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Weeds (Airportman e Tommaso Cerasuolo)
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Scritto da mdgdpx   

weedsHo sempre odiato le cover band, quelle che copiano un artista famoso e fanno fotocopie dei suoi brani.

Ma nello stesso tempo ho sempre amato chi interpreta i pezzi di altri e li fa propri in modo che non sono più né dell’uno né dell’altro e acquisiscono vita autonoma.

Là è sterile esercizio di copia-incolla, qui esercizio creativo, cioè arte.

Doverosa premessa, assunto indispensabile, antefatto al racconto.

E racconto dunque sia.

Un viaggio dietro ai cespugli della vita.

Dire weeds è un po’ come dire bush, ma grazie ad un (anzi a due) pirla qualsiasi il cespuglio nella sua accezione di bush non ha più tutta quella simpatia che poteva avere un tempo.

Quale simpatia poi possa racchiudersi in un cespuglio, a molti non è chiaro e forse neppure a me. Ma se lo si francesizza diventa brousse e allora mi ricorda un mio viaggio in terra d’Africa e allora mi diventa più simpatico e allora il ricordo di un viaggio può diventare un pretesto per parlare di viaggio e allora viaggio sia (tutto di un fiato così come è venuto questo scritto).

Un viaggio alla ricerca di pezzi del mio passato nascosti dietro ai cespugli della vita.

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Jan Curtis
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Scritto da mdgdpx   

curtisQueste righe non parlano di musica ma senza di essa non sarebbero mai state scritte.

Anzi, senza di essa non avrebbero senso.

O forse, senza di esse non ci sarei neanche io.

Ma tant’è.

E quindi andiamo a sottolineare.

Tutto quanto segue è per chi non ha amato Jan Curtis quando era l’ora. O forse lo ha amato senza sapere di amarlo. Perché era di moda quando si cercava di non seguire le mode e accecati se ne creava una nuova. E poi da adulti ri-avvicinarsi e capirlo e sentire la sua possenza.

Quanto segue è per lui. E non solo.

E’anche per quelle 5 cartine rimaste, unico regalo di Nick. Oltre, ovviamente alla sua poesia e alla sua Martin e alla sua vita. Tutto quanto ci ha donato. Proprio tutto.

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La smisurata preghiera di un rivoluzionario
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Scritto da Pappalardo   

Il poeta della Baggina. E’ ad un poeta che De Andrè ha dedicato questa canzone. E’ dai poeti che un poeta maggiormente si lascia attrarre, affascinare, ispirare. Un poeta della rivoluzione. Un poeta innamorato di un’ Utopia. Renato Curcio, un poeta che ha scritto ossimoriche poesie scientifiche, poesie materialistiche da cui la luce di lampadina sprigionata dalla sua anima. Luce, sì, ma luce industriale, luce atea e proletaria che nel chiuso di una fabbrica vuole disperatamente ricreare la luce del sole del buon dio, che lì dentro non dà i suoi i raggi. Solo un poeta, del resto, poteva tentennare, in quel clima di piombo, di fronte all’impiego della violenza. Solo un poeta poteva soffrire la contraddizione spaventosa che si apre tra l’ideale e la sua realizzazione, tra l’idea e l’azione, tra il fine e il mezzo.

Poeti, e rivoluzionari, perseguitati.

Curcio come Gesù. Gesù e la sua rivoluzione dell’amore, fraintesa, mistificata, violentata. Trasferita di forza in un mondo ultraterreno dall’ossessione di controllo di ebrei piccoli piccoli come Paolo di Tarso.

Una rivoluzione che De Andrè ha capito ed ha provato, frainteso a sua volta, a riportare nel suo ambito originario, quello naturale, quello terreno e corporale.

Reinventando la figura di Maria, recuperando di Gesù l’anima poetica e la dimensione umana, con un’operazione simile a quella di Oscar Wilde e addirittura di Nietszche.

Un’eresia umanistica, monofisita in senso materiale, che svela, come per Curcio, il contrasto eterno tra le anime sublimi, e quindi necessariamente rivoluzionarie, e il potere costituito, che a volte non capisce, ma che più spesso capisce e proprio per questo reprime.

