|
Annullarsi significa donarsi a Dio. Questo prima lo penso, poi lo rifiuto. Mi sono dunque annullato, all’interno del mio pensiero. Ho percepito le due parti della mia mente: una che parla, da sé; e una che ascolta, con me. Quest’ultima è prigioniera della prima, che è realmente libera, solo lei, inconsapevolmente.
Il fatto che io tenda ad annullarmi significa che desidero vivere solo la vita possibile: quella vagamente accennata dal tuo pensare quando sei libero, poiché niente esiste, e sei innamorato di tutto. Vi dimostro come e perché intendo vivere, accennando ad una vita possibile.
Torino, 20/09/2003. Questa è la data, gli eventi sono già in mè, pressappoco.
Cammino da qualche minuto in questa stretta stradina, che non si perde nei boschi ma va dritta per la sua, che è una direzione ben certa. Questo sentiero, lo so, conduce alla borgata di Maramalla. Qualche conoscenza mi lega a quel gruppo di case, in primo luogo Arianna, in secondo luogo la chiesetta diroccata, ex casa di una anziana signora, e il fatto di aver violato tale chiesetta con un gesto idealistico. Il bosco è relativamente il padrone estetico della situazione ed assolutamente il padrone di sé stesso.
Soltanto pochi pensieri riesco a portarmi dietro, perché quando si fanno più numerosi ed intricati li amalgamo tutti insieme: voglio sempre le stesse cose.
Ad un certo punto la stradina finisce in un punto qualsiasi del bosco (senza passare da Maramalla) e proprio qui, dove finisce, c’è una sedia molto luminosa e simmetrica, ma con le quattro gambe che terminano in rivoletti affusolati, come un’onda del mare al contrario.
Decido di sedermisi sopra, ma il mare, che ho appena pronunciato, mi procura sempre forti emozioni, e così aspetto qualche secondo prima di sedermi.
Ad affare fatto e cioè una volta seduto, una voce dietro di me si fa sentire: “… senti, caro. Prendi le cose che hai dentro di te, non devi sforzarti di cercarle, sai quali sono. Dopo che hai fatto ciò vieni con me, cioè, con la mia voce, che sarà così la voce della tua coscienza.
Voglio mettermi a battere le mani, come faccio quando impazzisco dalla gioia e mi illudo che le sensazioni belle sono realmente possibili, a prescindere dal tuo pensare che le crea e le governa. In ogni caso i miei occhi esprimono, al momento attuale, tutta la gioia che provo.
Una volta seduto, la prima cosa che vedo apparire dal nulla è un gruppetto di fanciulle, mie amiche, tutte diverse, tutte uguali. Inizio a far loro un solletico delizioso, ma la più forzuta di tutte loro apre la sua mano, prende una piccola rincorsa di sette metri, mi cinge il collo e mi percuote di schiaffi: “Cosa fai, cretino. Che fai? Sei cretino? Cretino? L’equidistanza media che le pulsazioni richiedono dall’interpretazione degli eventi esterni è stata da te ora superata, quindi dichiaro che questo è un sogno. Un banale, normalissimo sogno.” Mi ero perciò semplicemente illuso.
Quel boschetto ora è stato annullato nella sua essenza, da un Arcivescovo, si doveva vederlo mentre usava la motosega, come impazzito.
|