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L’idea è quella di farsi tre tappe, in tre città diverse ed è un’idea subito corrisposta, quasi telepatica; la mattina dopo l’annuncio del Tour italiano dei Radiohead, siamo già in un iperstore musicale nel primo albore della giornata ad equipaggiarci di un elemento essenziale per assistere ad un concerto: il biglietto. Ci sono poi casi in cui occorre usare il plurale e questo ne è un esempio: i biglietti. La ‘i’ finale mi entusiasma, ci entusiasma, implica qualcosa di più che un semplice concerto: c’è anche un viaggio di mezzo, il triangolo magico sarà Bergamo-Firenze-Ferrara (BFF o Befife, se proprio si vuole ricalcare il celebre neologismo siglato calcistico “Grenoli”).
Si parte, come a volte capita, con buone speranze, con gli amici più cari, con le aspettative condivise, coi Radiohead un po’ a margine, ma che a ore, a momenti, si preparano a sfondare il petto ed insediarsi nel profondo di qualche corpo alienato dai fumi e dall’alcol.
Come spesso capita, poi, ci si dimentica di qualcosa, perchè la tensione è tale, perchè l’entusiasmo è pressante, e così la voglia di fuggire nella distrazione. E così, in un attimo di lucidità mi ricordo immediatamente di aver dimenticato a casa l’elemento essenziale per vedere un concerto: il biglietto. Ci sono poi casi in cui occorre usare il plurale e questo ne è un esempio: ho dimenticato i biglietti per il Befife.
Ciak! Seconda! E questa volta si parte davvero: si imbocca la tangenziale, si sfiora La Loggia, dove vedemmo i Merca, poi Settimo ‘non rubare’, Brandizzo “non uccidere” [cit.], quindi ci si accorge immediatamente che la Torino-Milano è insignificante.
Rottura luce cruscotto, acquisto fusibili, colorati, istruzioni della ‘fast german car’, inutile sostituzione, caldo soffocante, vegetazione ‘sporcata’ dell’autogrill, motociclista seduto all’ombra con rivista, camionista, poi autogrill ‘pontificato’, zanzare dai volti umani maligni, inventati prati per pic-nic, mozzarella, pomodoro, pezzi di pizza, mani unte, donna di plastica arancione, facce, facce, facce! ‘Quella l’ho vista l’altra sera sul Monte Bianco, assomiglia a Maria’, scontrino di seconda mano, croissants, reimmissione sull’autostrada, ‘conosco un produttore, in Italia, che sta girando un film sui campi di concentramento nazisti, la proporrò nel ruolo di kapò’, queste le ultime parole imitate dal buffone di turno.
Mozzanica è un ridente paese di provincia, nello specifico di Bergamo, un paese piccolo e ricco di villette, con una ruota da mulino sul canaletto ed un campanile che sovrasta le abitazioni. Incontriamo Alessandra e ‘Ciccio...mmm... Schivo... mmm... Spruzzo... ah ecco: Skizzo’, ecco il nome del cagnolino dall’occhio maculato.
Il viaggio è qualcosa di più di una meta, è una situazione ‘attraverso cui’, spesso valida in sè, e talvolta i Radiohead sono stati il contorno ai personaggi che abbiamo incontrato: la signora della locanda, il tipo dei panini di Treviglio, le signorine straniere in riva al canale, la gente della stazione, i cani cattivi e i cani buoni.
Alessandra deve portare skizzo a pisciare, passare dal commercialista, riportare le vhs da Blockbuster e poi si parte per il Lazzaretto, non ben conosciuto luogo della città del ‘Pota’. Con un po’ di fatica si riesce a giungere alla conclusione che questo spazio musicale è adiacente allo stadio dell’Atalanta ‘Azzurri d’Italia’. Prima ci si incontra con Carlo, Martina e Davide.
Parcheggio davanti a cancelletto senza passo carrabile, i ‘Civic’, bottiglietta d’acqua, pezzo di pizza, panino, bancarelle, cielo sereno, sole più tenue, venticello, coda, fila, gente, fans. Sergio entra per primo, ma ci aspetta, in segno di rispetto. Cordoni di polizia, uomini dello staff, strappo del biglietto, palco... palco... palco...
