Fuel
Autori Laperquisiani
Scritto da skui   

Le gocce di pioggia scendevano lungo il finestrino alla mia sinistra come fossero lacrime, tutte dritte e composte. Il semaforo era rosso e la testa mi faceva male. Ormai erano settimane che pioveva e l'umidità mi era entrata nel cervello rendendolo molliccio come un biscotto troppo inzuppato. In silenzio ascoltavo la musica della goccie che cadevano quiete sulla macchina; questo rumore mi è sempre piaciuto, ma dopo settimane di continua colonna sonora era diventato anche troppo insistente. Decisi di far partire il nastro e Somewhat Damaged dei Nine Inch Nails iniziò docile e promettente. Ero nervoso, forse troppo. Erano mesi che non riuscivo a cavare niente da quella mia testa pigra, niente di sensato almeno. Mi sforzavo, ma i risultati erano tutti banali e tutto diventava vano. Scrivere canzoni non è una cosa che si può fare a comando: una manciata di ispirazione e un pizzico di atmosfera giusta dentro e fuori di te; bisogna essere stimolati da qualcosa o qualcuno, bisogna avere un'immagine in testa.

Cose che ho sempre avuto, ma non in quel periodo. La luce del semaforo divenne verde e la macchina partì con uno scatto nervosamente elettrizzato. Da due giorni la spia della riserva mi salutava del basso del cruscotto, ma la consapevolezza della leggerezza del mio portafogli era sempre presente nella mia mente come una colpa nella mia coscienza. Nella notte le luci del mondo attorno alla mia macchina arrivavano frantumate e mischiate dalle migliaia di goccioline che ricoprivano i vetri. Mi muovevo rapidamente verso casa, attraverso quel deserto cittadino delle due di notte, dopo una serata passata inutilmente in sala di registrazione senza trovare un compromesso tra le pretese del produttore e il buco nero della mia mente. Poche volte mi ero sentito così fallito, inutile e inerme; è come se mi sentissi trasparente. E il pensiero di tutto ciò mi deprimeva ancora di più: non sapevo più chi fossi, cosa volessi davvero, se fosse arrivato il momento di tornare sui miei passi e dichiarare persa la battaglia. Spinto da questa amarezza svoltai in un distributore deciso a spendere i miei ultimi soldi in benzina con cui poter arrivare al ponte sopra il fiume Deco per starmene un po' in contemplazione della piena d'acqua, nella speranza che si porti via anche me. La stazione di servizio era enorme, troppo per un paese di provincia. Nella parte davanti aveva una serie di pompe, al centro la casetta del benzinaio e dietro gli autolavaggi con aspiratori annessi. A volte mi è capitato di vedere un travestito lavorarci, ma ora era deserto. O così sembrava.

Parcheggiai davanti alla pompa numero 6 e scesi dalla macchina lasciando la portiera aperta in modo da continuare a sentire la musica. Una ventata gelida mi investì il viso facendomi venire i brividi lungo tutta la schiena, brividi talmente potenti che si serrarono anche attorno ai polsi. Tirai su il colletto dello spolverino di pelle e mi diressi verso il mangiamoneta automatico.

Provai tre volte ad infilare i soldi senza successo, ma alla quarta ebbi la meglio. Allungai l'indice per premere il pulsante e nello stesso istante in cui lo schiacciai sentii un gemito e un tonfo sordo di colpo provenire da dietro la casetta, dove era l'autolavaggio.

Spinto dalla forza sovrumana della curiosità mi dimenticai della benzina e andai a vedere. Mi misi sul lato della costruzione in modo da vedere senza essere notato. La scena che vidi mi svuotò il cervello da ogni pensiero: a venti metri da me cinque uomini in giacca e cravatta erano attorno al corpo sanguinante e pieno di lividi di un travestito, sdraiato supino per terra con le mutande alle caviglie e il culo scoperto. Tre degli uomini erano senza giacca e avevano le fondine ascellari con tanto di pistole; dei due con la giacca uno si stava levando dalle mani un paio di guanti in lattice come quelli usati dai medici. "Di sicuro non li ha mangiati gli uvuli" disse quest'ultimo al quinto, probabilmente il capo del gruppo.

