto strani, colorati e lui li dispose sulla scacchiera sia per me che per lui. I pezzi non erano quelli soliti infatti, al posto di torri, alfieri, cavalli, pedoni, re e regine vi erano delle statue in miniatura raffiguranti gli antichi dei latini. Ad esempio, al posto del re c'era Giove e al posto della regina vi era Venere.

Lui fece la prima mossa; io, che nella vita ero stato un discreto giocatore di scacchi, campione del mondo Juniores e avevo battuto sia Blue Chip che Gerry Kasparov, non mi tirai indietro e iniziai a giocare. Sembrava che ad ogni mossa si muovesse qualcosa nella casa infatti i quadri bianchi e neri avanzavano o indietreggiavano uno alla volta. Dopo un po' mi accorsi che lui era più forte di me e man mano che la partita procedeva, la stanza alle mie spalle si restringeva mentre quella alle sue spalle si allargava, questo a causa di quegli strani movimenti dei quadri bianchi e neri.

Dopo "70 volte 7" ore di gioco estenuanti mi dichiarò lo "Scacco Matto"  e improvvisamente, la stanza si restrinse definitivamente alle mie spalle e sotto i miei piedi si aprì una voragine, come se qualcuno avesse improvvisamente tolto il piastrellone su cui poggiava la mia sedia.

Iniziai a precipitare nel vuoto, in un pozzo senza fine e ancor oggi, dopo "666" anni da quel giorno fatidico a punizione della partita fatalmente persa, sto scendendo verso il meno infinito e chissà per quanto ancora.

 
 

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