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Risposta: Rapporto Confartigianato 2010
Cogito Ergo Ruhm
Scritto da beru   

Dopo aver letto Laperquisa 1817 mi permetto non di contestare (ciò sarebbe forse pretenzioso) ma almno di esercitare l'epochè, cioè la sospensione del giudizio e l'applicazione del criterio scettico. Dico questo in merito non tanto ai valori delle percentuali presenti in una "classifica" di questo genere ma in merito alla sostanza dei contenuti e in merito ai presumibili criteri seguiti per la loro produzione. Dall'articolo si evince che le imprese lamentano, in un periodo di crisi (o di "crisina"), la mancanza di forza lavoro adeguata agli obiettivi produttivi. Si dovrebbe dunque inferire che la responsabilità, perlomeno dal punto di vista occupazionale, non è delle imprese, ma semmai, se non proprio della forza lavoro (inadatta e impreparata) almeno del tessuto sociale deputato a formarla. I settori deficitari di forza lavoro sono proprio i lavori produttivi dal punto di vista manuale e "materico".

Cosa è che non mi "torna" nel presentare i fatti in questo modo? Innanzitutto, ma questo è forse relativo perchè qualunque lettore un minimo dotato di capacità analitica è sicuramente in grado di pensarlo da solo: i dati forniti hanno sempre una fonte (in questo caso è

Confartigianato) e, lo vediamo bene da come vengono utilizzati i "dati" nella nostra società, la fonte è sempre interessata. Sollevo dunque il dubbio sull'obiettività sociale dei dati, per via di un sospetto alla "fonte". Ma passiamo oltre. A cosa si dovrebbe attribuire la persistenza nella nostra società di questi dati? L'articolo non lo dice, ma sono possibili molteplici interpretazioni, ad esempio:

- La forza lavoro deputata alla produzione artigianale non si trova perchè non c'è semplicemente offerta, non c'è "voglia" di svolgere queste funzioni;

- Non c'è una formazione o scolarizzazione adeguata alla creazione di questi ruoli;

- L'offerta c'è (o meglio ci sarebbe) ma essendoci (o meglio paventando) una domanda così alta, i salari sono così bassi e le condizioni di lavoro così pessime che uno si guarda bene dall'entrare in "quei posti";

- Non c'è una reale carenza di queste occupazioni e la classifica in questione va intesa in modo propagandistico, autoreferenziale e subdolamente politico.

Ma insomma, nessuno sembra aver avuto dubbi di tal genere (d'altronde chi avrebbe potuto averli? I giornalisti di oggi?) e anzi l'articolo si conclude con un'eterea quanto sospetta affermazione che i giovani siano lontani dai posti di lavoro, come per dire (sempre in maniera velata) che la responsabilità è comunque, in qualche modo, dei giovani, non certo delle imprese che, come si evince dall'articolo, il lavoro lo hanno, ed eccome, da offrire. Non viene assolutamente detto, e neanche lontanamente richiamato, un sospetto, banale se vogliamo, di poco conto, ma pur sempre un sospetto. Come è possibile che dalla scuole (numerose) di Torino (ad esempio) si diplomino giovinetti che poi o restano a casa senza lavoro o debbono, se vogliono lavorare, passare di stages in stages, di tirocinio in tirocinio? (chiaramente, l'articolo fa pensare che non abbiano "voglia di lavorare).

Ma qual è il lavoro che viene offerto, in che termini, con che qualità di vita, in che relazione con la vocazione artigianale? Quanto è la paga in relazione all'attuale salario di sussistenza? E un altro dubbio, ancora più banale: dove è, dove si trova nel fenomeno sociale questa carenza del 30% di gelatai? A qualcuno è mai capitato davvero di non essere riuscito a comprarsi un gelato per "mancanza di personale"?

Dunque non voglio dire che sono cifre campate in aria ma sarebbe bastata un'infarinatura, anche grezza, di un minimo di senso critico per dare un'aria e un significato molto diverso all'asettico (ma apparentemente autorevole e degno d'attenzione) articolo che è stato proposto da Confartigiano all'attenzione della nostra società in crisi (o crisina che dir si voglia).

 

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