Cos’è un lazzaretto? O meglio: cos’era un lazzaretto? Era un ospedale per lebbrosi, o zona di quarantena per persone provenienti da luoghi infetti, insomma, un luogo in cui vedere gli altri che morivano voleva dire essere vivi. La prima riflessione è angosciante, siamo quasi in mezzo al quadrato magico, avverto un senso di morte passata, vedo i fantasmi già morti morire dal caldo e per questo mi sento nuovamente più vivo, ma in fase di soffocamento. Tutto questo quando il mondo è già altro, ben inteso.
Sdraiarsi sul prato col palco davanti è un po’ come partecipare all’inizio dell’evento. Claudio che ha preso 28 all’esame di Storia dell’Arte e Maria che studia a casa sua sono le ultime due notizie che non c’entrano nulla coi Radiohead. Ci si alza, suonano i Low, ma non sono nulla di eccezionale (non verranno, infatti, più menzionati in questo’racconto’). Ormai è solo più un conto alla rovescia scandito dal tempo irregolare del cielo che muta il suo aspetto, vestendosi della notte: la cosa certa è che i Radiohead suoneranno al calar di ogni luce. Così è. Si parte con ‘There There’, Ed e Johnny ai tamburi e Thom girato di spalle, la folla si accende di un discreto ardore. 2+2=5, Are you such a dreamer?, è qualcosa di radioheadiano già sentito, e mai composto, spacca... al ‘beacause’ incendia, devasta, dà il là ai movimenti schizofrenici degli alieni incasellati in un disordine ordinato. Da quel momento in poi resto solo. Scatta l’ ‘operazione-transenna’, in cui è anche solo !
la passività a spingermi avanti, la folla ha l’effetto-setaccio, vengo scelto come un piccolo chicco fortunato e passo giù, sotto, nella luce della perdizione, nel limbo dei ciupiciu.
E’ la volta di Lucky, il gioco delle luci coreografiche segue l’esplosività del ritornello, pull me out of the aircrash pull me out of the lake, ‘cause I’m your superhero, we are standing on the age...
Talk show host:
I want to, I want to be someone else or I'll explode Floating upon the surface for The birds, the birds, the birds You want me, well fucking well come and find me I'll be waiting with a gun and a pack of sandwiches And nothing, nothing, nothing, nothing You want me, well, come on and break the door down You want me, fucking come on and break the door down I'm ready, I'm ready, I'm ready, I'm ready I'm ready Sono pronto! Parte ‘Scatterbrain’, brano dell’ultimo lavoro ‘Hail To The Thief’, una ballata lenta e malinconica che si struttura sui riff della chitarra di J. Greenwood e sulle urla delicate di Thom.
La psichedelia di The National Anthem dirompe, poi, in ogni spazio acustico coperto dai padiglioni auricolari, ‘everyone is so near’, e Thom si batte il cuore coi movimenti caricati e spigolosi di un dittatore sudamericano.
Backdrifts, che vagheggia, si sposta di qua e di là, puzza, ma la melodia è dolce, e recita: siamo tutti frutti marci, lascia spazio ai bagliori lunari dell’ottimismo, flebili e discreti: è la volta di Sail To The Moon, in cui chitarra e piano si complementarizzano ed in cui la voce pare intraprendere un viaggio onirico verso la Luna.
Kid A è un po’ la chicca di questo tour, è discordante il giudizio sul riadattamento della versione da disco per il set live; la voce umanizzata (normalizzata) a me non dispiace e neppure gli arrangiamenti strumentali, in cui il basso riveste un ruolo nascosto, ma di raccordo fondamentale.
E’ invece in Bones che il basso dell’eccellente Colin Greenwood (uno dei più in forma) trova la sua verve aggressiva; è la prima canzone che eseguono di The Bends, un album, forse, troppo sottovalutato dalla critica, e che, invece, è stato un momento decisivo nella maturazione e nell’evoluzione dei Radiohead.
