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Scritto da beru
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E' recentemente uscito un bell'articolo sulla rivista Eporedium, in onore del grandioso lavoro compiuto da Kopolovsko, verso il quale la nostra epoca trova un macabro piacere a misconoscerlo e consegnarlo all'oblio, non appena può (chissà come mai è così scomodo?) L'articolo è firmato da un gruppo di lavoro, costituitosi qualche anno fa, che sta lavorando nel recupero e nella sistemazione di un opera che più frammentaria non si può. Kopolovsko, come sappiamo (vedere gli articoli precedenti usciti su Laperquisa) visse tre fondamentali fasi sperimentali: quella sessuale, quella politica e quella spirituale. Ebbene, l'articolo in questione, sulla base di nuovi lavori raccolti che noi aspettiamo di poter vedere, nega che la fase sessuale (che coincide guarda caso con il periodo criminale del grande artista) abbia avuto un decorso lineare e che si sia, a un certo punto, bell'e conclusa. Sembra invece, a 'mo del G.B. Vico, che ci siano stati, e non pochi, corsi e ricorsi. Come vi ho già raccontato, le sperimentazioni e le perversioni sessuali del Kopolovsko, unite al massiccio consumo di Lsd, e alla sua continua, seppur elegante e discreta, attività di spacciatore della nobil droga per ricchi e potenti del pianeta (…..tra l'altro Laperquisa mi deve ancora un censura, un articolo.....in cui raccontavo papale papale l'intreccio tra Kopolovsko, Confalonieri e Berlusconi, per una storia di peni e droga. Si avete capito bene, una storia di peni e droga: se volete leggerla, fatevi restituire la censura....) avevano, comunque, finendo il discorso, portato più volte al suo arresto a fini precauzionali.
Ebbene, il quid del discorso sta qui. Se l'articolo in questione ha fondamento (e, come dicono gli “intellettualoides” di tale gruppo di ricerca, Kopolovsko mantenne alto il fuoco del suo istinto sessuale anche nell'eterea e spiritualissima fase sua ultima, quella mistico-trascendentale), dobbiamo suppore due cose, e annoverarle definitivamente come stabile elemento per gli studi futuri su Kopolovsko. Primo, egli non fu, come è stato creduto fino ad ora, un artista che proseguì per gradi verso l'ascesi, liberandosi del fardello della materialità che così tanto lo fece soffrire. Secondo, va trovata la chiave della possibilità, la pietra filosofale con la quale una mente ancora afflitta da turbe così profonde di origine emotiva e sessuale abbia potuto creare la leggerezza, la radiosità, l'emanazione crepuscolare e spirituale di un'opera come “Io è Andato”, che è la prima opera dell'ultimo periodo, in cui fino ad oggi abbiamo canonicamente diviso la sua esistenza, che forse dovrò in qualche modo presentarvi. Ma aspetto ora con impazienza che il gruppo di lavoro della rivista Eporedium consegni le fonti del loro ardire, lfugando il dubbio che si possa trattare, per l'ennesima volta, di burloneschi atteggiamenti di divertirsi al cospetto dell'ermeneutica Kopolovskiana.
Comprendo l'enigma che una tale figura emana, ma prima di poter cambiare i canoni interpretativi urge fare un lavoro sistemico e non parziale; su quest'ultimo tipo di lavoro, nè io, né il professor Gadamer siamo d'accordo.
J.B.B.V.
