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Questo racconto è tratto liberamente e con fantasia dalla leggenda (esistente nell’ambiente musicale, ma probabilmente priva di verità), che si sparse alla fine degli anni ’60 tra i fans dei Beatles, sulla presunta morte di Paul McCartney.
E’ una piovosa nottata del 9 novembre 1966, una Aston Martin bianca sfreccia sulle deserte strade del “suburban” londinese.
“La notte è un ottimo nascondiglio, dopo una giornata passata in sala a registrare. Mi rifugio nel mio abitacolo e vivo la notte da solo. Guido e basta, non voglio più pensare a nient’altro e questo buio già mi aiuta!”- commenta Paul, monologando ad alta voce- “Le flebili luci della mezza luna…” - prosegue questa volta in silenzio contemplativo- “…e della stessa proiettata sull’asfalto viscido, mi fanno da giaciglio e mi scaldano in questa solitudine atmosferica. E’ il classico momento di magia…” - continua con un disappunto crescente - “…in cui le parole per le canzoni mi escono veramente facili, ma ho le mani occupate, ho il volante tra le mani e non sono nelle condizioni di poterle scrivere, che rabbia! Mi devo accontentare di tenerle a mente, così che fra un’oretta, quando varcherò la soglia di casa, la prima cosa che farò sarà aggiungerle al quadernone dei testi”.
“Paul, ma ti rendi conto di quanto è fica quella sequenza di rime? C’ho già la melodia in testa! Devo essere proprio in stato di grazia!”- sogghigna tra se e sé, complimentandosi da solo. “Potrebbe essere una delle più belle canzoni dei Beatles; devo tornare a casa più in fretta che posso… sono eccitato!”.
Così, egli spinge gradualmente il pedale, iniziando, in contemporanea, una serie di calcoli matematici: “Se vado ai 100 di media posso arrivare 9 minuti prima, se vado ai 110, 16 minuti, ai 120, 24 minuti prima… Speriamo solo che non inizi a piovere sul serio, se no sarò costretto a rallentare… Ma non penso… Mi sembra una di quelle tipiche pioggerelle che mai s’intensificano e restano perennemente uguali coi loro statici movimenti, ognuna di queste gocce è alla fine sosia di se stessa; hanno la stessa sembianza della giornata che mi aspetta domani… cioè...”- controlla l’orologio con un gesto brusco - “…cioè…oggi!”.
Sembra essersi trasformato in un puro e forte intento di tornare a casa il tragitto stradale, non esistono più curve, salite o discese, ma semplicemente un percorso dritto, ideale, in perfetta linea d’aria. Paul si proietta già fra le mura domestiche, sdraiato, pancia sotto, sul divano grigio-matita a scrivere nuove parole d’amore e poesia, che ha il sentore “entreranno nella storia dei Beatles”.
Rita è seduta in cima al suo zaino enorme sul bordo della carreggiata, in una piccola piazzola rientrante di qualche manciata di metri appena; cerca di coprire il proprio cilindro corporeo trasformando l’impermeabile rosso in un tetto e le braccia sinuose e albine in due colonne portanti, che restano tese e salde senza sforzo, in modo molto naturale. I lunghi capelli biondi, scuriti dalla pioggia, raccogliendosi a ciuffi sottili, le coprono il viso e, finendo sulla mini-gonna jeans, paiono quasi simboleggiare frecce segnaletiche che inducono gli automobilisti a guardare lì sotto, là dove la nudità di Rita è più prorompente ed evidente: quello splendido paio di gambe e quello stacco da fotomodella.
Ogni volta che passa un’auto schioda la mano destra dall’impermeabile e alza il pollice per chiedere un passaggio. Dopo un’ora nessuno si è ancora fermato e Rita è sfiduciata, decide di rinunciare ad alzare il pollice ed allunga le gambe fuori dalla copertura dell’impermeabile, si bagnano e si lucidano di conseguenza.
Decelera bruscamente e si accosta nella piazzola una Aston Martin bianca. Rita si alza, sbircia nell’abitacolo, ma non riesce a vedere nulla, i rigagnoli sul vetro sono troppo intensi per essere bypassati dallo sguardo. Decide di fregarsene delle apparenze: apre lo sportello, sale e basta. “Salve, io vado per Londra può darmi un passaggio?” - scandisce con affascinante timidezza. Paul risponde con un cenno d’assenso del capo, abbozzando un sorriso e spalancando le braccia, un gesto che lascia intendere che se anche non avesse dovuto andare a Londra sarebbe stato disposto ad accompagnarla comunque. Questo perché Paul era convinto che l’incontro con Rita dovesse far scaturire la seconda strofa della sua nuova canzone. E’ l’intuizione che ha costretto Paul a caricare Rita sulla macchina, neppure un briciolo di galanteria o pietà o un secondo fine; è stata l’intuizione e basta, quella pura e artistica, vicina all’amore.
