Home Cartastraccia, la rubrica libresca "L'esistenzialismo è un umanismo" di Jean Paul Sartre
"L'esistenzialismo è un umanismo" di Jean Paul Sartre
Cartastraccia
Scritto da beru   

Riflessione critica

"L'uomo all'inizio non è niente. Sarà solo in seguito, e sarà quale si sarà fatto" [cit]

Questa osservazione, senz'altro congruente con l'assunto che per Sartre l'esistenza precede l'essenza, mette in risalto la questione centrale del libro: e cioè l'illimitata libertà che l’uomo ha nelle scelte che responsabilmente prende per decidere "chi" diventare, di fronte a se stesso e agli altri.

Ma come l'esistenza possa precedere, logicamente parlando, l'essenza, viene difficile capirlo.

Ricordo che per Sartre l'esistenza è l'atto, mentre l’essenza è il concetto di questo atto. Ora, se questo vale dal punto di vista strettamente cronologico, non è così dal punto di vista logico, secondo me. Inoltre, la questione della libertà illimitata nelle scelte, non può trovarsi libera da una considerazione: se le scelte sono il frutto di un ragionamento e se il ragionamento non poggia a sua volta su alcunché, questa libertà di scelta è logicamente inconcepibile, mancando una sostanza alla sua base: sarebbe casuale, mancherebbe un centro unitario, non sarebbe neanche una scelta di un proprio e preciso individuo.

E' pur vero che proprio in questa considerazione, l'esistenzialismo crede fermamente. Infatti, l'angoscia esistenziale alla base dell'essere deriva proprio dal fatto che nulla regge l'essere e l'uomo, trovandosi "gettato nel mondo", si vede costretto a inventare se stesso, a fare delle scelte che lo determinano, e al di fuori di se stesso non può contare su nulla, su alcun sostegno. Ed ecco l'angoscia dell'uomo che è consapevole della propria soggettività, ma, allo stesso tempo, anche consapevole di un'assoluta mancanza di sostegno (e dunque di sostanza) a questa soggettività. Precisiamo che, coerentemente, l'esistenzialismo sartriano, è un esistenzialismo ateo.

Ma come l'uomo possa accettare quest'esistenza, senza porre, a livello di principio logico, una sostanza (quella stessa sostanza che lui stesso è) diviene impossibile a capirlo. La questione è analizzabile da due punti di vista, convergenti. Innanzitutto, se l'esistenza precede l'essenza, l'esistenza stessa diviene, logicamente, l'essenza. Se l'esistenza è l'essenza, in questi termini, diviene impossibile applicare ogni distinzione ai termini. Come vediamo, la questione perde così di significato. Per meglio chiarire, Sartre intende dire che l'esistenza (il fatto di esserci) è un fatto assolutamente pre-riflessivo e ingiustificato. Il concetto che poi un uomo si forma di questa sua esistenza viene appunto dopo (con la riflessione), ed è questo che Sartre intende per essenza: il concetto che ogni uomo soggettivamente attribuisce alla propria esistenza.

Sartre sembra non considerare che l'essenza, come principio logico, anche trascendentale e non conoscibile, deve pur operare prima (logicamente), affinchè ogni nascita (e ogni riflessione) sia possibile, almeno, secondo me. In fondo, se proprio volete, la mia idea è che l'essenza e l'esistenza perfettamente coincidano, nell'atto di vita. Se c'è un residuo, semplice e trascendente, rispetto alla nostra individualità, è una possibilità semplice che è l'essenza. Viene sempre da pensare che esistano dei motivi, delle spiegazioni che in atto non esistono rispetto ai sensi.

Da un altro punto di vista, considerando cioè la questione sulla base del concetto di libertà, mi verrebbe da domandare come una libertà che comunque agisce in seguito (o correlativamente) a degli stimoli naturali, possa effettivamente considerarsi illimitata e non condizionata (se non addirittura motivata) da essi. Il progetto sartriano che attribuisce all'uomo la piena responsabilità delle proprie scelte non permette di superare (ovviamente) l'insuperabile questione: l'uomo è un soggetto determinato o è completamente indeterminato? Sartre, come sappiamo, opta per questa seconda ipotesi. Ma egli non può essere completamente nel vero, in quanto la sua analisi lascia fuori questioni troppo rilevanti per arginare l'argomento: e cioè le questioni della sostanza e della natura intrinseca delle cose.

D'altronde, da un lato egli ritiene che l'uomo non ha una propria definita natura, dall'altro precisa che l'uomo è illimitatamente libero di inventare se stesso (e dunque una natura ce l'ha, ovvero la libertà). Inoltre parla d'istinto senza specificare come questo determini o meno le scelte. Il progetto sartriano ha comunque secondo me, una grandezza estremamente notevole. Come progetto si dimostra molto proficuo nelle sue applicazioni politiche. Conferendo agli uomini la responsabilità totale delle proprie scelte, permette così un'adeguata oggettivazione delle responsabilità riguardo ai mali e alle ingiustizie della società, si consente di "spogliare" il potere dalle torbidità dietro le quali esso si nasconde, generando l'avanzamento del processo critico e di contrapposizione necessario alla crescita di consapevolezza di quello che Haidegger chiamava "l'esserci" nel mondo.

Infatti, come Sartre giustamente dice, è sempre possibile, liberarsi dai condizionamenti, per attuare, attraverso la scelta individuale, il progetto che ci porti a essere, l'uomo che vogliamo essere. Come vediamo, è una filosofia della massima responsabilità, di tutti verso tutti. Una sola cosa questa libertà responsabile non può consentire di fare: generare scelte e delle conseguenti azioni estranee alla natura, alla sensibilità intrinseca di ogni uomo concreto, e dunque della sua sostanza.

 

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