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Si tratta di una prosa, non più lunga di un centinaio di pagine, da divorare o rigurgitare nel giro di un paio d'ore nell'attesa che qualche sostanza organica esca dal proprio corpo.
L'infanzia, si sa, è un tema insidioso, reso ancora più difficile da riferimenti e confronti troppo alti, assoluti. La scelta di Prévert sembra collocarsi in quella situazione limite che viene assorbita dal linguaggio.
Voglio dire.si può parlare dell'infanzia al modo di un disco che si è incantato, ma lui preferisce le tracce dell'insignificanza, la deriva dell'inattuale. Le percezioni che invariabilmente entrano nella messa in scrittura sono il tempo, la stagione, la luce, gli oggetti, le figure, il suono dei nomi: e tutto come in uno spazio unico e soffocato, ha già evocazione del ricordo! Forse il testo dell'infanzia è un testo e nulla più.
Non ha grandiosità. Oppure la sua grandiosità sta appunto nel non poter raggiungere alcuna grandezza. (Son Zenone mica a caso!) I segni che si scorgono sono i suonatori ambulanti, i venditori, la musica nelle feste, la neve d'inverno, il mare, l'orizzonte, la lontananza, il vento che si alza e mi verrebbe da aggiungere un "sai". C'è lo stupore della prima volta, bravo!
La pienezza del tempo, la calma senza fine d'ogni giorno nel respiro affettuoso, nello sguardo, nella dolcezza ariosa della madre: "In penombra, guardavo sorridendo, posata su piano in una cornice dorata, una foto di mamma seduta a quello stesso pianoforte, le dita sulla tastiera. Era più buffa che carina, questa foto, perché mia madre non sapeva affatto suonare il pianoforte, ma la nonna aveva insistito molto che quella cosa venisse fatta perché faceva buon'impressione". Come vedete ho il libro tra le mani e lo smazzo come carta da fotocopia. La traduzione, leggo, appartiene a Roberto Carifi, si legge di un suo libro precedente dal titolo "Le parole del pensiero" di una vivace casa editrice viola (di Firenze).
Alla fine del libro, come nell'evidenza di una sequenza cinematografica, c'è una pagina notevole. Il bambino, seduto su una panca, con sotto una capra che crepa, vede arrivare un viaggiatore, con fare trafelato, una valigia in mano, mentre il treno è già un po' lontano. Il bambino avrebbe voluto aiutarlo, correre, riafferrare l'ora, il tempo, la luce rossa del treno. Il bambino ha le lagrime agli occhi. All'improvviso capisce che qualcosa gli era stato portato via per sempre. L'infanzia è finita con l'immagine del treno che scompare all'orizzonte. La parola dello scrittore non possiede la vita, non possiede l'atto della vita, anche se nel suo specchio vano continueranno a riflettersi il cielo, la terra, le illusioni, le figure leggere e dolorose dell'esistenza. A questo punto vi cito una frase di Fabrizio de Andrè in una delle sue celebri canzoni che dice " mi son visto di spalle che partivo" . ma ci pensate a quest'immagine? O pensate solo a votare Laperquisa tra i Migliositi?
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