E allora, la croce, e il carcere. L’amputazione della gamba, e l’incoronazione di spine.

Il centurione diventa Baffi di Sego.

Resta soltanto un pettirosso, testimone di una nobiltà spirituale; rosso, perché macchiato dal sangue delle spine, e combattente, nell’illusione folle di combattere per un nuovo ordine, per la giustizia, dimenticando l’assoluta relatività del concetto.

Rivoluzionari, e poeti, traditi e martirizzati.

La punizione esemplare, la vittoria dell’Impero, che sia romano o democristiano, poco importa.

Il Quarto Reich, e la sua scimmia che balla una grottesca polka, in quella che è forse l’immagine più oscura e surreale della canzone. Che sia, questa polka scimmiesca, la parodia di “ritmi sovietici” messa in atto dal falso socialismo occidentale, istituzionalizzato e borghesizzato? Che sia, quel culo visto da tutti, la meschinità del sistema mostrata come per sbaglio e volontariamente ignorata dai più?

Per fortuna non si può rispondere.

Il regime che incarcera adesso, come migliaia di anni fa crocifiggeva o bruciava, il regime e le sue troie, truccate di un bianco pesante e stucchevole, con labbra deformate da un rossetto rosso porpora, impreciso e sbaffato, e lacrime nere che piovono da un rimmel ritoccato troppe volte.

Bianco, Rosso, Nero, la suggestione cromatica evocata dall’idea di regime, come un volto di donna che voglia dissimulare la propria vecchiaia.

E’ proprio il trucco, ripassato ancora e ancora, a simboleggiare, con forza ermetica, il disfacimento del Potere, canonicamente ed universalmente concepito, e l’ipocrisia che tenta di riabilitare, di ricoprire, di ricostruire lasciando intatte le fondamenta. Il trucco ripassato dagli schiavi di turno, dalle categorie ai margini, oggi (nell’oggi di De Andrè) i polacchi, ieri i neri, domani i musulmani.

Ritoccare, ricostruire. Ricostruire i simboli, la magnificenza faraonica delirante di onnipotenza; la corsa alle grandi opere. E nulla si presta meglio della piramide di Cheope, emblema di un potere smisurato che si fonde col divino, unificando, sovrapponendo Trono e Altare, sacrificando, ancora simbolicamente, tutto il materiale a disposizione, organico ed inorganico: il masso, lo schiavo, il comunista.

Il comunista.

Dilaniato dalla lotta. Lotta che è innanzi tutto interiore, perché è il conflitto tra la Libertà, l’amore per la Libertà, e l’unico modo per difenderla, ormai, in questa sedicente civiltà: possedere un cannone nel cortile.

Quindi, paradossalmente, la violenza e la prevaricazione.

La contraddizione, terrificante, che riduce tragicamente il comunista, l’utopista, ad uno dei tanti massi funzionali alla ricostruzione della piramide. La rigenerazione, eterna, ciclica, del Potere.

E c’è solo un’opposizione che l’anima del poeta, e del rivoluzionario, può costruire: non rinnegare, mai, fino alla fine, la sua lotta.

Difendere, coerentemente, la propria eresia, l’utopia che c’è nel proprio sogno.

E’ per questo che Curcio resta in carcere. E’ per questo che Gesù resta sulla croce.

Mentre Giuda vive perché si è venduto.

Mentre chi si convertiva nel Novanta ne era dispensato nel Novantuno.

Ma dove c’è la negazione della poesia c’è sempre, necessariamente, meschinità.

La meschinità dei marinai che catturano e scherniscono l’Albatro in Baudelaire.

La meschinità del ministro dei temporali e delle sue parole altisonanti, turgide, un tripudio di tromboni.

La volgarità del suo auspicio di democrazia, che è l’auspicio di un minimo spazio vitale, di una reiterazione dello status quo.

Ha in mano una tovaglia, vuole mangiare, e tiene le mani sui coglioni, forse perché si appella alla buona sorte oppure perché teme una metaforica castrazione. Già avvenuta, tra l’altro. E’ già impotente al cospetto delle forze oscure di cui è fedele servitore. Il ministro è un esponente di quello Stato che s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità. Lo Stato di Don Raffaè.

