Riflessione #1
Autori Laperquisiani
Scritto da skui   

Quella che state per leggere è soltanto una storia. Ma neanche una storia, è solo un pezzettino della storia della mia vita di cui mi va di parlare. Quindi se vi va di leggere continuate, altrimenti cestinatemi, non mi offendo. Quello di cui voglio parlarvi è un abbraccio.

In questo periodo di ritorni dalle ferie si rincontrano amici che sono stati via, chi per una, due, tre settimane e i più fortunati un mese.

Allora quando torni, o ritornano loro, tutti a salutarsi, abbracciarsi, ci si raccontano storie malate, scazzi avuti in ferie, sbronze, conquiste, treni persi.

E tutti questi abbracci mi hanno portato a riflettere e sono sempre più convinto che Marzia ha ragione: ci si abbraccia troppo poco. Tra amici, tra famigliari, tra amanti, tra noi. Tutti dovremmo abbracciarci un po' di più, fa bene psicologicamente.

E mentre ero ad un semaforo e ascoltavo Luciano e la sua raucedine, la mia mente ha cominciato a cercare l'abbraccio più bello, il più sincero, il più intenso e vero che abbia mai vissuto. Lasciando perdere la parte amorosa, che sarebbe anche troppo mielosa per parlarvene (Marzia non ti incazzare), l'abbraccio migliore l'ho scambiato con un amico: Patrick.

Era l'ultimo giorno di scuola delle superiori. Ma proprio l'ultimo, dopo cinque sudati anni tra banchi, interrogazioni, scopiazzature, figure di merda, storielle sentimentali e non e tutto il resto. Ricordo perfettamente che avevo bevuto un po' di vinello per festeggiare, ma non ero per niente alterato dai suoi fumi.

Era l'intervallo, dopo ci sarebbero state due ore di storia(ci sarebbero state per modo di dire, perchè nessuno di noi avrebbe permesso alcun tipo di lezione in classe). Io e il mio amico Guru stavamo aspettando le nostre Giulia e Rita (diosanto che colpo che aveva messo a segno quella volta il Guru, una fanciulla da diecielode) che venissero a prenderci per poi passare un pomeriggio d'amore assieme. L'estate stava iniziando, anche se per me quell'anno non iniziò mai.

Tra me e Patrick quello non era il periodo migliore: lui non sopportava la mia ragazza, per gelosia e perchè faceva bene che era una persona diversa da quella che io pensavo fosse; in compenso io ero incazzato con lui perché speravo che un amico non ti mollasse dopo che hai trovato una ragazza di cui pensi(ahimè!) di essere innamorato. Ma non mi aveva mollato, evidentemente era un suo modo inconscio di farmi capire che non era la cosa giusta per me. E non lo è stata.

Mi ricordo che quel giorno sono scappato dalla classe prima che il professore di italiano, Glauco Sant'agostino, entrasse. Lo incontrai nel corridoio, lui con la sua camminata flemmatica di chi è sull'orlo di arrendersi e io co mio passo lungo e incalzante correvo ché avevo poco tempo(non ne ho mai abbastanza, è una droga!). Ricordo che lo salutai troppo velocemente, molto più distrattamente di quanto

meritasse: era l'unico degno di un saluto come si deve, con riconoscenza e ringraziamenti. E invece è stato quello che ho salutato nel modo peggiore.

Fuori c'era il Guru che aspettava le nostre belle. Ci sedemmo sui gradoni della scuola, chiaccherammo, sparammo stronzate come al solito e sono suicuro che ci scappò anche qualche discorso grigioasfalto sui cinque anni che stavano per finire, su un epoca che era già passata mentre ne parlavamo.

Poi arrivarono le donne. Ricordo nitidamente tutti i loro commenti schifati e acidi sulla scuola, sulla gente che entrava&usciva, sul traffico che la riempiva. Ricordo come quei discorsi mi hanno ferito, io orgoglioso del mio ITIS Feltrinelli, delle autegostioniOkkupazioni, delle manifestazioni, delle sbronze, delle risate, del casino e tutto il resto. Mentre lei, dall'alto del suo corso universitario, rideva di quello che era il mio mondo. Ma cercai di non farci caso.

Dopo i saluti&bacini andammo a fare un giro per gl'ultimi addii, per fare le ultime promesse di rivederti che sai già nel momento in cui le fai che quella persona la perderai definitivamente nel momento in cui le girerai le spalle per andartene.

Andammo in cortile, lì c'era festa grande. C'erano i più fatti che circolavano quel giorno a scuola: chi vino, chi birra, chi fumo, chi maria, chi qualcosa di più chimico. C'erano i bonghi, qualche chitarra, c'era RobyRobba che rollava e mi guardava male(non l'ho mai convinto fino in fondo a quello lì), c'erano punkettini buttati per terra, c'era il writer che sfogliava il suo book di opere sognate, c'erano i tamarri canterini che sembrava fosse il karaoke del coro da stadio.

E c'era Patrick che suonava il suo fantastico bongo. Io e lui ci vedevamo praticamente ogni giorno, abitiamo vicinissimi. Ma quello era l'ultimo giorno lì dentro, l'ultimo dopo tanti passati assieme scambiandoci tutto, tutto.

Salutai tutti quelli che conoscevo a parole e strette di mano, mentre quelli che non conoscevo di persona li salutai con uno sguardo, ricambiato; sicuri e fieri entrambi.

E per ultimo lui. Ricordo che prima mi strinse la mano, forte, davvero forte mentre io non lo facevo per rancore. Lui era molto più sbronzo di me, quindi era se stesso senza nessuna pellicola o filtro. Quindi mi guardò dritto dritto negli occhi, mentre io cercavo di sviare lo sguardo. Poi sorrise, strinse la mano ancora un po' più forte e allora lo riconobbi. Sputai il rancore che inquinava quel momento, strinsi anch'io e lo fissai negli occhi col mio ghigno, aperto senza che me ne accorgessi. Dopo un secondo lasciammo la stretta e ci abbracciammo. Una stretta da fare male, ma nessuno dei due sentì dolore; io lo alzai da terra come faccio sempre negli abbracci che sento di più. Ricordo che facendolo rischiammo di cadere a terra come due deficienti. Poi ci staccammo, l'abbraccio finì sfumando in un'altra stretta di mano e uno sguardo di quelli che so io.

Mi girai e ce ne andammo. In quel momento mi sentivo felice, pieno di me, contento di quello che mi avevano regalto tutte quelle persone laddentro, contento che quell'ambiente fosse così, contento nonostante tutto della mia amicizia con Patrick. E ricordo che lei riuscì a piegarmi in due prima ancora che uscissimo da lì: cominciò a giudicare quell'ambiente che lei diceva malfamato e sporco, giudicò la gente ubrica persa che rompeva le bottiglie contro il muro e arrivò persino a giudicare i bidelli.

Fin lì ressi, ma quando giudicò l'abbraccio che c'era appena stato(vi ricordo che è il più bello della mia vita, finora) mi piegai.. E lo giudicò falso,  stronzo come la persona che neanche cinque minuti prima mi stringeva. In quel momento capii che era sbagliata, che ero un coglione e che prima sarebbe finita meglio sarebbe stato. Per me.

Passai il portone principale per l'ultima volta come studente (poi ce ne furono altre come maturando) fissandomi la punta delle scarpe, guardando i piedi che alternatamente avanzavano davanti a me.

Un mese dopo con Giulia era finito tutto. Patrick è ancora mio amico, ci vediamo meno perchè le nostre strade si sono separate e, sinceramente, la ferita di quell'estate non si è mai richiusa del tutto. Ma c'è.

 
 

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