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Guerra è Pace - titolo alquanto provocatorio - è una raccolta di saggi della scrittrice indiana Arundhati Roy, la stessa del Dio delle piccole cose. Il suo lavoro pubblicato nel 2002 torna oggi necessario ed attuale, soprattutto per le vicende che stanno interessando l’Italia. La complessità e le contraddizioni della situazione indiana può in apparenza non accostarsi ad un paese occidentale e “progressista” come può essere l’Italia. Eppure ad una visione più attenta ciò che li accomuna è sempre il solito ed insidioso “meccanismo di potere” vecchio come il mondo; non per niente la Roy sottolinea di «rispettare la forza, mai il potere» (1). Ed è qui il punto, il potere e tutto ciò che nasce dal suo abuso: illegalità, ingiustizia, caos, vizio, assenza di vita e si potrebbe andare avanti con una lista molto più lunga. Le forme di potere esistenti sono tutte degradanti, perché da queste non si può mai trarre nulla di edificante o qualcosa che si avvicini a tale condizione. In concomitanza con la giornata mondiale dell’ambiente che si festeggia il 5 Giugno, si è svolto a Torino il tredicesimo Film Festival di Cinemambiente, nel quale sono state affrontate tematiche molto vicine alla sensibilità della Roy e affrontate anche in Guerra è Pace. Tra i film partecipanti al concorso internazionale cortometraggi è stato proiettato How green was our valley (Com’era verde la nostra valle) della regista iraniana Foreshteh Joghataei, dove ci si imbatte sulla questione delle dighe e sul danno devastante che la costruzione di anche una sola di queste può apportare ad un’intera popolazione rurale. Lo stesso argomento, molto sentito guarda caso nei paesi toccati da condizioni di estrema povertà e dove è più semplice attuare soprusi, viene messo in evidenza anche nel libro della Roy. In particolare per quanto riguarda la costruzione delle grandi dighe che hanno coinvolto la valle della Narmada, dove sono state fatte evacuare un numero esorbitante di persone e poste in progetti di reinserimento che di fatto, hanno creato solo violenze e condizioni di disagio. Le terre a loro assegnate sono per lo più incoltivabili: zone o esageratamente paludose o viceversa molto aride, la cui conseguenza porta ad un peggioramento del tenore di vita e l’aumentano di casi di malattie come la malaria (2).
Ma in nome di che cosa tutta questa arroganza e violenza? In nome del progresso naturalmente, questa diga servirà a produrre energia idroelettrica.
A questo punto c’è da chiedersi a chi è destinato questo progresso e a quanto si deduce per esempio anche dal documentario della regista iraniana, non tocca sicuramente alla povera gente dei villaggi insediati lungo la valle, costretta ad andarsene e anche il più velocemente possibile, altrimenti soccomberà per l’innalzamento delle acque. Come fa notare la Roy nel suo libro e come si riscontra nel film - perché l’uomo in nome del potere e del profitto non “tradisce” mai se stesso ma agisce sempre allo stesso modo - non viene fornita un’adeguata informazione alla gente della valle, su ciò che di lì a poco potrà accadere loro. In nome del progresso industriale si gioca sulle vite degli altri. Ma per quale motivo la vita di queste persone deve essere considerata meno importante di quella di chi detiene il potere? In fondo ciò che viene sacrificato è solamente l’esistenza di “miserabili” contadini di villaggi arretrati.
Tra le sequenze che scorrono nel cortometraggio di Foreshteh Joghataei quella che si può considerare la più sorprendente e incredibile riguarda un “impersonale” elicottero mentre sorvola i villaggi rurali dei contadini, dal quale vengono gettati dei fogli di carta. La gente nel leggere si mostra molto preoccupata, impaurita, e ne ha tutto il diritto perché attraverso questi “candidi” pezzi di carta, viene chiesto loro di sgombrare, altrimenti annegheranno. Di fronte a tanta indifferenza, infatti, non si può che rimanere sbalorditi e increduli; non un intermediario, un delegato che crei un’apertura per un dialogo di trattative. Gente che vive di tradizioni, credenze e pone in esse le basi della propria vita comunitaria, si ritrova a naufragare nel nulla, come accade in uno di questi villaggi, la cui identità e il cui emblema è rappresentato da un santuario consacrato; unica speranza, unico miracolo per i suoi abitanti. Purtroppo il “progresso” non guarda in faccia a nessuno e ne cancellerà ogni traccia visibile.
Le conseguenze della costruzione e del controllo sconsiderato delle dighe in India, non sono poi così distanti da quelle che si presentano nel documentario della regista iraniana: i fiumi e le foreste che rappresentano le risorse naturali dai quali i contadini traggono il loro sostentamento vengono parimenti minacciati, creando danni ecologici esorbitanti.
