Sarò netto sin dall’inizio: questi quattro lungometraggi ,a mio parere,appartengono a quella cerchia ristretta de “i più belli di sempre”, credo che raggrupparli in un'unica rassegna rappresenti per “l’amante del cinema” un evento imperdibile.
Quattro trame dissimili, quattro registi cresciuti con quattro scuole di pensiero cinematografico diverse,eppure un solo fine comune nella loro personalissima ricerca visiva:la poesia dell’immagine. Già, poesia. Per quanto ai più possa apparire improprio l’uso di un termine prettamente letterario come “poesia” in ambito cinematografico, credo che dopo la visione di queste meraviglie filmiche non si possa non concordare sul fatto che sia inevitabile parlare di Poesia con la P maiuscola. Un’espressione poetica che lascia non indifferenti, come quella che talvolta ritroviamo nella voce di Tim Buckley oppure nelle gallerie d’arte all’interno del quadro che scrutiamo rapiti per un quarto d’ora, quella che ritroviamo nelle liriche del Faber o nella tromba di Miles e perché no anche nel piede di colui che fu al tempo Maradona. Insomma quell’ensemble di vertiginose sensazioni grazie a cui il nostro essere si riempie d’incanto e d’energia vitale.
La (non) casualità delle cose vuole che questi quattro film nascano da particolari momenti vissuti dai quattro registi e nel contempo che essi rappresentino un punto di svolta nella carriera artistica dei quattro cineasti: Aurora è il primo lungometraggio realizzato durante l’esperienza americana di Murnau, poco dopo l’abbandono della sua terra,la Germania, Dersu Uzala rappresenta il ritorno del maestro Kurosawa sulla scena cinematografica dopo il tentato suicidio del ‘71, Stalker è l'ultimo film che Tarkovsky girò in URSS e rappresenta la rottura definitiva del regista russo nei confronti del regime sovietico che sempre tenterà di ostacolare il suo genio, La Doppia Vita Di Veronica è la prima esperienza cinematografica fuori dalla Polonia di Kieslowski ed è il film che aprirà la strada al regista polacco verso la notorietà e la consacrazione internazionale.
Quattro opere dunque che segnarono in epoche diverse la vita dei quattro registi e che ancora oggi esprimono una potenza visiva a tratti inimitabile. Questi lungometraggi ci mostrano come il cinema non abbia dimenticato lo stretto legame che intercorre tra l’immagine in movimento e la fotografia, due arti che confluiscono in un'unica espressione per dar vita ad uno spettacolo visivo coinvolgente e di raffinata bellezza. Ed Aurora è questo. Tre Oscar: Miglior fotografia, Miglior Attrice, Miglior film artistico alla prima edizione degli Oscar, manifestazione che all’epoca poteva considerarsi seria. Murnau con le sue carrellate e sovraimpressioni da una parte, Charles Rosher e Karl Struss con la loro fotografia dall’altra, ci mostrano come il cinema possa raccontare l’amore in maniera assolutamente squisita ed originale attraverso uno stile ancora influenzato dall’espressionismo tedesco, espressionismo di cui il regista di Nosferatu e Der Letzte Mann è stato uno dei massimi esponenti cinematografici. Murnau è un genio. L’unico in grado di trasformare una storia tanto semplice come quella di Aurora, in uno spettacolo scenico senza precedenti. Portiamo questo film nei musei, nelle scuole di tutte leetà e faremo cosa giusta!Non mi capaciterò mai di come tra tutti i grandi del cinema, il regista tedesco finisca sempre nel dimenticatoio, forse la sua omosessualità dichiarata in un’epoca di repressione e discriminazione è stata il pretesto per metterlo in secondo piano rispetto a Fritz Lang e soci?!
Dal canto mio non smetterò mai di sostenere che F.W. Murnau è il padre della visione poetica del cinema,nonché il precursore della profondità di campo cinematografica; l’uso della macchina da presa che il regista tedesco ha sperimentato nel corso della sua attività artistica (insieme al grande operatore Karl Freund,non presente in Aurora) è il prolungamento del cuore dei protagonisti presenti nei suoi film, è l’esaltazione del sentimento che traspare sul volto dei suoi attori. Murnau ed il suo modo di far cinema rivelano una sensibilità che ancora oggi difficilmente è pareggiabile. Forse solo Kurosawa ha saputo esprimere con tale grandezza questa sensibilità, ed è il caso di Dersu Uzala, in cui il regista mette in scena un lirismo così maestoso da sfiorar il cielo e ancor più su. Come ho scritto in precedenza, il maestro giapponese veniva da un lungo e tormentato periodo di depressione che culminò nel tentato e (per fortuna nostra) incompiuto suicidio del ’71.
Quell’esperienza lo scosse così profondamente da ricondurlo sul set più motivato e ispirato di prima. E l’istinto primitivo nei confronti della vita, con cui Kurosawa torna sulla scena cinematografica mondiale, è il tema predominante di Dersu Uzala.
