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Anche se la data fatidica del crollo definitivo, nelle coscienze, così come nella pratica quotidiana, dell'ideale comunista viene fatta coincidere, almeno per ciò che riguarda l'Europa e l'Italia, con il crollo del Muro di Berlino, è facile supporre che esso sia in realtà di molto antecedente. Infatti, in seno all'ideale comunista, si muoveva da tempo lo spettro di un pensiero coniugante, pacificatore, il cui maestro è Bernstein: parliamo del riformismo.
Siamo forse adesso al palesarsi delle potenzialità del pensiero riformista: una stampella di salvataggio dell'imperialismo e del mondo degli affari. Lo spettro del riformismo è stato in grado, anche, di distruggere (eccetto le latenti potenzialità antagoniste) per intero la fiducia verso il comunismo, non come modello di vita (perchè la vita va oltre il comunismo o il capitalismo, cioè va oltre la sfera economica) ma come modello economico.
Credo sia ormai sotto gli occhi di tutti la natura profondamente morbosa ed autoritaria dei rapporti sociali vigenti. Una enorme responsabilità in tutto ciò, l'hanno non tanto il capitalismo in sé, o il comunismo in sé, ma l'ha proprio l'aver dato fiducia al riformismo come modalità di mettere insieme gli ideali degli uni e degli altri. La conseguenza è che siccome il principio di un potere non è divisibile, esso appartiene in toto ai capitalisti, di cui i riformisti sono una parte. Quando la gente si sveglierà da questa illusione e comprenderà le motivazioni per cui è necessario schierarsi contro questo tentativo d'impossessarsi, fino all'ultimo pulsante nervo vitale, delle vite individuali, comprenderà le ragioni per cui forse, tolti tutti gli altri problemi della vita che non hanno relazione con l'economia, è conveniente lavorare e lottare per un modello che sia comunista.
E' giusto che io adesso mi attiri le critiche di coloro che non accettano che il mondo politico ed economico non abbia altre alternative che non siano il capitalismo o il comunismo. Ma io a tali critiche risponderei che se è possibile una via transitiva, vitale e dinamica dell'esistente, questa debba avvenire dando fiducia a un ideale sociale di senso compiuto. Dunque sarà, secondo me, lo stesso comunismo che ci libererà sia dal capitalismo che dal comunismo.
Un'altra considerazione aggiuntiva è che il comunismo, come forma storica, si sia già giocata le sue carte, collassando. Io risponderei che l'ideale comunista non ha tempi e luoghi definitivi. Essendo un processo mentale e collettivo, è sempre vivo, e mai uguale.
I paurosi della direzione da intraprendere sono i riformisti, che rimangono ancorati al potere esistente, ne subiscono il fascino e l'inganno, e rappresentano perciò la stessa ideologia.
Cosa ci può dare uno scatto rispetto a ciò?
Non certo la disillusione verso ogni forma di ideologia e di aggregazione sociale, come avviene per le filosofie anarco-individualiste. E' semplice capire perchè. Chiamarsi fuori dal senso collettivo della storia e dell'esistenza, vuol dire comunque subirne (o goderne) le conseguenze. L'anarco-individualista non ha un senso collettivo dell'azione, se non misurandolo col suo “tornaconto” privato. Ma intendendola così diviene anche assurdo criticare poi l'ordine sociale esistente, perchè non dovrebbe e non potrebbe esistere un qualsiasi ordine sociale adatto all'anarco individualista, mancando in lui qualsiasi legame organizzativo e compiuto che possa relazionarsi a un concetto di ordine sociale.
Non può esistere poi una società di anarchici individualisti, poiché tale società non saprebbe di essere tale. Insomma l'anarco-individualista, in politica, è destinato o a subire le azioni di coloro che si organizzano, o a stare zitto.
Perciò prediligo l'anarchia associativa, o collettiva, e questa, in campo economico, con i concetti oggi disponibili,dobbiamo ancora chiamarla azione neo-comunista o comunitaria, che dir si voglia, per poi probabilmente liberarcene ed andare oltre.
Beru
Beru
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