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"Premiare il lavoro" di E.Phelps
Cartastraccia
Scritto da beru   

E’ proprio una questione vedere o no il possibile. “Premiare il lavoro” di E. Phelps è l’esposizione di un possibile rimedio ai mali della nostra economia, un rimedio che (senza nulla togliere alla verosimile buona volontà dello scrittore) assomiglia a questa scenetta.

SCENETTA: “ Il carnefice depotenziato”

Il carnefice, essere privo di sensibilità e umanità, ha in mano un martello e con questo fracassa la testa delle vittime che, inginocchiate ai suoi piedi ricevono tremende botte in testa. Il buon economista, suo consigliere fidato, riesce ad avere il permesso per fare una cosa: togliere il martello al carnefice e al suo posto mettere una più leggera chiave inglese da 30.

Un gran passo per l’umanità, no?

Ecco innanzitutto qual è il problema inquadrato da Phelps. Gli ideali che muovono il mercato del lavoro sono innanzitutto due: produttività e competizione. Qualcuno ha però notato che questo modo di vita non è molto in grado di includere nel mercato del lavoro una fetta parecchio consistente di persone. O comunque, anche quando queste persone vengano incluse, il loro salario risulta bassissimo (e/o anche discontinuo) e questo perché, ovviamente, la produttività marginale del loro operato, all’interno del processo produttivo, corrisponderebbe a quel salario.

Questi lavoratori marginali vengono definiti: i deboli, i poco produttivi. Il loro salario è così basso che addirittura, converrebbe loro lo stato di disoccupazione e il beneficiare dei sussidi previsti dallo Stato per i non lavoratori.

L’economista-papà si chiede: vogliamo evitare che questi poveracci rimangano esclusi, si dedichino magari ad attività criminali, deviate e devianti, si diano alla droga? Il lavoro è il valore centrale nella vita di un uomo (dice l’economista-papà): dunque non è ammissibile che il nostro modo di lavorare produca un così basso livello d’integrazione.

Allora, per risolvere questo problema, lo Stato dovrebbe dare dei sussidi all’occupazione di queste persone all’interno delle aziende. Il sussidio è una quota di soldi che lo Stato da alle Aziende affinché queste assumano i lavoratori “meno produttivi” e diano loro un salario dignitoso. Tramite questo sussidio, diventerebbe cioè più conveniente per le aziende assumere questi “poveracci”, cioè i meno produttivi, ovvero oggi le persone normali.

E da dove dovrebbero saltare fuori i cosiddetti soldi per questo sussidio? Ma niente, un po’ di tasse in più a quelli che hanno da cinque a centocinquanta volte lo stipendio minimo salariale, un tocco d’elemosina.

Che ne pensate, va bene questo sussidio all’occupazione per risolvere i mali della nostra economia?

L’idea di voler effettuare un’analisi critica al capitalismo contemporaneo rimanendo nel rispetto dei suoi valori fondamentali, equivale a fare dell’inutile doppio-giochismo, nonché a mostrare la vacuità delle proprie pretese di critica. Nonostante questo sia ciò che il Nobel per l’economia (nonché economista-papà) E.Phelps abbia fatto scrivendo questo libro, non voglio dire che egli sia completamente un cretino o un essere in totale e vergognosa malafede e dunque il peggior economista vivente. Infatti, dalla sua proposta di dare un sussidio all’occupazione dei lavoratori meno produttivi, emergono comunque due valide inquadrature di fondo. Innanzitutto viene riabilitato un principio di razionalità sociale comune (chiamato principio di stato) che vada a fronteggiare la deriva e la convulsione individualistica del nostro modo di vivere. Phelps lo fa chiamando in causa gli antichi valori fondatori della repubblica americana, che prevedevano a fianco dell’individualismo, uno Sta!

to di diritto atto a salvaguardare lo sfondo comune e il rispetto reciproco. In secondo luogo c’è un accenno al senso di giustizia distributiva, esigendo (perlomeno) un minimo di livellazione tra gli altissimi redditi e i bassissimi redditi.

Ma, detto questo, vi spiego perché quella di Phelps non è un’analisi critica e dunque perché non possa ritenersi libera e valida dal punto di vista intellettuale.

Phelps non argomenta la sua proposta a partire da concezioni veramente morali. Egli si ritiene un economista e non mette in discussione i principi del capitalismo, né le sue disfunzioni: si limita a fare un opera intellettuale di carità. E lo fa a partire da concezioni economiche e perbeniste, non a partire da un senso di giustizia etico. La sua proposta mira a non creare ulteriori esclusi e disperati affinché questi non disturbino, non arrechino danno alla “macchina che va avanti”. E lo dice chiaramente. Il suo senso di pena e imbarazzo nei confronti degli ultimi è una protezione all’elite industriale al potere (che evidentemente lo ha fatto nominare Nobel) nascosta però sotto l’aspetto infingardo di un’opera falsamente intellettuale. Comunque, voglio andare per gradi. Dicevo che Phelps non parte da una questione morale. Infatti per lui la ricchissima elite al potere non sbaglia niente, la mentalità competitiva va benissimo, i metodi di lavoro sono ottimali, l’indottriname!

nto alla produzione crescente è necessario, l’uso che facciamo del nostro tempo è splendido: egli non dice nulla su queste questioni, non una critica che sia una. Non partendo da questioni morali, Phelps non si rende conto di essere totalmente deficitario proprio dal punto di vista critico-intellettivo: infatti qualsiasi scienza sociale (ma Phelps forse fa finta di non considerare l’economia una scienza sociale) non può che partire da un punto di vista morale. Phelps invece parla di economia come se stesse parlando di fisica: punta cioè al determinismo, e cioè all’anti-critica.

Eccetto dunque i due buoni punti inizialmente elencati (celati però da perbenismo) il valore intellettivo di quest’opera è ridicolmente scarso: niente di diverso all’orizzonte dunque, almeno, fino a qui.

 

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