Il film è l’espressione di un universo umano che solo nel proprio intimo legame con la natura riesce a ritrovar se stesso. Il piccolo grande Dersu (interpretato splendidamente da Maksim Munzuk), un cacciatore figlio della taiga, è il simbolo atavico ed inequivocabile di come l’uomo sia una creatura della terra, di come la natura gli appartenga e di come lui appartenga ad essa in una condizione pagana di reciproca armonia. Qui “sensei Kurosawa” (come lo soprannominava Yuri Solomin l’attore che impersonifica il capitano Arseniev nel film) ci mostra come la poesia delle sue inquadrature prenda forma attraverso la natura; una natura impregnata di vita e di morte, che si trasforma col passare delle stagioni in un essere avverso se non lo si rispetta e in un essere di cui goderne i frutti se lo s’impara a conoscere.
Un esempio ancor più poetico e intenso del rapporto filosofico uomo-natura è Stalker.
Il quinto film di Tarkovsky, tra tutti quelli della rassegna probabilmente il più dirompente sul piano visivo, è una summa cinematografica sull’ignoto che affonda le proprie radici nella filosofia, nella sacralità dell’essere umano, nella natura che lo circonda e nell’enigma della sua esistenza. Tarkovskij ci mostra con le sue eterne incessanti carrellate un territorio post-apocalittico (la “Zona”) di cui lo stalker è figlio. Lo stalker tarkovskyano (interpretato alla grande da Aleksandr Kaidanovsky) è una figura che sa come muoversi nella terra “magica” della Zona ed il legame simbiotico che stabilisce con essa, è per certi versi edipico. Egli è l’unico in grado di conoscerne i pericoli ed i benefici, l’unico che possa guidare al suo interno uno scienziato ed uno scrittore alla ricerca di una misteriosa Stanza dei Desideri dentro cui nessuno è mai entrato, e che, una volta al suo interno, si dice possa esaudire ogni desiderio.
Nell’universo di Stalker (ma direi in quasi tutti i film di Tarkovsky) l’acqua è il vero elemento poetico-predominante, il mezzo in grado di donare la reminiscenza e la vista ad un essere umano ormai accecato dall’oscura ricerca della conoscenza; nella Zona l’acqua è viva e pulsa instancabilmente al ritmo del cuore del cosmo.
Non è difficile scorgere una forte somiglianza tra il Dersu di Kurosawa e lo stalker di Tarkovsky, i due personaggi condividono molto del loro idiosincratico rapporto con la natura, e indubbie sono le affinità concettuali tra la taiga e la Zona. Tutto ciò, non a caso, va ad enfatizzare un sentimento di ammirazione reciproca manifestatosi in passato tra i due registi.
Ed un senso di ammirazione non si può non provarlo per La Doppia Vita Di Veronica, il capolavoro di Kieslowski.
Anche qui la poesia c’è tutta, ed è la bellezza.
In primis quella di Irène Jacob, che altri non è che Afrodite discesa dall’Olimpo per affascinare con la sua sublime meraviglia lo spettatore, in secundis l’occhio del regista, che sta a Kieslowski come la mano sta a Caravaggio ed in tertiis le struggenti musiche di Zbigniew Preisner (che nei titoli del film compare con lo pseudonimo di Van den Budenmayer). Ecco, questi tre elementi, costituiscono una forza espressiva disarmante: Kieslowski, Jacob e Preisner sono un unico nucleo talmente ben amalgamato da non poter far a meno di emozionarsi.
E’ infatti impossibile scindere in questo film la recitazione dalla regia e la regia dalla musica: sono un tutt’uno;
ed uno trascina l’altro in un vortice di percezioni sensoriali difficilmente trascurabile.
Tentare di spiegare o comprendere il senso di questo film è pressoché inutile, concordo pienamente con il pensiero Morandini : questo è un film “da sentire più che da capire razionalmente”.
Nello stesso modo in cui si legge una poesia di Neruda o un racconto di Poe: la forza trainante è il sentimento che scaturisce dall’immaginazione di una realtà trascendente.
In conclusione senza questioni di sorta alcune, questi quattro capolavori, di diritto, sono e saranno parte imprescindibile della storia del cinema, perché sono esempio assoluto di come il cinema debba essere fatto, di come la realtà filmica debba essere costruita ed interpretata, così da concedere allo spettatore uno spettacolo da assaporare in tutte le sue sfumature e sfaccettature.
Sono registi di cui inevitabilmente si sente la mancanza in questo periodo di carestìa cinematografica, quattro maestri di eccezionale rilevanza artistica, dotati di personalità e sensibilità uniche attorno cui hanno costruito il loro particolare modo di osservare e con cui hanno saputo esprimere in immagini e poesia,l’evoluzione e il decadimento dell’uomo all’interno del suo tangibile ed incorporeo universo.
Quattro poeti della settima arte.
a cura di Charles F. Rainer
Calendario delle proiezioni
Tutte le proiezioni incominceranno alle 21.30 e avranno luogo al “Circolovizioso” di via San Bernardino 34/C a Torino.
Martedì 17-02-2009: Aurora, di F.W. Murnau
Martedì 24-02-2009: Dersu Uzala, di Akira Kurosawa
Martedì 03-03-2009: Stalker, di Andrei Tarkovsky
Martedì 10-03-2009: La Doppia Vita Di Veronica, di Krzysztof Kieslowski