|
E’ oramai evidente l’imposizione vellutata del costrutto normativo. Il suo obiettivo è il controllo costante e ripetuto della persona nei suoi singoli gesti. Il suo risultato, come mostra una sorta di lacrimazione invisibile, è il soffocamento delle libertà che recano la felicità, forma e misura dell’armonia decretata fra il dentro e il fuori di ogni persona.
La rincorsa di questo costrutto è notevole. Può essere che non sia possibile misurarla, perché suo costituente è la paura dell’uomo di perdersi in un perimetro già perso, perché da costruire e definire passo dentro passo.
Il costrutto normativo non reca avanzamento ma tiene ferme le cose, dà forza alla debolezza che si è affermata e resa regola costitutiva del nostro comportamento. Lo si guardi bene: è lì che nasconde l’amore.
Questa è la materia prima del costrutto normativo: la tendenza impositiva della debolezza umana che tende a osservare l’altro uomo come causa e spazio delle proprie regole. Queste le conseguenze: l’incapacità di osservare l’uomo senza appiattirlo e la paura di essere osservati; l’immobilismo liberatorio; l’appiattimento e la bruttezza; la mancanza di fiducia nell’uomo e la sofferenza.
Il Regno apparente del costrutto normativo è: l’insieme delle organizzazioni che producono regole (coscienze collettive).
Il Regno finale del costrutto normativo è: lo spazio e il respiro della coscienza individuale nel suo stare e fuggire.
|