Where I End and You Begin è uno dei pezzi che mi sorprende di più dal vivo per la gradevolissima melodia vocale, la ritmica ‘on the road’ e gli arrangiamenti dei sintetizzatori.
I Might Be Wrong (o Aimaibiuon come dice Beru) viene eseguita con una leggera, ma molto orecchiabile, diversificazione nel riff di Johnny, e mi conferma l’impressione, già avuta a Verona, che in live renda molto di più che nell’album.
Fake Plastic Trees ha sempre il solito fascino e non ha bisogno di commenti ulteriori, se non quello che pare una delle più conosciute dal pubblico italiano a livello di testi.
Giungiamo, invece, alla più felice sorpresa di questo tour italiano: A Punchup at the Wedding è un traino per anime. Giro di basso dub, poi entra il piano jazzato, monotono e ficcante, è poi una delle canzoni in cui prevale la voce bassa di Thom (già rimirata nel duetto con Bjork, I’ve seen it all ed ora in altre canzoni di HTTT come A Wolf at the Door), la melodia è straordinaria. Il pezzo nel suo complesso lascia ipotizzare i percorsi radioheadiani futuri, o almeno uno dei possibili sviluppi.
‘This is PA-RA-NOID AN-DROID’. Tre capitoli staccati incollati da sensazionali ganci nascosti in profondità (Thom paragonò questa frammentazione a Happiness is a warm gun dei Beatles). Paranoid Android la si conosce bene, è forse il lavoro che meglio esemplifica lo spirito dei cinque di Oxford, quello che incarna meglio di altri la loro molteplice indole artistica.
Poi è il momento di due brani di ‘Kid A’, Idioteque ed Everything in Its Right Place. Nella prima Thom sbaglia l’attacco (si ripeterà anche a Firenze), poi sa prontamente rimediare con una serie di balletti sfrenati a circolo intorno al microfono, la seconda segna la fine della prima parte dello show. In questo tour sono stati aumentati gli effetti di ‘recorded replay’ della voce, Johnny gioca coi suoi giocattoli meccanici e storpia, volontariamente, la voce registrata di Thom, creando un piacevole effetto di dissonanza.
Si riparte con The Gloaming, una ballata crepuscolare, in cui l’uso dell’elettronica è preponderante e i balletti di Thom sono parti intergranti del tutto.
Pyramid Song, al contrario, mi lascia un po’ deluso, Yorke non azzecca l’ingresso della voce e stona, Phil Selway non è preciso in un paio di momenti, ma la magia è comunque presente.
My Iron Lung è l’apoteosi della confusione, aumentano gli spintoni, aumenta la partecipazione ‘violenta’, quasi a consacrare il trasporto di potenza ed energia. Ribadisco quanto detto precedentemente dell’album ‘The Bends’.
Like Spinning Plates chiude invece la prima encore, Phil Selway resta dietro le quinte e Thom si diletta in eccellenti fraseggi al piano, mentre i piatti astratti girano e rigirano su se stessi.
Encore number two: Exit music è da brividi, silenzio totale, e silenzio totale e ancora silenzio totale, poi tutti respirano con Thom e alla fine tutti implodono, qualcuno, poi, morirà soffocato, ma solo nel fantastico mondo della finzione.
Mi siedo, mi alzo, mi siedo, mi alzo, mi siedo e mi alzo, mi siedo, mi alzo e mi siedo, mi alzo. Sit Down, Stand Up.
Johnny Greenwood va al piano e si rivelerà sorprendente per una serie di variazioni, già ascoltate a Verona, è il momento finale: Karma police. Qualcuno, affannato, scappa inseguito ripetendo: I’ve lost myself, I’ve lost my self, for a minute there I’ve lost my self.