Uno dei tre in maniche di camicia si accovacciò sul corpo, gli afferò l'orecchio e disse con una smorfia da cane rabbioso "Ti conviene dirci che cazzo di fine gli hai fatto fare se non vuoi passare le pene dell'inferno" lasciò la presa e gli sputò in faccia. Il corpo a terra si contorceva per il dolore e tossiva conati di sangue. I cinque si riunirono a cerchio per parlare separatamente e lasciarono il travestito li vicino. Nessuno mi vedeva, avrei potuto fuggire continuando a farmi i cazzi miei ma non ce la feci, il mio cervello era ancora atrofizzato dall'umido. In uno degli ultimi slanci di forza il travestito urlò "Scappa Carmen!" Da un angolo oscuro vicino alla casetta, ma dalla parte opposta alla mia, vidi l'ombra di una figura che cominciò a correre verso le pompe. I cinque si voltarono immediatamente in quella direzione e i tre in maniche di camicia cominciarono a correre. A mia volta mi voltai e corsi nella macchina.

Entrai prima che i tre spuntassero dalla casetta, così non mi notarono e passarono davanti alla macchina continuando nella loro corsa. Tirai fuori dalla tasca le chiavi della macchina, che per la fretta mi caddero sotto al sedile di fianco. Mi abbassai per raccoglierle e mentre mi tiravo su notai che sul sedile a fianco c'era un borsone blu scuro, di quelli che regalano le palestre.

Abbassai la cerniera e vi trovai dentro qualche mazzo di banconote e palline tipo quelle per le sorprese degli ovetti di cioccolato. Non sono mai stato né un pusher né un ricettatore, ma quella era l'unica fonte, da mesi, di emozioni che mi fosse capitata. Mi sentii come in un film. Alzai la testa da tutto quel ben di dio e, a qualche metro davanti a me, vidi i due uomini in giacca. Mi fissarono per un secondo e subito capirono tutto dalla mia faccia. Con uno scatto violento cominciarono a correre verso di me. Misi in moto, feci manovra in retro e me ne andai da dove ero arrivato mentre le gomme fischiavano per lo sforzo. La pioggia era diventata più insistente e i tergicristalli mi passavano rapidamente davanti. I miei occhi, come in un tic, continuavano a fare la spola tra la strada e lo specchio restrovisore. A un tratto vidi nello specchietto la luce di due fari uscire dal distributore: venivano a riprendersi la borsa. Scalai marcai e accelerai al massimo. Ormai ero entrato nella parte e non avevo nessuna intenzione di uscirne. Dopo qualche centianio di metri i fari si fecero più vicini. Battiti del cuore accelerati, giri del motore al massimo, musica sempre più incalzante, pioggia rullante sui vetri e gomme in lotta contro l'asfalto. Dovevo pensare a qualcosa che mi permettesse di sfuggire all'inseguimento. L'unico vantaggio in mio possesso era la conoscenza delle viuzze del paese, luoghi in cui avrei potuto schiacciare il pedale dell'acceleratore sicuro di me stesso. Ormai erano attaccati al mio paraurti ed era arrivato il momento di reagire. Il paese si trovava nella direzione opposta alla quale stavamo andando, ma la strada era abbastanza larga da permettermi l'inversione istantanea: tirai il freno a mano e nello stesso istante girai tutto il volante verso sinistra, la macchina fece un giro ampio, più di centottanta gradi, e la ruota posteriore destra si appoggiò contro il marciapiede. Manovra quasi perfetta.

L'altra macchina continuò per qualche metro e inchiodò scodando a causa dell'asfalto bagnato. Ripartii in direzione del paese mentre loro facevano manovre per l'inversione. Mi diressi verso il centro storico. Il numero mi era uscito benissimo, ma non mi aveva dato abbastanza vantaggio per stare al sicuro. Passai sotto l'arco vecchio del paese con un piccolo salto sul dosso. Mi ricordo di quando giravo come un pazzo per queste vie in motorino, impennando, sgommando e saltando sui marciapiedi; adesso posso dire che a qualcosa è pur servito. Le vie erano sempre più strette e le curve sempre più decise.

Guidavo sicuro, scegliendo gli stop a cui non c'era bisogno di fermarsi e i sensi unici più minuscoli, ma non ero abbastanza scattante per potermeli lasciare completamente alle spalle. La luce sfocata dei fari mi seguiva a distanza scrutandomi rabbiosamente. La mia macchina non aveva abbastanza potenza, l'unico modo per salvare la pelle e il malloppo era sparire. Ma in paese è praticamente

impossibile: ogni angolo è illuminato da lampioni, insegne e luci antirapina delle case, quelle lasciate accese tutta la notte per far credere che dentro qualcuno è sveglio. Feci una curva a gomito a sinistra, la macchina perse aderenza e si mosse diagonalemente; con uno scatto di volante ripresi il controllo senza danni. Mi venne in mente dell'idea avuta poco prima: il ponte! Li intorno è abbastanza buio e poco prima del fiume c'è una stradina che penetra in un bosco subito dopo una curva cieca: perfetta per sparire nel nulla. Il solo problema era che la strada che portava li era troppo dritta e sgombra e avrebbero guadagnato terreno fino a raggiungermi. Intanto continuavo a correre per i vicoli, mentre la sagoma scura nello specchietto si faceva sempre più vicina. Vidi davanti a me, in lontanaza, una luce rossa lampeggiante lungo il profilo di una casa, all'altezza di due metri. Ecco cosa mi serviva: un'impalcatura!