Università di Tubinga
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Scritto da Lara Romano
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Guerra è Pace - titolo alquanto provocatorio - è una raccolta di saggi della scrittrice indiana Arundhati Roy, la stessa del Dio delle piccole cose. Il suo lavoro pubblicato nel 2002 torna oggi necessario ed attuale, soprattutto per le vicende che stanno interessando l’Italia. La complessità e le contraddizioni della situazione indiana può in apparenza non accostarsi ad un paese occidentale e “progressista” come può essere l’Italia. Eppure ad una visione più attenta ciò che li accomuna è sempre il solito ed insidioso “meccanismo di potere” vecchio come il mondo; non per niente la Roy sottolinea di «rispettare la forza, mai il potere» (1). Ed è qui il punto, il potere e tutto ciò che nasce dal suo abuso: illegalità, ingiustizia, caos, vizio, assenza di vita e si potrebbe andare avanti con una lista molto più lunga. Le forme di potere esistenti sono tutte degradanti, perché da queste non si può mai trarre nulla di edificante o qualcosa che si avvicini a tale condizione. In concomitanza con la giornata mondiale dell’ambiente che si festeggia il 5 Giugno, si è svolto a Torino il tredicesimo Film Festival di Cinemambiente, nel quale sono state affrontate tematiche molto vicine alla sensibilità della Roy e affrontate anche in Guerra è Pace. Tra i film partecipanti al concorso internazionale cortometraggi è stato proiettato How green was our valley (Com’era verde la nostra valle) della regista iraniana Foreshteh Joghataei, dove ci si imbatte sulla questione delle dighe e sul danno devastante che la costruzione di anche una sola di queste può apportare ad un’intera popolazione rurale. Lo stesso argomento, molto sentito guarda caso nei paesi toccati da condizioni di estrema povertà e dove è più semplice attuare soprusi, viene messo in evidenza anche nel libro della Roy. In particolare per quanto riguarda la costruzione delle grandi dighe che hanno coinvolto la valle della Narmada, dove sono state fatte evacuare un numero esorbitante di persone e poste in progetti di reinserimento che di fatto, hanno creato solo violenze e condizioni di disagio. Le terre a loro assegnate sono per lo più incoltivabili: zone o esageratamente paludose o viceversa molto aride, la cui conseguenza porta ad un peggioramento del tenore di vita e l’aumentano di casi di malattie come la malaria (2).
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Scritto da beru
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Accingendosi, sempre nel modo dovuto, e cioè credo con la massima timidezza, ad affrontare una recensione di un'opera di Borges, si ha quasi sempre il sospetto di creare una recensione a un'altra recensione.
Cos'altro paiono, a primo avviso, le opere di Borges, se non cristalline recensioni metafisiche di un'opera immensa che è il mondo reale e possibile?
Superando la timidezza riusciamo a "vedere" qualcosa dell'opera. Si tratta di un brevissimo racconto all'interno della raccolta "Finzioni", in cui grazie alla fatale coincidenza di uno specchio e di un'enciclopedia (un'enigmatica edizione dell'Enciclopedia Brittanica), il protagonista giunge alla conoscenza di un mondo
immaginario: Orbis Tertius. Tlon non ne è che un pianeta, Ukbar un'inverosimile città. Ma è possibile, leggendo Borges, non cadere in quel remoto universo in cui l'invenzione non è un modo "irreale" della realtà, ma la realtà in senso proprio?
Come si può non avere il sospetto che l'immaginario è non solo un possibile reale ma un reale in tutti i sensi, solo un reale che non ci è tutto dispiegato?
Capite, la timidezza è verso le porte lasciateci aperte da Borges, più che verso Borges in quanto scrittore. Tlon è il punto focale del racconto, è il pianeta del quale abbiamo menzione, è il luogo della vita di abitanti che credono in una sola scienza (la psicologia) e in un solo aspetto del mondo (il monismo). Quello che è il mondo materiale in Tlon non dovrebbe lasciarci stupiti. Per noi, come per loro, se viene applicata a fondo la psicologia, il mondo è una semplice associazione di idee.
E allora cosa ne è dell'ostacolo principale a questa tesi, la materia? Ne è che essa è un'associazione di idee.
