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Marsilio Ficino fu, a cavallo del quattro-cinquecento, un umanista. Poi fu, un cavallo dopo, morto. Ma è qui lodevole ricordare che egli, come ogni anima (pur nel suo dubbio), partecipa. E’ dunque vivo il suo pensiero perché sono vivi (e perciò potenzialmente eterni) gli enti a cui il suo pensare era rivolto. Oggi ho scoperto che Marsilio Ficino viveva in un’epoca probabilmente più serena della nostra perché scrisse un saggio dedicato alla dignità dell’uomo. Capite? Si vedeva circondato da persone che esaltavano e celebravano la grandezza e la somma dignità dell’essere uomini. Mi piacerebbe oggi entrare in banca e scoprire che dietro una tendina ci sia in realtà nascosto un umanista, un Marsilio Ficino che contempli la scena trovandola altamente dignitosa e celebrante la grandezza metafisica e concreta dell’uomo.
Ovviamente nella sua filosofia l’appiglio per celebrare la dignità dell’uomo è religioso (in senso neo-platonico cristiano). Ci sono come due parti nel suo scritto, una che mi piace, l’altra che mi vede disturbato. Nella prima Marsilio sviluppa il concetto di “appetito naturale”, spiegandolo come il movimento di tutti gli esseri dotati d’istinto verso la realizzazione del proprio bene. Il proprio bene non è poi altro che la finalità dell’istinto. E questa finalità, poi, non è altro che la causa stessa nel suo sviluppo. Tutto torna dunque, e tutto è, causa. Ad esempio la finalità (cioè l’effetto) del mangiare è il “soddisfacimento” della “fame”, dunque l’atto (il soddisfacimento) torna sempre (ed è compreso) nella causa (la fame). Ma l’uomo nella vita è costantemente insoddisfatto, insegue sempre continui istinti, ed è, al di fuori dei momenti in cui è impegnato a soddisfare i suoi appetiti, sempre inquieto di una strana ricerca che non ha materia e non è sensibile.
Ora questa ricerca, peculiarità solo dell’uomo (secondo Marsilio) è la ricerca di Dio e cioè della Causa stessa che muove l’appetito naturale dell’inquietudine. Solamente raggiungendo la finalità di questo istinto, placheremmo l’inquietudine e vivremmo la causa, ma ciò non può avvenire nel contesto di questa vita materiale perché questo particolare appetito (che è il più importante) non è affatto materiale.
Siccome la natura non ha per Marsilio nulla di inutile, ne deriva che questo appetito naturale di voler raggiungere Dio (dimostrato dall’inquietudine di fondo che l’uomo vive) è la finalità unica dell’essere umano e del suo intelletto, l’unico imperativo morale nonché il preciso motivo della sua dignità. Ed eccolo qui il Marsilio umanista.
Della seconda parte mi disturba questo: che per Marsilio l’unica forma di vita che partecipa veramente di Dio è l’uomo (e non le altre forme di vita), e questo perché l’intelletto umano rappresenta veramente Dio e lo vive con la ricerca inquieta. Ma Marsilio va incontro a una contraddizione secondo me fortissima: dicendo così ha infatti reso “zoppo” Dio, perché se nulla sappiamo dell’istinto del gatto, o esso è pensato uguale a quello dell’uomo e dunque anche l’intelletto del gatto partecipa di Dio (e lo rappresenta) ed è anch’esso parimenti dignitoso dell’uomo, oppure è diverso da quello dell’uomo ma, in questo caso, essendo comunque istinto, esiste necessariamente il Dio Gatto e scompare il concetto di causa unica. Ma queste sono contraddizioni che possiamo mettere tra parentesi. Oggi gli umanisti non ci sono più tanto in giro.
Marsilio Ficino, che grande epoca di arte e libertà che stiamo vivendo! Viene a cantare anche oggi la dignità dell’uomo e la sua vicinanza a Dio, vieni, ti aspetto.
“L’uomo è colpevole di tutto il bene che non ha fatto.” [cit] |