Andando addosso all'utimo palo la struttura avrebbe ceduto e bloccato completamente la strada permettendomi di fuggire. Certo, il piano era

rischioso: e se avrebbe ceduto in avanti, bloccando me? E se dopo il colpo non sarebbe ceduta affatto? E se avessi danneggiato la macchina in modo tale da non poter fuggire? Tutti questi dubbi li ho ora, sul momento non avevo alternative. Allacciai la cintura e gli andai addosso. La colpii con la parte destra del muso, in modo da non rompere parti vitali, e il piede di appogio si piegò in avanti. La macchina si sfaldò dalla parte destra e ruotò verso sinistra mettendosi di traverso; niente di grave avrebbe camminato ancora. Lo scheletro di ferro traballò un po' e poi cadde al suolo, con un cigolìo che sembrava fosse un animale in punto di morte. Mi crollò di fianco ostruendo il passaggio come nei piani. Io ripartii subito sgommando mentre piccoli pezzi di macchina cadevano sulla strada.

Sentii nettamente la lunga frenata e il colpo netto contro lo scheletro d'acciao. Non avevano distrutto il loro mezzo, ma per il momento erano bloccati. L'adrenalina che mi induriva i muscoli svanì quasi di colpo e mi sentii rilassato e felice. Abbassai il finestrino e gridai come un pazzo, strombazzando a ritmo di musica. Sembrava tutto finito; ora non mi rimaneva che andarmene fino al ponte a imboscare la macchina e la sacca. Sarei andato a piedi fino alla riva del fiume e sarei rimasto a guardare l'acqua scorrere per qualche ora fino a che non mi sarei sentito sicuro abbastanza per riprendere la borsa. Mi sentivo eccitatissimo, come se l'energia passasse per le mie vene solo in quel momento. Sul mio viso un ghigno da joker brillava nel buio mentre la pioggia ormai si affievoliva. Mancava davvero poco ormai, mi sentivo al sicuro e inscalfibile. E in quel momento la macchina cominciò a rallentare, poi iniziò a saltellare e alla fine si fermò, proprio a cento metri dalla stradina per il bosco.

Il ghigno si sciolse in un bagno di sudore. Provai un paio di volte a girare la chiave per farla ripartire, ma senza benzina il motore non si sarebbe mai avviato. Tutta l'eccitazione mi crollò addosso e mi sentii la persona più stupida di questa terra. A un passo dalle nuvole. Mi lascai andare sconfortato e appoggiai la testa sul volante mentre la musica continuava coi suoi riff di chitarre arrugginite.

Era talemente forte che non mi resi conto che mi avevano raggiunto e che erano proprio dietro di me. Uno di loro scese, corse verso la mia portiera e bussò con la canna della pistola. Solo allora mi accorsi:

vidi la sua figura dai contorni indefiniti attraverso il vetro e vidi il bagliore del ferro che teneva in mano. Bussò ancora e abbassai la musica e il finestrino, col cervello e il sangue gelati. "Mi dia la borsa e nessuno le farà niente. Abbiamo fatto abbastanza casino per stanotte.." Continuando a fissare la canna allungai una mano tremante verso la borsa e gliela passai. "Grazie della collaborazione" disse lui strappandomela dalle mani senza abbassare la guardia.

Indietreggiò verso la sua macchina e io continuai a seguirlo con lo sguardo attraverso lo specchietto. "Sì commissario, nessun problema...

" disse la figura scura mentre infilava al pistola nella fondina sotto la giacca. Mise in moto, fece manovra e sparirono nel buoi alle mie spalle. Ora tutto era finito. Non mi importava niente di aver perso il bottino, di aver rotto la macchina, di aver rischiato che uno sbirro mi riempisse di buchi. L'importante era che, dentro me, avevo avuto la mia razione di scosse telluriche. Era come se il mio corpo si fosse ubriacato di adrenalina e si fosse rigenerato. E così la mia testa: mi sentivo carico e pieno di voglia di fare. Scesi dalla macchina e mi incamminai verso il paese. Avrei buttato giù qualche amico dal letto per riportare la macchina a casa. Tutto ciò il prima possibile per non perdere neanche un istante di quell'uragano che mi girava dentro.

 
 

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