Home Bariccole Brù-ce Brù-ce
Brù-ce Brù-ce
Bariccole
Scritto da Chinasky   

Bruce SpringsteenSe scorro indietro nella memoria, arrivando fin nei pressi del liceo scientifico che ha incorniciato la mia crescita culturale, vedo un gran bel figliolo dal fare impettito, con le cuffie nelle orecchie e un giornaletto in mano. L'andi è considerabile, invero, del tutto ingiustificato, mentre il resto porta le note di Bruce Springsteen e/ o il titolo di Mucchio Selvaggio.

Così vagolando attraverso i perigli della pubescenza il prode sottoscritto aveva insane passioni (a dirla tutta ben poco 'in', almeno secondo i canoni imperanti del grunge e dell'alterna) per una testata giornalistica 'da matusa' e un cantante dell'entroterra east- coast.

Il resto è venuto dopo e, a conti fatti, ha lasciato probabilmente meno segni. Un cammino claudicante verso la maturità fatto di illusioni e poco altro. Tempi in cui ero convinto bastasse una canzone giusta al momento giusto a risolvere qualsiasi cosa.

Spiegare il perché un brano, una poesia o la forma sintetizzata delle due possano sposarsi tanto bene alle situazioni non è affar mio, men che meno intenzione. Interessa rendere qui noto quanto di 'springsteeniano' ci sia nella mia storia, negli anni che intercorrono tra il terzo e il quarto lustro.

Così introducendo si capisce con quale irrequietezza d'animo mi sia recato il 28 giugno 2003 in quel di Milano, stadio San Siro, per assistere alla Sua esibizione. Mai infatti mi era capitato di vederLo dal vivo, un po' per pigrizia, un po' per sfortuna.

A tal proposito una signora m'interroga: "Ma come! Non è possibile...", mentre sorseggia una frizzantissima Coca Cola dietetica che odora di saccarina ed aspartame lontano un chilometro. Mi aspettavo un incitamento, un qualcosa di simile alla compassione (nel senso elevato del termine). Ho trovato solo l'onta di esser considerato sacrilego. "Chissà mai se quando torno a casa non mi ritrovo con un misterioso segno rosso sulla porta". Sono le 17 e questo resta l'ultimo pensiero della giornata, perché il resto non ha più nulla di razionale. Ho la peculiarità di seguire i concerti in uno stato di estatica stasi cerebrale, che non mi permette nemmeno di memorizzare le canzoni o di immagazzinare e catalogare nell'immediato le emozioni. D'altra parte, però, sono dotato di un inconscio da mille e più fantamilioni di mega-bytes che rimanda nei giorni successivi alla slow-motion tutto quanto di memorabile a cui ho avuto la fortuna di assistere.

E così è capitato anche a questo giro. Tradito temporaneamente da gambe e cervello vengo preso di peso, posizionato sugli spalti di San Siro e poi riportato a casa. Come un pacco postale. L'indomani mi risveglio sudato e cominciano ad affiorare riflessioni, fotografie, sensazioni. E quanto seguirà (cioè la recensione vera e propria) sarà il frutto di un'ingegneristica edulcorazione dei toni. Perché altrimenti l'articolo si sarebbe dovuto ridurre ad una sola parola: "passione".

**

La prima notazione è forse la più banale.

Bruce Springsteen e la E-Street Band hanno suonato per 3 ore e 10 minuti.

E non l'hanno fatto così, come un qualsiasi umano fa quando imbraccia una chitarra. Si è trattato di un'autentica apocalisse, giocata a ritmi emozionali frenetici. Senza una pausa, senza una goccia di sudore risparmiata. Non si è inteso un calo o un rumorino fuori posto nel motore di una macchina assolutamente perfetta.

Già sapevo (e chi non lo sa?) della propensione al maratonismo musicale del Nostro, il mio timore era però che il tutto si sarebbe trasformato nel freddo inseguimento del proprio nome. "Vado avanti per ore perché io sono colui che va avanti per ore"... e invece no.

Il Boss va avanti per ore perché 'sente' di dover andare avanti per ore. E con lui un popolo di 65.000 invasati.