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Scritto da mdgdpx
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“Il mare era appena tornato calmo, il frizzare della spuma si faceva via via più indistinto, quando mezzo miglio avanti alla prua l’abitatore abissale riemerse. Ma ora la balena s’era mutata in un branco di delfini, le groppe a ritmo, come nocche di un immenso pianista sottomarino” O almeno nel breve spazio della lettura del tuo libro. Ora i testi delle tue canzoni acquisiscono nuovi significati, ora si può guardare alla vita con un po’ più di ottimismo. Grazie Stefano per questa lezione di vita e per aver parlato anche di me pur senza conoscermi. Mi piace questa immagine dell’uomo che nonostante tutto ha la forza di lanciarsi in avanti, anche là dove in avanti sembra non esserci nulla (Peniche è il paese più a occidente d’Europa) perché oltre al nulla ci può sempre essere un qualcosa ( le isole di Berlengas sono più a occidente del punto estremo dell’occidente).
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Scritto da beru
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Sembra, a quanto ne dice Diogene Laerzio (che insieme a Cicerone fu uno dei più grandi doxografi dell'età ellenistica) che Epicuro fu lo scrittore più prolifico tra i filosofi antichi. Grandissima parte di ciò che scrisse è andata perduta ma Diogene Laerzio gli attribuisce un'opera magistrale, composta in 37 volumi, dal titolo “Sulla natura”, di cui possediamo scarsissimi frammenti, i più provenienti dai “papiri ercolanesi.” Abbiamo per fortuna la versione integrale delle “Lettere” che Epicuro scrisse all'indirizzo di suoi cari amici, al fine di fornire loro un compendio riassuntivo del suo pensiero. Una di queste lettere è quella rivolta a Erodoto (che non è il famoso storico greco ma un suo caro amico).
Se c'immergiamo nel testo comprendiamo innanzitutto che Epicuro è stato l'autore di una possente fisica, di derivazione democritea, ma questa sua fisica aveva anche un audace compito etico: fornire a una umanità sempliciotta e credulona un quadruplice farmaco contro le insensate paure della gente. Esse sono: la paura degli dei, la paura della morte, e la doppia paura di non riuscire a provare il piacere e di provare invece il dolore. Senza entrare troppo nella teoria generale, mi soffermerei invece su una questione che a prima vista può sembrare banale ma che a mio avviso è gravida di imponenti conseguenze logiche, e cioè: come può essere che un grandissimo materialista come Epicuro giustificasse l'esistenza degli dei, pur affermando che essi si disinteressano completamente della vita degli uomini?
Per Epicuro la realtà è costituita, in ultima analisi, da due cose: un infinito numero di atomi indivisibili (ma formati a loro volta da “minimi atomici”: quelli che poi sono stati chiamati protoni, neutroni ed elettroni) in movimento nell'infinito universo e il “vuoto”, ovvero il “luogo” in cui questi atomi si muovono, che è anch'esso infinito.
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Scritto da beru
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Ascoltare (o leggere) Curcio è, in una qualche misura, cogliere in chiave d'analisi aziendale, gli sviluppi sullo studio di ciò che viene chiamata la costruzione della realtà sociale, così come è presentata nei lavori, molto accademici, del filosofo Searle, e dei sociologi Berger e Luckmann (e non solo, ovviamente). La differenza sta nel fatto che quest'ultimi si sono fermati prima. Sono cioè rimasti in un piano squisitamente teorico, senza toccare, non dico la prassi, ma nemmeno la teoria rivoluzionaria (a differenza di quanto fecero invece altri teorici). Eppure, a ben vedere, resta da capire a cosa serva la critica senza la possibilità di rivoluzionare in qualche modo l'esistente. Il punto di partenza di fondo e comune sia all'analisi accademica dei sopracitati, sia all'analisi potenzialmente rivoluzionaria di Curcio, è la natura stessa della realtà sociale, intesa principalmente come funzione. Ora, se nel presentare questa questione il trio di accademici muove dalla divisione tra la realtà naturale (che non è opera umana e non può essere resa diversa dal nostro operato) e la realtà sociale (che al contrario è una funzione umana e potrebbe perciò essere resa diversa), Curcio raccoglie semplicemente le conseguenze e va ad analizzare cosa "le organizzazioni" producono nell'essere umano, per poi scendere in quella prigione organizzativa che, nel complesso, nella media delle sue manifestazioni, è l'Azienda.