Il ministro sta andando a cena e non vuole disturbato il suo aperitivo. Il ministro non vuole rovesciato il suo detersivo. O almeno spera che questo serva a lavare via il sangue dalle strade.

Meschinità.

Quella delle regine del tua culpa, che puntano il dito anziché battersi il petto.

Quella dei viandanti, troppo stanchi o troppo morti, dentro, per potersi fermare a guardare; comunque troppo veloci a ritirarsi nelle proprie tombe. Tombe ammobiliate, pulite, riscaldate. Tombe nelle quali entra una realtà sempre accuratamente filtrata, perché non destabilizzi, attraverso l’apparecchio televisivo.

E se per strada il gas esilarante, costringendoli a chiudere gli occhi e spalancare la bocca in una fragorosa risata, gli aveva impedito di vedere e di sentire i colpi di fucile di tutti i tempi, ora tocca alla tv distogliere l’attenzione.

Una mezz’ora dedicata ai cantanti/saltimbanchi, solo una mezz’ora, prima di mandarli a cagare, prima di ricordarsi della loro attitudine a battere il tamburo, a fare rumore, la loro attitudine al vaffanculo.

Attitudine scomoda.

Finchè tutto si placa quando sorge l’alba della domenica delle salme.

E’ una domenica di sole e non ci sono pensieri, non ci sono fucilate.

E’ un giorno di celebrazione, si rende omaggio al defunto ideale. Quello ai cui funerali possono andare tutti.

Quello ai cui funerali devono andare tutti.

La domenica delle salme è il giorno della stabilità.

La normalità.

L’Utopia è morta, e con lei i disordini sollevati per rincorrerla.

Flauti discreti si sostituiscono ai rumorosi tromboni.

Un pesante masso è stato fatto rotolare fino a chiudere per sempre l’accesso al sepolcro.

Una chiave è stata fatta girare nella serratura fino a chiudere la porta dell’assolata galera patria.

Ovunque, dominano il bianco, e la pace.

Una domenica come tante.

La Pace.

Una pace terrificante.

Arriverà un impostore, ad annunciare che Gesù è resuscitato.

Mentre c’è ancora un fremito a dare un ultimo, fugace palpito alla vita di Renato Curcio, poeta rivoluzionario: quando l’arpeggio, fino a quel momento serrato, si va allentando, sempre più piano, morendo tra le dita di Fabrizio, tutti possono sentire il cuore d’Italia, da Palermo ad Aosta, che si gonfia in un coro di vibrante protesta.

A quel punto, solo a quel punto, le parole prima dette piano, quasi sospirate, diventano un grido, impossibile da soffocare.

 
Roby Lakatos - Live in Budapest
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Scritto da Zenone   

Lakatos

Roby Lakatos arrivò a casa mia in veste non ufficiale da un’amica, Utesette, e lasciato incautamente sul mio tavolo da scrivere. Mi accorsi realmente della sua presenza quando sentii provenire dalla mia scrivania dei suoni simili alla chitarra di Paco de Lucia o dei Rosemberg trio. Ma il suono non era di una chitarra, avvicinai l’orecchio al disco e capii che si trattava di un violino pizzicato. L’uso di quattro dita del pizzicarlo tenendo comunque l’archetto nella stessa mano mi parve alquanto singolare. Pensai ci fosse un mandolino ma era inutile mentirsi, era chiaro che non c’era. Ed ecco che la melodia prese forma. Continuai a stirare leggermente turbato ed eccitato. La loro formazione ricordava per pochi secondi l’opera 57 in Sol minore di Shostakovich ma poi arrivava la malinconica e virtuosa aria di Grappelli cuciti insieme da una sapiente liaison fonetica. La capacità di unire più generi musicali è indice di vivacità ed esuberanza tecnica. Ed ecco i richiami alle Bagatelle di Bartók (solo per syd#9: Béla Viktor János Bartók) e le citazioni di Charles Trenet. Bruciai quasi tutte le magliette cercando di trovare una qualsiasi sporcizia musicale in quelle suites gitano contrappuntistiche. Ma niente, pur essendo un live, Roby Lakatos riuscì a creare le triadi con una semplicità naturale spiazzante utilizzando anche gli armonici che per i meno esperti si creano toccando, senza premere, una corda in uno dei nodi ottenendo un’ottava più alta. (Utesette correggimi se sbaglio). Ascoltando “mama” si ha davvero l’impressione di essere in un altro secolo per alcuni punti, ma si intuisce e viene fuori tutta l’animosità jazzistica unita a polka e folklori Ungheresi. Me l’immaginavo già sto violinista, magro con dita superaffusolate.