A pensarci quest'uomo mi dà l'impressione di essere uno zotico, dai sentimenti semplici. Il classico contadino, toccato dalla mano divina che vive nell'immediato con lo sguardo di un bambino.

E come un bambino si muove nel mondo curioso e vorace. Scrive canzoni ("American skin") o interi album ("The rising") per fatti di cronaca; legge un libro che gli piace (il magnifico "Furore" di Steinbeck) e non si ferma al distaccato apprezzamento intellettualoide, lo fa suo, lo trasforma in un disco ("The ghost of Tom Joad"). Il tutto senza alcun intento commerciale, qualità assolutamente unica nel panorama musicale. Una citazione, nel modo d'essere, dal più grande dei suoi predecessori, forse l'unico a potersi meritare la a maiuscola nella pericolosa parola 'artista': Woody Guthrie.

E così lui va avanti per la sua strada. Dritto come un fuso, per nulla incanutito dai 53 anni e passa che si porta sulla gobba.

Continua a scrivere canzoni con le storie di quotidiana sofferenza, di amori negati e immensi sacrifici. Una sincerità che lascia quasi perplessi, ma che in un contesto come quello 'dal vivo' cancella ogni dubbio in merito alla sua effettività.

Un modo di porsi unico. E viene da chiedersi chi, a San Siro, fosse lo spettatore e chi il front-man. Erano 65.000 per Springsteen o era Springsteen per i 65.000? Domanda lecita, soprattutto a vedere il Suo sguardo, quasi incredulo, di fronte alla folla adorante. La Sua irreprensibile propensione a dare il massimo, senza risparmiare nemmeno un centesimo della sua infinita carica.

Non ho mai sentito un suo fan chiamarlo 'Springsteen', per lui si usa 'Bruce' o 'Boss'. Nome e soprannome, come si fa con gli amici. Un motivo c'è. Lui è uno di noi e se ne compiace, abbattendo le solite barriere tra artista e pubblico.

Mancava da Milano da un po' troppo tempo.

L'ultima volta che s'è fatto vedere al Meazza era l'85 o giù di lì.

Un bello striscione appeso sugli spalti glielo ricorda giocando d'anticipo su quello che sarà il Suo discorso di benvenuto.

In rigoroso italiano imbecerito dalla pronuncia yankee il Boss dice di sentirsi a casa (delirio), di amare Milano (delirio), di essere stato 'altrove' per 18 anni (idem) e che spera che questi ultimi, per noi, siano stati fortunati (parte un mugugno, come quando non vuoi far capire al tuo migliore amico di ritorno da un lungo viaggio che nel frattempo la sua ragazza s'è messa con qualcun'altro).

Fa il gesto classico del roteare l'indice vicino alla tempia "gli italiani sono tutti pazzi" (orgoglio) "quando vengo qua tutti mi dicono 'brù-ce-brù-ce'" (brùs brùs brùs).

Proprio quell'appellativo, che probabilmente ha sentito solo lui, fungerà da grido di battaglia per tutta la serata, andando a sostituire l'iper-classico marchio di fabbrica "one-two" (quello sputato per introdurre gli assoli della E-Street). E allora "brù-ce brù-ce!" e parte il sax di 'big-man' Clemons, "brù-ce brù-ce" e parte la chitarra di 'little' Steven.

Mosse che potrebbero apparire furbette, che non sono particolarmente illuminanti né brillano di originalità. Conta più di tutto, in questo caso, come sono dette, con quale genuina delicatezza.

Pur essendo americano, grande, grosso ed incazzoso, talvolta sfrontato con le sue sculettate in faccia alla telecamera che ne ripropone le gesta istrioniche sul megaschermo, resta sempre reale.

Autentico.

 

Con lui tutta la Band.

