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PGGGR @ HMA, 11.17.04
Bariccole
Scritto da Chinasky   

glfEra la prima volta che Giovanni Lindo Ferretti (in una qualsiasi delle sue diverse esperienze) calcava il palco dell’Hiroshima Mon Amour. Un evento che il Nostro sottolinea con una dichiarazione d’affetto tanto inaspettata quanto spropositata nella misura della parole che l’accompagnano. “Tra i più giovani c’è chi ha il mito dei CCCP (pronunciato, comme d’habitude, “scì-scì-scì-pì”, ndhs) senza averli mai visti, o della Berlino degli anni ’80. Il mio mito era l’Hiroshima e finalmente ci ho suonato”. Un’esagerazione bella e buona, ma accolta con entusiasmo isterico da tutti. A conferma del fatto che a Lui ogni cosa non è solo concessa, ma addirittura presa in considerazione come exemplum maximo di verità assoluta. Quanti dei suoi colleghi godono di tanta credibilità da potersi permettere posizioni tanto intransigenti sulla questione palestinese, sui conflitti in Kossovo o in Afghanistan e sulla guerra in generale? Azzardo “nessuno”. Soprattutto tenendo conto del fatto che l’opinione di Giovanni Lindo Ferretti non è mai presa, deglutita ed evacuata con serenità, bensì assunta e digerita come si conviene ad un intellettuale di rango. Se dunque il lato musicale della sua sterminata produzione può sollevare più di una critica (l’esperienza PGR su tutte) da quello elucubrativo non resta da fare altro che inchinarsi o, meglio ancora, stare ad ascoltare e basta. Parto da qua per sottolineare il fatto che, a ben vedere, il motore primario della produzione filosofica e dell’evoluzione del pensiero in genere è la fantasia. Più della preparazione, della dialettica o chissà quale altra arte codificata o non da Schopenhauer. Cosa sarebbe l’uomo contemporaneo senza l’intuizione geniale, soffio vitale di follia tremula? Divagazione inutile. È vero. Ma funzionale all’inquadramento storico-politico-sociologico-filosofico del personaggio in questione.

A questa magica luminescenza intellettuale va aggiunta tutta la parte armonico-melodica, per lo più dissonante, ma goduriosa per i nervi.

 

In principio era il punk. Linguaggio meta-musicale che, a modo di vedere dello scrivente, ancora ben lontano dall’essere superato dalle nuove istanze sonore. Tenuta ferma la sua importanza in un’epoca dominata dai tecnicismi, i PGR ne propongono un approccio che, non potendo essere del tutto ‘antagonista’, ne cerca un’interpretazione addolcita e modificata nella percezione, ma tanto più devastante e truculenta nell’effetto.

Merito dei testi. Già, ancora loro. Il neo-culturanesimo ferrettiano è stato e resta (da 20 anni a questa parte!) un cazzo in culo alla medio-mediocrità.

Merito delle atmosfere. Diventate adulte grazie al fluttuare etereo del mediterraneo Maròk.

Merito dell’Ignoranza (sia scritto con la maiuscola). Strisciante il ‘chitarro’ dell’indiano Canali.

Merito della sottile linea eterea. Che non c’è, in quanto emanazione dei corpi di Ginevra e Magnelli, ma si sente, almeno nell’ambizione.

Merito anche della storia. Senza troppi giri di parole: sapere cos’hanno significato gli esseri umani che hai di fronte stravolge e sconvolge ogni tipo di ragionamento oggettivo (tornando parzialmente al discorso iniziale).

Merito dell’assenza, almeno nel contesto live, della mano di Peter Walsh, produttore dell’ultimo disco “D’Anime e d’Animali” e colpevole del suo scarsissimo charme.

 

S’introduce così lo specifico dell’esibizione.

La location dell’HMA, eccettuate le solite audio-pecche iniziali, è ideale per la musica dei PGR. Un nero cubo di cemento all’interno del quale è quasi piacevole sentirsi sublimare dall’entusiasmo alla claustrofobia e viceversa. Il tutto seguendo una scaletta approntata in modo da alternare con equilibrio i momenti chiassosi a quelli più intimi. È così, in questo contesto, l’ultima vituperata uscita discografica dei Nostri sembra quasi poter assurgere al rango di opera se non gradevole, almeno giustificabile.

E da essa spiccano “Cavalli e Cavalle” (addirittura utilizzata come tormentone riempitesta del dopo concerto) ed “Orfani e Vedove”. Riescono quasi a non stancare i momenti più banalmente sentimentali, fatti di sesso soffuso e nonni belli.

I valori assoluti del live sono comunque altri. E mi riferisco alla talèa operata sui rami di alcune canzoni, innestate sul terreno di altre per far fiorire rinnovate e preziosissime gemme. La commistione di “Come Bambino”, dalla quale va poi crescendo in litania profonda ed ipnotica, con “A tratti” raggiunge vette d’inestimabile bellezza. Quasi da far perdere i sensi, per preziosità e significatività.

L’anelito vitale rauco che dal profondissimo di Giovanni Lindo si erge a sconquassare il circostante probabilmente resterà marchiato indelebile nella parte più incosciente del mio Io.

Lacerante, poi, la riproposizione di “Barbaro”, da “Co.Dex”. Interrotta con un finale sghembo e dubitativo (“Giudica il mondo per quel che è: rotondo”). E poi sospensione, prolungata attesa dell’urlo metafisico terminale di “Maciste contro tutti” che ritorna al “Legittimo Bastardo” della precedente, con annesse mani levate a sottolinearne la funzione liberatoria, del grido strozzato troppo a lungo in gola.