Sono distrutto, ho il sudore di decine di persone incollato al corpo, l’obbiettivo è il gabbiotto delle foto sotto il porticato, il ritrovo pattuito con gli altri amici in caso di dispersione. Dopo qualche minuto si parte con qualche secco commento sul concerto, ognuno ha il suo punto di vista, ma tutti siamo portati a far risaltare le imperfezioni e qualche dimenticanza nei testi di Yorke. Parliamo da critici troppo ben abituati ed a volte quasi proviamo vergogna ad ammetterci la non perfetta esecuzione di qualche brano. Ma c’è poco da fare, la loro magia è sempre quella di Monza e Verona e forse noi ci siamo abituati troppo. Le canzoni nuove piacciono, compro quattro bottigliette d’acqua e le distribuisco, poi vedo Alessandra che va avanti e indietro parlando al cellulare, qualcuno che limona, tante persone che parlano delle stesse cose unite da un barlume comune, vedo gli occhi di Beru, quelli di Sergio. Si decide di andare a mangiare a Bergamo Alta, per quello che ne so !
potrei supporre che l’aggettivo ‘alta’ derivi dall’altezza degli sgabelli e dei banconi dei locali. Ci si conosce un po’ di più, si parla di altro, il concerto è già passato. Il giorno dopo ce ne sarà un altro.
Si rientra a Mozzanica, coi tre nuovi ‘acquisti’ umani, presenti anch’essi al concerto: due andranno a dormire in locanda, gli altri si arrangeranno a casa di Ale e Skizzo. La dormita è così piacevole che la sveglia non suona, Davide perde il treno per Milano e mi tocca accompagnarlo dalle parti di ‘Pippo Inzago’ a prendere il metrò. L’occasione è buona per fumarsi qualche sigaretta, pensare, e per godersi qualche paesino della zona, come il bellissimo Cassano d’Adda.
Al rientro repentino si riparte, in cinque, per Firenze, Alessandra ci saluta dall’oblò, nelle ore successive ci mancherà.
Sergio al volante è una roccia, sicuro come non mai; gli faccio da copilota sino all’entrata nella Milano-Bologna (da Bologna si girerà per Firenze), fornendogli le direttive del caso. Autogrill in costruzione depista la nostra fame... Ci fermiamo 40km dopo in un autogrill dove Beru conquista cassiere a gogò. Panini di plastica, bottigliette e bollicine, cioccolate sciolte, sguardi, cessi, tv con educazione stradale perenne, napoletani sull’uscio. Si riparte... e verso Bologna: BIP BIP BIP BIP, l’auto della “scorazza” ci comunica nuovamente qualcosa che noi nuovamente non riusciamo a cogliere. Cerchiamo dizionario italiano-‘fast german car’, ma è inutile, non vi è spiegazione chiara. Ci fermiamo da un meccanico, ci fermiamo da un meccanico, ci fermiamo da un meccanico, poi decidiamo che non è più il caso di fermarci perchè ‘culo di gomma’ non ci degna ed è passata una mezz’oretta, allora si riparte con un ‘perchè’ in più: perchè BIP BIP BIP BIP ? Rimarrà un perchè irrisolto !
sino ad una decina di giorni dopo, quando un’enorme fumata bianca risolverà ogni possibile dubbio, lasciandoci in panne nel torinese, impedendoci di assistere ad un concerto dei nostri amici Perturba.
Si passa Ronco Bilaccio senza problemi, e Firenze è vicina, con pochissime esitazioni si giunge a Piazzale Michelangelo, la vista è splendida, Sergio ed Enzo stanno al campeggio, dove dormiranno la notte e si sistemano. Per me è previsto un breve rientro a Torino, come per mio fratello Carlo e la ragazza Martina. Arriva anche Gianluca, col suo zainetto, ed il solito ghigno indecifrabile, sicuro di girare il mondo con le sue scarpine Chicco. Si incontra anche Gianni con una sfilza di amici siculo-romani.
L’atmosfera è surreale, la vista spettacolare, dopo un po’ si entra dentro e ci si gode uno strepitoso tramonto sull’Arno. Il Duomo, la torre di Palazzo Vecchio e Santa Croce dominano sulle casupole, Ponte Vecchio è lì a portata di mano. Questa volta la mia personale idea è quella di unire alla partecipazione musicale il panorama di Firenze, un esperimento che dura qualche canzone e che giudico ben riuscito, straordinariamente emozionante.