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Scritto da Giancarlo Tranfo
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Egr. prof. Ratzinger,
voglia scusarmi se nel rivolgermi a lei non ricorro ad espressioni quali "santità" o "santo padre", ma da "eretico" dalla scarsa statura spirituale quale sono, non ravviso, nella sua persona e nel suo ruolo, alcuna "paterna" o "santa" caratteristica tale da indurmi al ricorso a simili titoli.
Per lo stesso motivo, dal mio punto di vista, non la ringrazio affatto per avermi concesso la libertà di esprimere liberamente il mio pensiero sul suo libro ripetendo più volte che esso "non è un atto magisteriale": posso assicurarle, infatti, che seppure lo fosse stato, le mie idee su di esso (e quello che avrei scritto per esternarle) sarebbero rimaste immutate: purtroppo per lei e per la sua chiesa, sono sempre di più i malati di quell'inguaribile e ingovernabile "complesso di libertà" che fa pensare e parlare le persone senza vincoli o condizionamenti di sorta.
E' con questo spirito che mi sono accostato alla sua opera cercando di leggerne tra le righe il messaggio, di coglierne il senso e di interpretarne le finalità. Bel lavoro prof. Ratzinger! Bella idea quella di dire "non è un atto magisteriale... posso essere criticato liberamente". Con questa premessa, a dispetto di chi la taccia di oscurantismo, ha potuto dare l’impressione di voler "aprire porte" che fino ad ora la sua chiesa non aveva mai aperto nemmeno per finta... Ai tradizionalisti potrà sempre dire "non è la chiesa che parla", mentre ai timidi "progressisti" felici delle sue "aperture" potrà sempre dire "avete visto quanto è moderno il papa?"
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Scritto da beru
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Recensisco ora “Una parte di vita sotto l'Lsd”, breve racconto autobiografico in cui Stanislai Kopolovsko racconta i tredici mesi più sperimentali della sua vita. Egli si era dato, come si evince dal racconto, un obiettivo minimo, prima di iniziare ad assumere quotidianamente dosi crescenti di dietilammide di acido lisergico: demolirsi del tutto la mente, affinché scomparissero per sempre quei falsi valori, quei condizionamenti che, a suo parere, influenzavano gravemente il suo cammino verso la libertà, alfa e omega del suo scopo vitale. Il parere di Kopolovsko è, al riguardo, imbarazzante. Da alcuni frammenti di questa sua breve opera, si rileva che l'unico eterno rapporto conflittuale dell'uomo è quello con il proprio istinto. Quest'ultimo però non è la semplice espressione degli appetiti sensibili, tra i quali primeggia il desiderio sessuale, ma bensì l'emozione, concepita come parte integrante i due istinti fondamentali dell'uomo: quello del movimento e quello dell'immobilità. Sotto questo aspetto, anche gli enti mentali o intellettivi rientrano nell'istinto umano. Per giunta, di quest'ultimo dobbiamo dire, con lui, che è sempre relazione posizionale tra parti della totalità. Kopolovsko iniziò l'avventura prendendo 0,45 grammi di acido puro la sera e 0,45 il pomeriggio, integrando delle pause neuronali di 3 ore, durante le quali, egli ci dice: “mi cibavo, in silenzio, e stavo poi disteso nel letto, risvegliando la ghiandola pineale”. Giunse poi, al culmine della “cura sperimentale” ad assumere 2,45 grammi la sera e 1,75 grammi il pomeriggio.