“Mi chiamo Rita, piacere; un pazzo mi ha lasciato qui circa un’ora fa’. Va bene essere pazzi, ma si può essere anche pazzi e gentiluomini assieme! E con tutta questa pioggia, nel cuore della notte non si può lasciare una ragazza tutta sola soletta. Io sono femminista, eh… e me la cavo da sola, però è chiaro che una ragazza ha meno possibilità di proteggersi; comunque… per fortuna (!) ora ho trovato te”. Paul non spiaccica una parola, si limita a guardare la strada davanti e ad annuire dopo ogni frase di Rita, lei continua a parlare e parlare ancora, gli racconta qualche aneddoto del suo viaggio in autostop da Edinburgo a Londra, poi ricorda la sua infanzia, ride, urla, bisbiglia e ogni tanto trema perché è inzuppata d’acqua…
Robert è un rude camionista dello Yorkeshire, che si vanta con gli amici di essere l’amico dell’amico dell’amico dell’agente dei Beatles così spesso che i colleghi l’hanno soprannominato simpaticamente “Norvegian Wood” (come una canzone dell’album Rubber Soul del ’65), perché quello pseudonimo esemplifica bene i suoi tratti somatici scandinavi e il suo mestiere: il trasportatore di legna.
La cabina del camion di Robert si contraddistingue non tanto per la tappezzeria fotografica ad alto contenuto erotico, ma per quella foto in cui lui medesimo, con tanto di parrucca a caschetto, è abbracciato a Ringo Star che fa finta di colpirlo con le bacchette sul ginocchio, una scena dalla goliardia abominevole. Robert sorseggia il solito caffé, più acqua che caffeina, al solito autogrill; è partito qualche ora prima da Sheffield, deve trasportare del legname al porto di Brighton ed è più o meno a metà strada, si rilassa leggendo, seduto sullo sgabello, la pagina sportiva di The Sun, e fumando l’ultima Philip Morris del pacchetto. Qualche minuto dopo riprende a guidare a velocità spedita senza più alcuna sosta.
“E tu invece? Che mi dici di te?” - Rita interrompe i suoi discorsi ed è curiosa di sapere qualcosa della vita di Paul-. “Io… mmm… niente, mi chiamo Paul e in questo momento sto in silenzio perchè voglio tenere bene a mente la seconda strofa della canzone più bella dei Beatles, parla di te e me e del nostro amore annullato dagli eventi, clandestino per colpa del destino”. Paul inizia, di sua sponte, a canticchiarla ed in un attimo Rita rimane come ipnotizzata, spiazzata, innamorata… e comincia a capire chi è davvero quel Paul, ne riconosce la voce e qualcosa di più: la profondità. Non si preoccupa neppure di guardarlo bene in volto per avere conferma. In un cambiamento ugualmente repentino prende a dimenarsi ed urlare tra sé e sé: “Hai capito!? Sono in macchina con Paul McCartney! P-A-U-L M-c-A-R-T-N-E-Y! Il cantante più famoso del mondo! Ed io che non ti avevo neanche riconosciuto?!”. Rita sviene sul colpo, si accartoccia con le braccia a penzoloni sulle ginocchia. Il momen!
to è concitato, Paul si gira subito verso Rita e tenta di muoverla con vigore, si distrae, non vede che il semaforo è rosso, inchioda di colpo, la macchina scivola sull’asfalto bagnato e si blocca in mezzo all’incrocio. Intanto arriva Norwegian Wood dalla sinistra, ha il verde, non riesce ad evitare la Aston Martin bianca e la travolge in pieno. Il camion si ferma dopo un centinaio di metri, l’auto viene spazzata sul prato adiacente.
Prima di scendere e di riprendersi dallo shock dell’incidente, Robert raccoglie la foto di Ringo che, nell’urto, si è incastrata fra il sedile e la portiera, la riappende con cinica cura, chiude il camion e si precipita verso le lamiere della Aston Martin. Si dimentica di spegnere la radio, sistemata sul cruscotto, BBC London sta trasmettendo, in uno strano gioco fatale, “The last time” dei Rolling Stones.
Lo spettacolo al quale assiste Robert è raccapricciante, Rita e Paul sono morti sul colpo, le loro teste mozzate nell’urto hanno sfondato il parabrezza e lì si sono incastrate. Robert si accorge che quell’uomo è Paul McCartney ed in un attimo di lucidità chiama l’amico dell’amico dell’amico dell’agente dei Beatles per sapere come deve comportarsi. Gli viene detto di tacere, e che tra poco arriveranno degli “spazzini” che elimineranno ogni traccia dell’incidente e della morte dei due. Così avverrà, in effetti, a breve.
Il mito dei Beatles è salvo: un sosia sostituirà Paul in tutto e per tutto, nella vita come nella musica, ma la canzone più bella dei Beatles, però, non potrà mai essere ascoltata, seppellita in Lesotho con le uniche due teste che l’avevano amata.
Qualche mese dopo John Lennon inizierà a diffondere indizi sulla morte dell’amico e ad esprimere il proprio dolore nei successivi album attraverso inequivocabili messaggi subliminali.
Turn me on dead man!
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