I Radiohead sono più in forma che a Bergamo e lo si capisce subito, il pubblico è più ridotto numericamente (per ragioni di spazio e di ordine pubblico), ma non meno partecipe, la cornice è più suggestiva.
Le novità nella scaletta sono quattro e tutte nel finale.
La prima è No Surprises, qui mi inserisco lo scafandro da sub in testa e lo riempio d’acqua; poi è la volta di The Bends, che mi fa venire in mente il vecchio gruppo con cui suonavo: i Lilac Wine, The Bends era il nostro cavallo di battaglia e la ripercorro come se fosse mia.
In seguito tocca ad I Will, che si segnala per un parto particolarmente lungo nella versione definitiva; è una ballata lenta, il cui testo ricorda, almeno inizialmente, quello di Idioteque.
L’ultima novità è Street Spirit che chiude il concerto, l’atmosfera si incupisce, i testi famelici si uniscono alla solitudine di un bambino seduto sul muretto dal quale scruta con imprudenza Firenze, immergendosi in sensazioni d’amore.
L’unica nota tecnica riguarda l’esecuzione di un balletto post-moderno, con ampi balzi felini, di Beru sulle note di Bones.
La notte si cammina per Firenze, prima alla ricerca di un valido locale in cui mangiare (si scoprirà ben presto che ci sono troppi locali per turisti con prezzi esorbitanti) e poi a gustarci il centro della città. LungArno, Ponte Vecchio, Piazza della Signoria, Via dei Calzaiuoli, Piazza della Repubblica, Piazza del Duomo, Firenze è semplicemente Regina di bellezza. Le vie, e i vicoli, ci stupiscono per il loro silenzio, il pavè lucido accoglie i nostri passi curiosi; capiamo quasi subito che nel centro di Firenze non esistono locali per giovani aperti, e con facile rassegnazione proseguiamo nel nostro pellegrinaggio turistico in tempo anomalo. Scopriamo, scopriamo.
Sergio ed Enzo ci salutano calorosamente e ritornano in campeggio. Io, Carlo, Martina e Gianluca, proseguiamo per la stazione di Santa Maria Novella in cui verso le 5.30 prenderemo il treno che ci riporterà, dopo un cambio, a Torino.
I tipici personaggi da stazione, malinconicamente allo sbando della loro follia quotidiana, ci danno il loro implicito benvenuto e, sdraiandoci per terra, cerchiamo di dormicchiare per le due ore e mezza che ci separano dall’apertura della stazione. Con noi altri ragazzi radioheadiani nella medesima situazione e qualche barbone abituè che piscia qualche metro più in là. Alle 5.30 si parte e si torna a casa, con un po’ di disfattezza fisica; cambiamo a Bologna prendendo il treno quasi in corsa, e dopo qualche ora siamo a nella città del Bicerin.
La mia permanenza a Torino, per quasi due giorni, risulta una buona pausa riflessiva per cominciare a ripensare ai primi due concerti e per ricaricare le pile per il terzo e ultimo nostro.
Cambiano, ancora una volta, i protagonisti dell’evento, i tre del Befife (Sergio, Enzo, e me medesimo) restano sempre e comunque; Carlo, Martina, Gianluca escono dalle scene, raggiungendo Davide e Alessandra nel dimenticatoio contemporaneo. Subentra Claudio (il Cla) al loro posto, lo stesso che qualche giorno prima superò l’esame di Storia dell’Arte.
