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Quasi un testamento
Autori demiurghi
Scritto da Maria Teresa Santalucia Scibona   

Mie care figlie,

che per lunghi anni
aveste il tormentato peso
del mio tramonto;
voi uniche primavere
del precario vivere.
Col sorriso innocente
di bimbe diluiste la pena,
la mia stanca impazienza.
A stento trattenevo il pianto
che trafigge l’anima e l’ansia
irragionevole e la mestizia
di incepparvi i sogni.

Mie rondinelle,
costrette a voli bassi
a cieli limitati.
Volevo regalarvi favolosi
eldoradi festonati di stelle
e lune colorate e nuvole
di zucchero filato.
Invece, come in simbiosi,
questo crudo dolore
di giorno in giorno invischia
le membra rattrappite.

E di questo relitto alla deriva
solo lo spirito tiene salda la rotta.
Magra è la pesca
"dell’avere" dopo la tempesta.
Un amore infinito è la sola
ricchezza che vi lascio,
nelle maglie smembrate della rete
e qualcosa di me, la tenerezza.

 
 

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