La fame e la povertà hanno trovato un muro di fronte al progetto delle dighe, sono state finalmente arrestate, fermate, almeno in parte? Niente affatto, e la Roy nel suo saggio spiega in maniera molto precisa e documentata la situazione dei fatti reali. Un primo elemento che viene a galla dalle sue indagini è che la costruzione delle grandi dighe non è altro che uno strumento di controllo da parte del governo, che decide chi avrà l’acqua e dove coltivare (di sicuro non sono i contadini a “beneficiarne”) (3) che decide chi rimarrà nel fango della povertà e chi far continuare a navigare nella ricchezza. «Infatti più di un quinto della popolazione non ha abbastanza acqua potabile» (4). E poi saltano fuori le banche, che si arricchiscono con il finanziamento dei progetti, senza valutare le conseguenze sull’impatto ambientale e meno ancora, l’inevitabile esasperazione a cui andranno incontro intere famiglie, strettamente legate al loro territorio per pura ragione di sopravvivenza. Nessuno si chiede che cosa può accadere a questa gente dopo l’abbattimento di «4000 chilometri quadrati di foresta decidua» (5) e che cosa può accadere all’equilibrio ecologico globale? Le risorse del paese sono controllate da chi detiene il potere ed evidentemente sono mal distribuite. Ma a rimetterci non è un’esigua minoranza (ammesso che sia lecito pensare che in tal caso queste violenze siano giustificate ) si tratta invece di decine di milioni di persone che vengono sfollate dalle loro terre ed abbandonate ad un destino degradante. Nella valle della Narmada in India però è successo qualcosa, si è alzato un urlo di protesta assordante, si è alzato un movimento di resistenza che grida giustizia: il «Narmada Bachao Andolan» (6) detto NBA. L’NBA raccoglie vari gruppi di organizzazioni cittadine, che manifestano pacificamente ma con forza e determinazione, contro i soprusi nati dalle speculazioni che ruotano intorno alla costruzione delle grandi dighe. Questa gente cacciata dalle proprie terre, rivendica ciò che è loro diritto: diritto all’assistenza medica, alla creazione di pozzi e progetti che diano la possibilità di vedersi realizzati i bisogni umani più basilari (7). Con la nascita di questo movimento la gente finalmente si unisce, prende coscienza della propria esistenza e dignità, e lotta per difenderla .
Ma che cosa accade qua in Italia? Sicuramente un’altra condizione e situazione, un’altra valle e un altro movimento ma probabilmente gli stessi principi. Mi riferisco al movimento NO TAV legato alla Val di Susa ma non solo, perché ad essere coinvolte nel “folle” progetto dei treni ad alta velocità sono anche Torino ed altre zone circostanti. Con la TAV si vorrebbe realizzare una linea ferroviaria che colleghi Torino alla Francia, ma di fatto tale opera non è utile per molteplici aspetti. Intanto una linea del genere è già esistente ma sottoutilizzata e il dissesto ambientale come quello idrogeologico a cui si andrebbe incontro è preoccupante, per non parlare poi dei danni che verrebbero arrecate alle abitazioni. Inoltre, il denaro investito per adempiere alla realizzazione di questa “meravigliosa creatura” del progresso è, in sostanza, quello pubblico, quindi nostro. Perché dunque andare incontro a danni e rischi simili, per un’opera che di fatto è inutile? La risposta ruota sempre intorno al medesimo concetto: lo sviluppo tecnologico, lo stesso che si è utilizzato per giustificare la costruzione delle dighe nella valle della Narmada in India. Questo è quello che si vuol far credere e magari fosse così, ma dietro a tutto questo si nasconde ben altro. Purtroppo la ragione, anche in questa circostanza, è legata al profitto speculativo di chi non tiene conto del lavoro e della vita della gente, che trova nella Val di Susa la propria identità e la propria “idea di sviluppo”. Sono diversi infatti gli agricoltori ed i piccoli imprenditori che con coraggio e dedizione, si occupano di preservare i prodotti tipici locali, che altrimenti andrebbero persi: dalle terre fertili e coltivabili della valle, si ricavano vigneti e diverse varietà di alimenti che rappresentano un’alternativa alla classica intensificazione industriale. Per le comunità montane, sviluppo, significa adoperarsi affinché il proprio territorio venga tutelato, affinché si ponga fine ai tentativi di “mortificare” del continuo l’ambiente e il suo sistema ecologico e soprattutto, significa non dover mai dire, come per il titolo del film documentario della regista iraniana, “com’era verde la nostra valle”.