Claudio è un finto torinese, un individuo vissuto da sempre a Torino che rivendica origini in ogni parte del globo, ha un tocco intellettualoide ed erotomanizzante allo stesso tempo con un sorriso stampato sul viso che sa, tutto sommato, di “bravo raga”. La mattina dell’11 luglio prendiamo il treno per Bologna, l’ultimo concerto sarà quello di Ferrara. Questo piccolo viaggio To-Bo è un motivo in più per predispormi ad una maggiore confidenza col Cla, operazione riuscita, si ascoltano i Pink Floyd con un auricolare a testa. Si scende alla stazione di Bologna e da soli, seguendo il mio fiuto da segugio virgiliano (il tipico fiuto di chi passa le giornate a scaricare da internet le mappe Tuttocittà di Virgilio), si giunge a casa di Laura Shine, colei che con magnanimità ci ospiterà per la notte e che sarà nostra fida compagna di concerto. Sergio ed Enzo sono già là a casa sua che ci attendono, ma dormono ancora. Li si spia, Beru sembra un bimbo nella culla. Laura si dimostra un!
a stupenda padrona di casa e ci offre quasi subito un pezzo di una torta al cocco, fatta con le sue mani, che rimarrà nelle nostre personali storie culinarie.
Curiosissimo il condominio dove vive Laura, vicino a Via Zamboni, pieno di gente particolare oltrechè struttura d’epoca, con un senso di decadenza affascinante e malinconico. Anche a casa sua alloggia il caldo estivo, ma con potenti mezzi tecnologici viene abilmente combattuto; questi stessi mezzi risulteranno, poi, letali per il Cla, per ragioni che non intendo qui specificare per ragioni di pubblica decenza.
Svegli tutti si pranza, Cla prende le redini in mano cucinando una pseudocarbonara con i gamberetti al posto del prosciutto, l’esito non è eccezionale, ma qualche mese dopo Cla si rifarà con eccellenti risultati.
Nel primo pomeriggio si incomincia a girare per il centro di Bologna, Laura si dimostra un valido Cicerone in gonnella. La Torre degli Asinelli, la Garisenda, Palazzo Strazzaroli, Piazza Maggiore, San Petronio, e così via. Ci si accorge subito che Bologna ha due caratteristiche principali: i portici e la giovane età media dei passanti. I portici non ricordano propriamente quelli di Torino (altra città celebre per lo stesso motivo), la maggior parte, infatti, ha arcate più ridotte ed è meno estesa in altezza ed in larghezza, in ogni caso quegli elementi architettonici rappresentano un valido punto comune fra le due cornici urbane.
Sfumata la verve turistica si va a prendere la fast german car parcheggiata vicino allo stadio Dall’Ara e si inizia il mini-viaggio per Ferrara. Partiamo tutti tranne Sergio che, auto-spodestatosi dal suo voltante, attenderà Chiara (la Darke), fan dei radiohead, laperquisiana e bolognese d’hoc… Ci troveremo più tardi in Piazza Castello.
La prima impressione che ho di Ferrara dall’abitacolo, nella sua periferia, è quella di una città che in realtà non è una città, per la bassa densità abitativa e gli spazi aperti. Dopo aver parcheggiato la macchina, non senza patemi d’animo, entriamo in centro a piedi e l’idea cambia, da “città non città” a “cittadina storica antistress”. Ferrara è molto bella, ci ero stato un bel po’ di anni prima in gita scolastica, ma non ricordavo quasi più nulla, se non qualche scorcio che ha dato il la ad un asincronico paragone auto-biografico.
Intanto Stefania (la Cappe) mi chiama al cellulare, sta arrivando anche lei. La sua voce caricaturale, arrotondata e gaudente mi fa subito venire in mente l’esperienza vissuta all’Arena di Verona il 30 maggio del 2001. I dialoghi sono futili, riguardano indicazioni di viabilità per cui facciamo finta di capirci a vicenda per non sembrare incomprensibili l’uno all’altra.
Nel giro di una mezz’oretta siamo tutti dentro a Piazza Castello, dopo aver superato lo sbarramento biglietti; qui inizia una soggettiva valutazione delle strutture architettoniche storiche e di quelle relative al concerto. L’unico pensiero che rimane fisso, oltre alla scontata suggestione dello spazio circostante, è la strana pendenza della piazza, e si incominciano a catalogare le zone poco più rialzate dalle quali si possa vedere meglio. Anche questa volta, non potrebbe essere altrimenti, sono il buio e l’ovazione ad accogliere l’arrivo dei Radiohead sul palco. Ci sparpagliamo noi amici. Io rimango con Cla, che sarà il mio compagno di commenti e di emozioni più diretto, posizionato poco più avanti della immaginifica linea di mezzo che separa le prime file dalle ultime. Mi diverto a studiare con la coda dell’occhio il suo volto, poiché vergine di concerti dei Radiohead, per curiosare sulle sue espressioni facciali, generate dalla “prima volta”.