I brani, invece, di chiara fama del repertorio CSI (“Unità di Produzione”, “Forma e Sostanza”, ecc…) sono sputati con la dovuta rabbia. Viene a mancare, forse, l’originale angoscia a favore di una non meno toccante funzione taumaturgica. “Voglio ciò che mi spetta / Lo voglio perché mio m’aspetta” “Sogno Tecnologico Bolscevico / Atea Mistica Meccanica / Macchina Automatica – No Anima”, hanno più la forma mistica della preghiera o della formula magica, da recitare all’unisono per scacciare eventuali nefasti futuri.

La concessione al periodo CCCP esplode con “Tu Menti” sulla cui scelta mi permetto di manifestare qualche riserva. Credo che ben altre canzoni avrebbero tranquillamente potuto stare più a loro agio nello spettacolo approntato per l’occasione. Senza nulla togliere al brano citato, sia chiaro. Ma i “Sezionatori di anime”? E “Lasciami qui / Lasciami stare”? O “Non studio non lavoro…”?

La lista a questo punto diventerebbe talmente lunga da risultare oziosa.

Capitolo a parte merita la composizione sull'Occitania. Una poesia musicata e recitata dai PGR all'unisono, con melodia e parole che puntano dritte ai nervi scoperti dell'individuo nella sua dimensione storico-culturale. La vicenda narrata è quella della crociata (il macello?) dei catari nel XIII secolo. Una barbarie perpetrata ai danni degli albigesi per ordine del Papa Innocenzo III e per mano di Simone IV di Montfort, al quale va tristemente attribuita una delle frasi più terrificanti dell'umanità (in risposta a chi gli chiedeva come fare a distinguere un cataro da un buon cristiano):

"Uccideteli tutti, Dio riconosce i suoi".

Possibile rileggere l'episodio come radice dei fondamentalismi e totalitarismi moderni? "Diaspora diventa Shoah. I forni crematori sono il progresso dei roghi", è la risposta palese di Ferretti.

Più oscura, invece, quella nascosta. Passibile d'interpretazioni varie, soprattutto laddove si individua nell'Occitania il femminile di Dio in Occidente. Ho una mia teoria, che astutamente tacerò onde evitare d'

incorrere in persecuzioni e/o limitare i voli pindarici dei futuri ascoltatori.

Resta il fascino enorme di quest'Opera d'Arte autentica, contrappuntata perfettamente dai soliti Maroccolo e Canali.

(All'HMA non succede, ma nelle due precedenti date del tour a cui ho assistito - Cuneo e Chieri - la ballerina Chiara interveniva nell'esecuzione mettendosi un elmetto medievale e arrampicandosi su una croce battente bandiera giallorosa - colori dell'Occitania).

Il pubblico, io compreso, applaude commosso ad ogni termine di capoverso come ad una jazz session. Come se ogni singolo compartimento fosse il frutto di un'improvvisazione strumentale di senso sopraffino.

 

Onde evitare una beatificazione per direttissima i PGR chiudono il concerto proprio qui. Almeno la parte 'ufficiale', prima dei bis. Lasciando così uno spazio "bianco" da riempirsi a piacimento con sangue, sudore e lacrime di sorta. Oppure anche solo una sigaretta, fumata in fretta pensando a questioni esterne alla circostanza.

Il ritorno sul palco non si fa attendere più di tanto. Scaturiscono tre pezzi di alterna emotività, forse per scongiurare il rischio infarti.

Resta la tenerezza per un Ferretti in evidente affanno alcolico. Che, eccezion fatta per l'excursus sull'HMA di cui abbiamo riferito, non parla mai privando l'uditorio delle ormai classiche arringhe sul contemporaneo, il remoto e il futuro, recitate in gutturale ipo-espressivo.

Sarà per il vino o per la denunciata febbre, fatto sta che anche le parole delle canzoni spesso svaniscono in un turbine di sputazzi e espressioni interrogative il che, lungi dallo sforare nel patetico, offre l'occasione per ironici siparietti tra i protagonisti.

Impagabile il sorriso ferrettiano davanti all'attonito Maroccolo che, gaudente di rimando, prova prima a suggerire la soluzione, salvo poi arrendersi e lasciarsi andare in un inequivocabile cenno d'intesa menefregoide.

Più austero, dall'altra parte, Canali che cerca di rintuzzare, dove può, con i controcanti.

In generale non si può chiedere molto di più, ed è lecito pretendere niente di meno, da cotanti signori che han passato ormai la cinquantina e veleggiano fieri e per niente incanutiti verso un posto d'onore nel leggendario musicale italico.

Fa niente se nella loro carriera sono ravvisabili falle o dissonanze (per altro rare). La rabbia per queste sbollisce in fretta. Non serve altro che una salutare immersione nel loro universo sghembo che puzza di punk e profuma di poesia. Che sa di protesta e amore, grigio e blu. Genio e volgarità.

Non serve altro (e qui parlo da innamorato perso) che incrociare lo sguardo turpe di Giovanni e quel suo stridere con il sorriso provocatorio e secco di chi ha preso troppo vento sulla faccia.

"Noi siamo un po' lo specchio della civiltà in cui viviamo o crediamo di essere speculari, almeno a questa società. Per cui abbiamo tutti i difetti che ha la società che sta intorno a noi. Tutti. Viviamo delle stesse contraddizioni. [.] Allora tra il non fare niente per la paura di essere fraintesi e il fare quello che noi abbiamo intenzione di fare, sapendo che molti ci fraintenderanno, qualcuno un po' ci capisce e qualcuno ci capisce perfettamente. bhè. noi stiamo sui palchi, quindi abbiamo scelto questa seconda ipotesi", disse Giovanni Lindo Ferretti, 1989.

E meno male che è andata così.

Amen.

 
 

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