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Scritto da Valeria
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Don Chisciotte è un gentiluomo spagnolo di mezz’età la cui più grande passione sono i libri di cavalleria. E tanto si immerge nelle sue letture epiche che un giorno decide di diventare egli stesso un cavaliere errante; così prende il suo ossuto cavallo Ronzinante, sceglie una nobildonna da fare oggetto del suo amore cortese e per cui compiere imprese eroiche e parte all’avventura. Trova anche uno scudiero fidato, Sancio Panza, contadino ingenuo e triviale,che,con la sua ignoranza e il suo materialismo, è tutto l’opposto di Don Chisciotte, idealista e impregnato di nobili sentimenti, assorbito dal suo alto compito: restaurare il dimenticato ordine della cavalleria errante, i cui membri affrontano pericoli e ristrettezze per combattere le ingiustizie, raddrizzare i torti e soccorrere i deboli.
Don Chisciotte è considerato un pazzo dagli altri, sia per la sua scelta di vita, sia perché distorce inconsapevolmente la realtà, filtrandola attraverso le storie dei libri che ha letto. Il racconto delle sue avventure è molto divertente, ma l’ironia dell’opera è pervasa da una sfumatura di tragico. Le persone che circondano Don Chisciotte cercano di curare la sua follia, oppure si prendono gioco di lui. Egli non è compreso da nessuno, è disprezzato e deriso, è solo. Solo come chi fa una scelta controcorrente e la persegue coerentemente. Lui sceglie di vivere fuori dalla sua epoca, in modo inattuale, sceglie di vivere liberamente, si fa padrone del suo destino. Realizza il suo sogno senza compromessi. Per questo è destinato alla sconfitta e alla smentita.
Dunque un romanzo sì legato a un determinato periodo storico e a un contesto geografico, ma che chiede uno sguardo più ampio, che vada al di là della contingenza, a tematiche eterne, come la forza dell’immaginazione, il coraggio di vivere liberamente, lo scontro fra ideali e realtà, il confine labile tra genio e follia, l’importanza dei sogni…
E’ un’opera che ha diversi livelli di lettura e apre molte questioni, e Cervantes non aderisce a un punto di vista, non si schiera, lascia il lettore libero di giudicare.
Per me Don Chisciotte è soprattutto un uomo coerente, che vive per i suoi ideali e lotta per la giustizia, da solo. Il mondo ha bisogno di persone come lui.
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Scritto da beru
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Riflessione critica
"L'uomo all'inizio non è niente. Sarà solo in seguito, e sarà quale si sarà fatto" [cit]
Questa osservazione, senz'altro congruente con l'assunto che per Sartre l'esistenza precede l'essenza, mette in risalto la questione centrale del libro: e cioè l'illimitata libertà che l’uomo ha nelle scelte che responsabilmente prende per decidere "chi" diventare, di fronte a se stesso e agli altri.
Ma come l'esistenza possa precedere, logicamente parlando, l'essenza, viene difficile capirlo.
Ricordo che per Sartre l'esistenza è l'atto, mentre l’essenza è il concetto di questo atto. Ora, se questo vale dal punto di vista strettamente cronologico, non è così dal punto di vista logico, secondo me. Inoltre, la questione della libertà illimitata nelle scelte, non può trovarsi libera da una considerazione: se le scelte sono il frutto di un ragionamento e se il ragionamento non poggia a sua volta su alcunché, questa libertà di scelta è logicamente inconcepibile, mancando una sostanza alla sua base: sarebbe casuale, mancherebbe un centro unitario, non sarebbe neanche una scelta di un proprio e preciso individuo.
E' pur vero che proprio in questa considerazione, l'esistenzialismo crede fermamente. Infatti, l'angoscia esistenziale alla base dell'essere deriva proprio dal fatto che nulla regge l'essere e l'uomo, trovandosi "gettato nel mondo", si vede costretto a inventare se stesso, a fare delle scelte che lo determinano, e al di fuori di se stesso non può contare su nulla, su alcun sostegno. Ed ecco l'angoscia dell'uomo che è consapevole della propria soggettività, ma, allo stesso tempo, anche consapevole di un'assoluta mancanza di sostegno (e dunque di sostanza) a questa soggettività. Precisiamo che, coerentemente, l'esistenzialismo sartriano, è un esistenzialismo ateo.
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