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Seguite in tempo questo recensione sul problema del tempo: ai più potrà sembrare una perdita di tempo, proprio per questo è interessante seguirlo; qui niente scherzi, qui si parla del tempo. Durata e simultaneità
di Henry Bergson (1922)
Prima parte [dedicata all'amico che in forma unica conserva il grafico dell'esperimento di Michelson-Morley]
"Durata e simultaneità" è una risposta alle contraddizioni scientifiche sollevate dalla teoria della relatività di Einsten, contraddizioni che per Bergson sono dovute alla scorretta interpretazione che di questa teoria se ne è fatta, interpretazione che, leggera leggera, sopravvive ancora oggi nelle riviste di settore, fra gli scienzati, al bar, in televisione, a casa mia.
Credo sia un fatto abbastanza comune anche fra gli scienziati stessi che il pieno significato della teoria della relatività sfugga costantemente. E' più che comprensibile: questa teoria lavora sul significato stesso dell'essere relativi e dell'essere assoluti e la nostra mente è invariabilmente portata a scivolare in uno dei due abissi.
In questo libro, scritto qualche anno dopo i fondamentali contributi di Einstein, l'argomento indagato è proprio il nodo centrale dell'essere relativi e dell'essere assoluti: si tratta del problema Tempo (o dei Tempi).
Einsten ha inizialmente scritto una teoria ristretta di relatività, in cui si affermava l'impossibilità di fissare nello spazio un punto fisico di riferimento assoluto per determinare la quiete o il moto e di conseguenza lo scorrere del tempo. Si tratta, dice Bergson, di misure e di tempi fisici, cioè misurabili a partire dai dati esteriori dell'esperienza, perchè Einsten, da fisico, era interessato alla dimostrazione esteriore del Tempo e perciò Einsten non ha potuto fare altro se non legare il concetto di Tempo a quello di Spazio: solo di quest'ultimo infatti è fisicamente possibile averne una misura; solo sulla base di quest'ultimo è possibile dare un significato evidente a un tempo che scorre fra cose, eventi, parti visibili del reale. Il tempo è ciò che riempie lo spazio tra cose. Dal punto di vista fisico il tempo è il tempo di essere e vedere spazio, dunque il tempo è, alla fine, spazio. Secondo Bergson, questa teoria di Einsten ha dato luce a un gravissimo abbaglio interpretativo, e questo abbaglio è dovuto all'opera di quegli scienziati che partendo dalla teoria di Einsten hanno ipotizzato l'esistenza di "tempi multipli" reali, interiormente ed esteriormente esistenti.
Come è stato possibile ipotizzare dalla teoria della relatività l'esistenza di tempi multipli, e che cosa sono i tempi multipli? Per comprendere la questione nel libro c'è un'ampia parte dedicata all'esperimento di Michelson-Morley e alle equazioni di Lorentz, vediamoli.
L'esperimento di Michelson Morley e le equazioni di Lorentz: cosa sono?
Questo esperimento ha fornito la prova che la velocità della luce è invariabile in tutte le direzioni e prescinde dalla velocità del sistema di riferimento assunto a misura della stessa. In breve, esso si è svolto così:
un raggio di luce, partito da una sorgente luminosa è stato diviso in due raggi da uno specchio inclinato di 45° rispetto alla sorgente. I due raggi, posizionati tra di loro come un qualsiasi piano di assi cartesiani, proseguono la loro rotta fino allo specchio posto al limite del loro perpendicolo; incontrato lo specchio, vengono respinti e tornano verso l'origine, impiegandoci lo stesso identico tempo.
Qui sono importanti alcune precisazioni. Si partiva dall'ipotesi che la velocità della terra (luogo nel quale è stato svolto l'esperimento) potesse influenzare la velocità del raggio di luce. Ma così non è stato. Il raggio di luce viaggia alla stessa velocità in tutte le direzioni, sia nella direzione parallela al moto terrestre, sia nella direzione perpendicolare.
Questo è stato il risultato empirico raggiunto dall'esperimento di Michelson e Morley. Ma adesso vediamo che interpretazione ne è stata data dalla fisica e in particolar modo dalle equazioni di Lorentz (che applicano la relatività di Einsten all'esperimento di Michelson-Morley).
Qui entra in gioco il discorso sul moto: infatti, se è vero che il raggio di luce è in moto, lo stesso si può dire della terra. Però, il primo moto (la luce) sembra un moto assoluto (è indipendente dagli altri moti), mentre il moto terrestre sembra relativo al moto di altre cose. Rimane il fatto empirico che la terra si muove, dunque la terra ha una velocità, dunque questa velocità, se esiste, deve entrare a far parte dei calcoli fisici che portano alla velocità delle altre cose (in questo caso della luce). Ma l'esperimento mostra invece che il sistema di riferimento Terra si comporta nei confronti del raggio di luce come se fosse immobile. Per superare questa contraddizione e per spiegare l'invarianza della velocità della luce in tutte le direzioni, il fisico Lorentz, ha allora ipotizzato che i due raggi di luce impieghino lo stesso tempo per andare e tornare dai loro rispettivi specchi perchè il raggio che viaggia nella direzione del moto terrestre subisce una contrazione (fisica) pari alla velocità del suo moto (che è data dalla velocità intrinseca della luce e dalla velocità intrinseca del moto terrestre).
Cioè, la velocità dei corpi determinerebbe una contrazione dello spazio e un allungamento del tempo, cosìcchè un corpo in movimento vivrebbe, rispetto a un corpo immobile, un tempo più lungo, dilatato.
Queste sono le conclusioni fisiche che Bergson andrà a confutare dal punto di vista filosofico nei passi successivi del libro. Egli si sforzerà di dimostrare come la teoria di Einsten, chiarendo l'impossibilità di fissare dei punti privilegiati nello spazio, non implichi affatto l'esistenza reale e concreta di tempi multipli (normali e dilatati). Bergson cercherà di chiarire come i risultati conseguenti alle equazioni di Lorentz siano il riflesso di un abbaglio, di un grave fraintendimento fisico, che non può assolutamente essere accettato dal senso comune filosofico. Per Bergson, la mancanza di un moto assoluto non conduce logicamente all'esistenza di tempi multipli. Al contrario, l'assenza di punti privilegiati è per Bergson la prova più forte dell'esistenza di un tempo unico, interiore ed esteriore, che dura fra gli eventi. Che è gli eventi. |