Un Uto Ughi giovane ma molto più versatile. Scaricai alcuni video di concerti di Lakatos disponibili sul suo sito ufficiale, ed eccolo li, un otre ridacchione con delle dita grosse come le mie e una simpatia da pachiderma baffuto. Straordinario. Io non riesco a capire come riesca a fare un sessantaquattresimo con quei ditoni morbidosi e ad arpeggiare pizzicando senza smorfia alcuna, senza le tensioni facciali proprie dei geni. Semplicemente sorridendo e appoggiando la pappagorgia sul violino e guardando altrove. Lakatos è il superamento degli intellettuali del violino. È il superamento del concetto di genio intriso di problemi e che suda agitassimo sul palco. Per ora – e per me – è il migliore. Datevi da fare e ascoltatelo, so che ne varrà la pena.

 
Rolling Stones: "A Bigger Bang"
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Scritto da Mario Pistacchio   

Chi l'ha detto che i dinosauri si sono estinti qualche milione di anni fa? Credetemi, sono tutte balle: i Rolling Stones sono vivi e lottano con noi! Ok, mi avete beccato: ho comprato "A Bigger Bang" qualche giorno fa, dopo averlo ascoltato requisendo per tutta la mattinata l'unico paio di cuffie del negozio di dischi e sopportando gli insulti del commesso. Oggi (per chi non lo sapesse siamo nel 2006, dal primo 45 giri degli Stones per la Decca sono passati 43 anni) che siamo finalmente cresciuti e abbiamo faticosamente guadagnato una certa serenità di giudizio, ci si può giustamente chiedere per quanto altro tempo ancora i Rolling Stones andranno avanti.

È chiaro che c'è un limite a tutto: arriverà il giorno che Keith Richards la pianterà di riciclare i suoi stessi riff, e arriverà pure il giorno che Mick Jagger si stancherà delle sue falso-isteriche contorsioni vocali e di scrivere testi che non hanno più niente da dire dai tempi dei tempi. E, anche se questo sembra davvero inimmaginabile, arriverà anche il momento in cui Charlie Watts SBAGLIERA' pure lui qualcosa. Beh, comunque stiano le cose, quel giorno sembra ancora lontano. E vi dico perchè. "A Bigger Bang" ha un sapore strano, mi dà l'impressione di essere una raccolta di vecchi pezzi, di vecchie atmosfere e vecchie storie; suona come un "best of", ruffiano, possente a momenti e poi improvvisamente desertico, privo di vita. È un disco che va a corrente alternata, che si accende e si spegne, lasciando una penombra che fa intravedere la fregatura e buttando poi improvvisamente luce su corpi avvizziti di rock star, dei quali si possono contare le costole. E questo mi sembra un qualcosa di dannatamente vicino all'onestà. A parte i singoli con tanto di video celebrativi ad uso e consumo di entusiasti ragazzini (che, chiaramente, non hanno alcun bisogno di questa musica) il disco si fa ascoltare con un misto di rabbia pseudo-metropolitana che non ha nulla a che spartire con quella di noi ex street fighting men, tra un'armonica, una slide, un coretto hip.

È una truffa, ok, ed è bene metterlo in chiaro, ma può essere una truffa dolce, come quegli annunci su internet che ti fanno credere che per quattro soldi puoi portarti a casa una Stratocaster pre-CBS.

È una truffa che non sa di zolfo ma dell'atmosfera asettica di un reparto geriatrico, lindo e ordinato, dove l'unica cosa sporca, forse in ricordo dei vecchi tempi, è la biancheria intima degli unici quattro pazienti rimasti. È una truffa, e allora? Per continuare a cercare la propria honky tonk woman e perdersi nelle strade dell'amore per il prossimo millennio, basta non chiedersi quanto siano levigate queste vecchie pietre rugose.

