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Epicuro – lettera ad Erodoto (recensione critica)
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Scritto da beru   

Sembra, a quanto ne dice Diogene Laerzio (che insieme a Cicerone fu uno dei più grandi doxografi dell'età ellenistica) che Epicuro fu lo scrittore più prolifico tra i filosofi antichi. Grandissima parte di ciò che scrisse è andata perduta ma Diogene Laerzio gli attribuisce un'opera magistrale, composta in 37 volumi, dal titolo “Sulla natura”, di cui possediamo scarsissimi frammenti, i più provenienti dai “papiri ercolanesi.” Abbiamo per fortuna la versione integrale delle “Lettere” che Epicuro scrisse all'indirizzo di suoi cari amici, al fine di fornire loro un compendio riassuntivo del suo pensiero. Una di queste lettere è quella rivolta a Erodoto (che non è il famoso storico greco ma un suo caro amico).

Se c'immergiamo nel testo comprendiamo innanzitutto che Epicuro è stato l'autore di una possente fisica, di derivazione democritea, ma questa sua fisica aveva anche un audace compito etico: fornire a una umanità sempliciotta e credulona un quadruplice farmaco contro le insensate paure della gente. Esse sono: la paura degli dei, la paura della morte, e la doppia paura di non riuscire a provare il piacere e di provare invece il dolore. Senza entrare troppo nella teoria generale, mi soffermerei invece su una questione che a prima vista può sembrare banale ma che a mio avviso è gravida di imponenti conseguenze logiche, e cioè: come può essere che un grandissimo materialista come Epicuro giustificasse l'esistenza degli dei, pur affermando che essi si disinteressano completamente della vita degli uomini?

Per Epicuro la realtà è costituita, in ultima analisi, da due cose: un infinito numero di atomi indivisibili (ma formati a loro volta da “minimi atomici”: quelli che poi sono stati chiamati protoni, neutroni ed elettroni) in movimento nell'infinito universo e il “vuoto”, ovvero il “luogo” in cui questi atomi si muovono, che è anch'esso infinito.

Ora dunque, se tutto è o materia o vuoto, donde gli dei? Epicuro disse che siccome tutto è appunto o vuoto o materia, le immagini mentali che noi abbiamo degli dei non possono che provenire dagli dei stessi. Tutta la nostra conoscenza, infatti, proviene dalla sensibilità, e la nostra psiche, che è formata da atomi, può conoscere solamente ricevendo gli atomi dell'oggetto conosciuto; dunque, siccome riceviamo gli atomi che formano l'immagine degli dei, deve esistere l'oggetto da cui emanano, e cioè gli dei. La conoscenza puramente razionale, senza fondamento nei sensi, per Epicuro non esiste; ciò che esistono sono solamente le “prenozioni”, e cioè una memoria di ciò che ha già colpito i nostri sensi. L'errore nella conoscenza può esistere solo come una casuale disposizione momentanea degli atomi che formano il nostro corpo, che  collega a un dato fenomeno una prenozione sbagliata, che al fenomeno non corrisponde.

Da un lato l'apparente banalità della teoria può far sorridere, ma dall'altro merita rispetto per le notevoli intuizioni fisiche che sono poi state accolte e dimostrate empiricamente.

Ma la teoria dell'immaginazione a cui il pensiero di Epicuro può dare luogo è ancora più interessante. Il suo universo, rigorosamente composto di soli atomi e vuoto ci lascia importanti questioni in merito alla coscienza.  Se i nostri pensieri e la nostra immaginazione fossero composti anch'essi da atomi e se nient'altro esistesse oltre ciò saremmo costretti a stabilire l'assoluta realtà fisica delle nostre immaginazioni, delle nostre fantasie, dei centauri, degli dei, di tutto.

 

 

 

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