In nome del potere si stordisce il pensiero della gente, si strumentalizza, mentre il movimento di resistenza NO TAV cerca di contrastare questi sottili abusi per riaprire le porte alla coscienza critica. Le lotte che si affrontano oggi devono fare i conti con il cattivo utilizzo delle nuove armi di comunicazione di massa sempre più potenti, soprattutto la televisione, la cara tv domestica che può anestetizzare e ingannare la percezione delle informazioni, spesso di parte e non autentiche. A volte è proprio lei a generare falsità, perché paradossalmente non ti fa vedere nulla, o meglio, non ti fa scorgere la verità dei fatti spesso mistificati e soprattutto non ti fa vedere il problema. Invece bisogna essere presenti, vigili, unirsi e organizzare le forze per non cadere dentro un sistema che inganna e manipola. Questo è l’atteggiamento che si dovrebbe adottare quando saltano fuori dal “cappello a cilindro” dei governi e delle varie istituzioni, argomenti che riguardano da vicino l’andamento della nostra esistenza e tutto ciò che potrebbe favorirla o al contrario intralciarla, come nel caso della privatizzazione dell’acqua o della questione sul nucleare. Temi di notevole importanza soprattutto dal punto di vista ambientale, che evidentemente stanno a cuore ad Arundhati Roy, scrittrice profondamente impegnata in tal senso, e che ha saputo scorgere ed individuare tali problematiche nel suo paese ancor prima che queste assumessero dimensioni preoccupanti anche qui in Italia. Ad esempio del nucleare se n’è parlato in una conferenza al Festival di Cinemambiente, in occasione della presentazione del libro La menzogna nucleare di Giulietto Chiesa, Guido Cosenza e Luigi Sertorio. Tra le varie considerazioni fatte durante l’incontro, si pone in evidenza un primo ostacolo al progetto sul nucleare in Italia: si tratta del costo esorbitante ed infinito di manutenzione, nonché di smantellamento delle radiazioni di una centrale, che con ogni probabilità le generazioni future avranno l’onere di farsi carico. La questione del nucleare in Italia assume seri aspetti di egoismo e assurdità, che non riflettono sulle conseguenze disastrose di una simile impresa. L’esperienza di Chernobyl è oramai troppo lontana, forse troppo obsoleta per parlarne nel 2010? Oggi i sistemi di sicurezza si sono evoluti e sono praticamente infallibili, perché cercare un paragone simile quando il mondo oggi è cambiato, si è modernizzato? La questione, posta in questi termini, assume ancora una volta aspetti demagogici, perché il nostro paese non è in grado di porre rimedio al deficit attraverso la via del nucleare, in quanto si andrebbe incontro a debiti e spese insostenibili che peggiorerebbero ulteriormente la situazione. Non va nemmeno sottovalutata la possibilità e l’incidenza di possibili danni alle centrali, con ripercussioni irreversibili sulla salute umana e sull’intero sistema ambientale. Probabilmente Chernobyl è un fatto storico lontano nel tempo, ma anche allora come oggi, si davano per scontate o si credevano immuni da errori, le condizioni create per prevenire e tutelare una centrale nucleare da eventuali rischi. Se proprio non vogliamo guardare al passato, poniamo la nostra attenzione al presente, perché è molto attuale e diffusa la condizione di famiglie distrutte per via dell’esplosione della centrale di Chernobyl. Di genitori che hanno perso i loro figli a causa delle radiazioni, o hanno dovuto separarsi definitivamente da loro per salvargli la vita, mandandoli in altri paesi a “smaltire” il veleno che hanno respirato.
Il progresso tecnologico è importante nella giusta dimensione, nel suo aspetto costruttivo e non distruttivo, come potrebbe essere la via delle energie alternative al nucleare; forse non proficua o conveniente nell’immediato ma molto più sicura e vantaggiosa sotto molteplici aspetti in un secondo momento. Purtroppo la propaganda del governo è sempre più efficace perché meno “catastrofista” e per l’appunto non mostra il problema ma è mistificante. Ne consegue che la gente pare compiaciuta ad assecondare il flusso e la logica del potere, che però può toccare un aspetto ancora più delicato di arretratezza, quello della dignità umana. Dunque a noi la scelta!
1 ARUNDHATI ROY, Guerra è pace, Parma, Guanda, 2002, cit., p. 43.
2 Cfr. ivi, pp. 95-96.
3 Cfr. ivi, p. 112.
4 Ivi, pp. 66-67.
5 Ivi, p. 78.
6 Ivi, p. 85.
7 Cfr. ivi, pp. 86-88.
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