 
"Blues and Roots", Charles Mingus, Atlantic
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Scritto da Mario Pistacchio   

Ci sono dei dischi che arrivano al momento giusto, cioè quando sei ridotto a uno straccio e ne hai più bisogno. “Blues and roots”, come “Astral Weeks” e “Happy Sad”, è uno di questi, e se non lo conoscete andatevelo a procurare di corsa. Uscito nel 1959, è una vera e propria trasfusione di sangue; “Blues and roots” è tutto nel titolo: sei tracce potenti, sei solchi profondi e nerissimi, impregnati di blues come petrolio su ex-candidi sfortunati uccelli marini. Mingus affronta questo disco perché, nonostante il suo odio, voleva dimostrare ai critici che sapeva come si tiene il ritmo, che poteva swingare quanto gli pareva, ma non aveva swingato perché la cosa non lo interessava. Scritti gli arrangiamenti, sceglie i musicisti, cercando quelli che avessero più orecchio per la musica che aveva intenzione di fare. L’approccio: Mingus obbliga la truppa (Danny Richmond alla batteria, Jimmy Knepper al trombone, Mal Waldron e Horace Parlan al pianoforte, Booker Ervin al tenore, Pepper!

Adams al baritono, John Handy e Jackie McLean ai contralti) a imparare a memoria le parti, per suonarle senza leggere. Risultato: roboanti, torrenziali, fangose, viscerali canzoni. Canzoni? Si, gente, avete letto bene: canzoni, articolate dettagliatissime canzoni, action music a base di dolore e disperazione e amore. Stavolta Mingus è alla guida di questo sexy e fichissimo Mack tutto cromato, col serbatoio bello pieno. Il contra-pianista è un uomo di questo tempo, uno che dopotutto è anche possibile incrociare a un semaforo o dentro un bar; uno che è universalmente uomo. Chiaramente la risposta destinata ai critici è alla Mingus: mercuriale, violenta, sprezzante, anti-celebrale. Fiati brutali, gridati, meccanici, animaleschi, sempre tiratissimi, urla e ricordi di antichi holler, soli infallibili e blues nel senso di utili in un’architettura musicale superiore, estesa e rotativa, e una valanga di ritmo. È come se il Pitecantropo avesse fatto un giro giù nelle chiese battiste, e poi si fosse messo a scrivere.

È come se il Pitecantropo si fosse reso conto di essere un uomo del tempo universale, e avesse voluto rendere omaggio alle radici della propria musica. Il Pitecantropo, in perenne evoluzione, è uno che ha le nostre stesse abitudini e necessità e problemi, lo stesso vuoto, lo stesso sbrindellato entusiasmo. Leadbelly definiva il blues come quel qualcosa che, la notte, lo faceva girare e rigirare nel letto sudato e insonne. Per Mingus il blues è quel qualcosa di definibile, ma che, al di là della definizione, per funzionare deve provenire da uno strumento umano, il Grande Strumento a Voce, che qui si cala nelle pieces in modo del tutto naturale. Dal dizionario blues di C.M.: “Moanin” blues nel quale ogni musicista segue linee blues separate, sa di Chicago, di inseguimenti, gioca con la tensione,; "E’s Flat Ah’s Flat Too", blues di struttura canonica; "The Cryin’ Blues", blues che non gira su dominanti e sottodominanti, ma si permette di mantenere il feeling del blues senza esserlo; “Wednesday Night Prayer Meeting”, letteralmente, gospel/blus/ quindi pre-soul: un incontro di preghiera con mani che battono e voci che allontanano il male. E comunque qui dentro potete davvero sentirci quello che volete, quello di cui avete più bisogno. È musica da ballare, da ascoltare, da farci quello che ti pare, quanto vuoi e con chi vuoi: musica suonata con i piedi per terra, musica da palco, trascinante quanto il sermone del miglior predicatore sulla piazza, quello che parlando finisce col ricordarti chi sei e da dove vieni e anche perché casa tua ti sembra così lontana.

 
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