Ritengo che questo sia il concerto più riuscito fra i tre, tutti e cinque gli oxfordiani erano in splendida forma, Thom Yorke ha eseguito anche delle improvvisazioni vocali che negli altri due concerti non aveva azzardato, sintomo che sentiva la musica dentro più che le altre volte.
E’ la scaletta a deluderci un po’ in quanto ogni canzone rappresenta un bis o un tris di quelle già sentite le altre volte, ma è da addebitarsi anche a questioni di sfortuna, perché canzoni diverse erano state eseguite nella seconda serata di Firenze e saranno prodotte nella seconda di Ferrara. L’unica novità è rappresentata da The Tourist, l’ultima canzone di Ok Computer, per i meno avvezzi ai titoli. L’atmosfera creata da una delle canzoni più sottovalutate del terzo album è da brividi, mi viene subito in mente quando la sentii la prima volta a Monza nel 2000, fu il pezzo per cui provai più emozione.
Il concerto si chiude con Street Spirit [Fade Out], che rappresenta anche l’ultima canzone del 2003 che ascolteremo dal vivo. E’ questo il pensiero che mi impedisce di gustarmela più intensamente, ma tre concerti dei Radiohead in cinque giorni, in fondo, non me li sarei mai sognati qualche mese prima. Immerse your soul in love. Immerse your soul in love.
Le luci si riaccendono sul palco. La musichetta registrata riprende a suonare come quando eravamo arrivati. La gente sfolla spalle al palco. Inizia un momento di stanca, occupato in vari modi, chi fuma, chi passeggia, chi acquista le magliette, chi urla, chi bisbiglia commenti entusiasti.
Ci ritroviamo in una piazzetta vicino seduti sul marciapiede, visibilmente felici di aver condiviso un bel momento. Qualche mente genera le solite battute, qualche stomaco richiede il suo meritato riempimento, e così si procede trascinandoci con simpatia in una trattoria proposta dalla Cappe. Attendiamo che si liberi qualche posto ed iniziamo a mangiare, la Cappe consiglia dei tortelloni di zucca di cui non ricordo il nome, ma soltanto il sapore (Ahhhhh). Si scambiano le ultime chiacchiere della nottata e si fa una lotta di nervi per l’ultimo panino rimasto, che poi è una piedina, o non lo si capisce bene.
Ritorniamo alla macchina, salutiamo la Cappe e tutti noi ripartiamo per Bologna. Parcheggiamo la macchina appena fuori dalle mura, camminiamo per i porticati e giungiamo a casa di Laura Shine per l’ultima notte. Non si ha più tanta forza per parlare o sparare cazzate, allora quasi immediatamente ci si appisola nel posto giusto.
La mattina ci alziamo pimpanti. Sergio esce a far la spesa con Laura e compra regali per tutti, un succo di frutta al sottoscritto, un orecchino granata a Beru e un oggetto non meglio identificato per Claudio. Poi si ripercorrono le note radioheadiane con la chitarra e con la voce, l’entusiasmo del concerto si strascica ancora.
Arrivati all’auto troviamo sotto il tergicristallo un biglietto con una scritta simpatica e romantica che non rammento esattamente, pensiamo di essere stati scelti da un angelo, noi! Proprio noi! Ci accorgiamo ben presto che ogni auto ha lo stesso biglietto sul parabrezza. Poco dopo si lascia Bologna, l’ultima immagine valida è Laura che imbocca i portici a passo spedito, credendo di non essere vista. Il cielo grigio non promette nulla di buono e qualche goccia bagna il vetro. Si torna a casa nostra, Laperquisa ci attende, nel momento in cui… Nel momento in cui… Nel momento in cui… Nel momento in cui… Nel momento in cui… Nel momento in cui… |