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Tlon, Ukbar, Orbis Tertius in "Finzioni" di J.L. Borges
Cartastraccia
Scritto da beru   

Accingendosi, sempre nel modo dovuto, e cioè credo con la massima timidezza, ad affrontare una recensione di un'opera di Borges, si ha quasi sempre il sospetto di creare una recensione a un'altra recensione.

Cos'altro paiono, a primo avviso, le opere di Borges, se non cristalline recensioni metafisiche di un'opera immensa che è il mondo reale e possibile?

Superando la timidezza riusciamo a "vedere" qualcosa dell'opera. Si tratta di un brevissimo racconto all'interno della raccolta "Finzioni", in cui grazie alla fatale coincidenza di uno specchio e di un'enciclopedia (un'enigmatica edizione dell'Enciclopedia Brittanica), il protagonista giunge alla conoscenza di un mondo

immaginario: Orbis Tertius. Tlon non ne è che un pianeta, Ukbar un'inverosimile città. Ma è possibile, leggendo Borges, non cadere in quel remoto universo in cui l'invenzione non è un modo "irreale" della realtà, ma la realtà in senso proprio?

Come si può non avere il sospetto che l'immaginario è non solo un possibile reale ma un reale in tutti i sensi, solo un reale che non ci è tutto dispiegato?

Capite, la timidezza è verso le porte lasciateci aperte da Borges, più che verso Borges in quanto scrittore. Tlon è il punto focale del racconto, è il pianeta del quale abbiamo menzione, è il luogo della vita di abitanti che credono in una sola scienza (la psicologia) e in un solo aspetto del mondo (il monismo). Quello che è il mondo materiale in Tlon non dovrebbe lasciarci stupiti. Per noi, come per loro, se viene applicata a fondo la psicologia, il mondo è una semplice associazione di idee.

E allora cosa ne è dell'ostacolo principale a questa tesi, la materia? Ne è che essa è un'associazione di idee.

Da raffinato, colto, e folle verme delle enciclopedie e dei libri, da inguaribile diffidente dell'apparenza e della parvenza del nostro mondo sociale, Borges ha scavato in tutte le dottrine, baciando ora la mano dell'idealismo, ora la mano del materialismo. La sostanza del mondo si semplifica nel tempo, e qui, forse perché ne possiede un "fuori", si moltiplica abominevolmente, come il raggio di luce trapassante il prisma.

Borges insiste evidentemente nel mettere un tarlo dubbioso dentro di noi: la materia è illusoria se la si considera fuori dal nucleo di quella potenza oscura e sublimante che è la mente percettiva/creativa?

Di fronte alla caduta che segue questo dubbio l'umanità pecca di un adeguato

paracadute: è così strutturata la debole foglia di Ungaretti.

Se ne evince un fuoco metafisico che, al solo pensiero, rende folli di un'immensità che esiste davvero per far si che Borges ne abbia provato a raccogliere i simboli.

 

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