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La classe operaia va in Paradiso (1971)
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Regia di Elio Petri
Soggetto e sceneggiatura di Ugo Pirro, Elio Petri Con G.Maria Volontè Mariangela Melato Salvo Randone.
Nell'inverno gelido, bianco, nebbioso e raccapricciante della periferia milanese, in piena aria di anni di piombo, di miseria esistenziale e vani singulti di soggettività emancipatrice, Ludovico Massa, detto Lulù, povero e affannato uomo operaio con due famiglie da mantenere, disegna il suo agonizzante percorso dentro una fabbrica in cui le lotte operaie, alla fine, “truculano” l'uomo e la sua dignità. Film essenziale e sempre attuale, ci ricorda come la strumentalizzazione avvenga in maniera multi-direzionale, dall'alto come dal basso, e come la richiesta sacrosanta di dignità ed eguaglianza non possa esaudirsi in un mondo in cui anche le spinte rivoluzionarie dal basso vengono inevitabilmente strumentalizzate. Lulù non è certo un rivoluzionario in senso consapevole, anzi è forse un bigotto reazionario e materialista che viene anche picchiato dai colleghi sindacalizzati per la sua eccessiva laboriosità. Ma il sistema spietato in cui è inserito, vede proprio lui come vittima emblematica e rappresentativa. La sua pseudo mentalità quasi borghese lo azzanna dal di dentro e lo fa precipitare in un angoscia esistenziale che rasenterà, poi, la follia.
Il tracollo, c'insegna questo film, è sempre vissuto come individuale, e non c'è ideologia che tenga. Film lucido e consapevole sulla brutalità e sulla grettezza della vita di fabbrica, che al di là delle rinnovate vesti fenomenologiche è rimasta oggi pressochè invariata, se non peggiorata, se consideriamo la potenzialità che oggi ha l'operaio o l'impiegato o il lavoratore sui generis di scoprirsi uomo con interessi di classe e di relazionarsi con i colleghi con libertà e senza l'ossessione di essere giudicati dai “controllori”. La classe operaia andrà pure in paradiso (e forse ci è andata) ma non è detto che la classe padronale andrà all'inferno, ognuno ha le sue colpe. Una cosa è certa: azzerando la dialettica, scompare la fabbrica come luogo di confronto e di vitalità, e ciò che rimane non ha più una funzione sociale, ma solamente una funzione riproduttiva del sistema.
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