Ormai è di dominio pubblico la notizia che pioveva. Ma mica poco. Ha tirato giù un pandemonio impressionante. Dove altri si sarebbero fermati Bruce a messo tutto se stesso fuori dal sicuro riparo offertogli dal palco e dalla sua copertura per inzupparsi e sfidare la furia degli elementi con un'improvvisata (così mi dice Pier - uno dei massimi esperti italiani di argomenti springsteeniani) "Who'll stop the rain". Dietro di lui quegli 8 strumenti perfetti che rispondono ai nomi di: Roy Bittan (tastiere), Clarence Clemons (sax, percussioni), Danny Federici (tastiere), Nils Lofgren (chitarre), Patti Scialfa in Springsteen (voce e chitarra), Garry Tallent (basso), Steve Van Zandt (chitarre) e Max Weinberg (batteria). Lo seguono in una pazza battaglia contro l'imponderabile. Battaglia vinta, infine, mi piace crederlo, grazie ad una indimenticabile versione di "Badlands".

Fulmini e saette in lontananza. "Lights out tonight / Trouble in the heartland" soffia via definitivamente il terrore di un'interruzione anzitempo.

La scaletta, con un paio di eccezioni di raffinato buon gusto  (introdotte dalla richiesta di "sssht, far silenzio"), scorre via dando priorità assoluta al repertorio più muscolare. Una scelta, si vocifera, ponderata a tavolino, per venire incontro ai gusti del pubblico meneghino.

"Thunder road", "Born to run", "Dancing in the dark" e una  clamorosa "Rosalita" alla fine. In tutto i pezzi eseguiti saranno 25, tutti 'fondamentali', pur mancando all'appello capisaldi tipo "Born in the U.S.A." (che chi c'era a Firenze se l'è potuta gustare in versione acustica), "My hometown" o "Hungry heart".

 

Poche cose negative.

E tra queste va annotata un'acustica non perfetta che ha privilegiato

gli abitanti della zona prato. Molte note (principalmente le più alte)

sono state costruzioni di fantasia o operazioni della memoria.

Complice una struttura ideata per ben altri tipi di spettacolo e il

vento che di quando in quando spazzava l'area.

Parentesi (appena iniziata e già finita) quasi dovuta, almeno per non

perdere la mia nomea di rompipalle.

 

Alla fine nessuno era stanco. Anzi.

A questo Springsteen si può tranquillamente rinfacciare di non essere

affatto vario, di avere la miseria di due modelli compositivi:

'canzone lenta con coro' e 'canzone veloce con graffio vocale'.

Nemmeno immaginabile chiedergli qualche sperimentazione fuori dagli

schemi.

Ma, in certuni casi, la forza comunicativa trascende il mezzo ed è la

debordante personalità a chiedere di scaturire attraverso vie diverse

da quelle convenzionali o precostituite.

S'è ballato dall'inizio alla fine allo stesso ritmo senza avvertirne

la ripetitività, perché la Sua faccia lo richiedeva, la Sua

entusiasmante simpatia lo esigeva. In quanti hanno provato il

desiderio di andarsene a cena con lui al termine dell'Esibizione? Io

sì, magari facendo un 'ooh-oooh oooh' tra una portata e l'altra.

L'apice notoriamente si raggiunge quando l'incedere delle armonie si

accorda magicamente con quello della tua anima, con Bruce è diverso:

è lui stesso che ti polarizza il 'sentire' in modo da calamitarlo

addosso alla sua melodia. Tutto questo ha un nome. Si chiama: carisma.

 

Fenomenale il momento in cui, abbandonato temporaneamente il palco i

65.000 vengono lasciati in balìa (sull'eco di un colpo vocale) del

solo tastiere fintamente improvvisatosi in un boogie d'antan. Nessuno

resta fermo e non certo perché ciò che esce da quel piano 'piace' o è

particolarmente adatto alla danza. Ce l'ha fatto intendere Lui

uscendo, come a dire: "questo è amico mio, trattatelo come si deve".

 

In buona sostanza.

Monumentale. Forse pure troppo, dal momento che, nonostante una Sua promessa ("Ci rivediamo presto"), è probabile che per qualche tempo non si ripresenterà una simile occasione.

In un mail, ormai di qualche anno fa, l'amico Pier di cui sopra mi scrisse subito dopo aver assistito ad un concerto di Bruce in qualche angolo sperduto degli Stati Uniti la seguente frase: "Il Boss, o lo ami o non l'hai mai visto".

Allora ero convinto di aver capito il significato di questa frase.

Pia illusione.

 
 

Cerca