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"Quello che non c'è", Afterhours
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Scritto da Chinasky   

Con "Quello che non c'è" gli Afterhours arrivano alla loro ottava prova discografica in ben 13 anni di onorata carriera.

Adolescenza e maturità sono dunque fasi passate da un pezzo. Per Manuel Agnelli e soci si può dunque parlare di una ormai acquisita coscienza di sé. Difficile trovare nel panorama italico tanti capaci di altrettanta longevità pur mantenendo intatta la coerenza tipica delle band underground.

Tre anni fa usciva "Non è per sempre", disco di svolta pop. La critica di regime lo osannò, il pubblico pure. Si deduceva, però, che qualcosa era cambiato nella storia personale del gruppo. Non un'incrinatura, ma un cambio di rotta, il più importante fin dai tempi di "Germi" e i suoi testi in italiano. Venivano fuori degli arrangiamenti particolari, meno ruvidi e chitarrosi per lasciar spazio al suono delle tastiere e alle atmosfere dilatate. La title- track presenta delle dolcezze lontane anni luce dalle asperità contaminate di una, ad esempio, "Male di miele".

Oggi scopriamo che quella altro non era che una piccola tappa di un'evoluzione importante verso qualcosa che non ha più il sangue e il sudore come paradigma, bensì l'introspezione e l'analisi.

Non manca la rabbia, questo no. Ma quello che prima era un hooligan dissennato, adesso è un guerriero che studia bene le sue mosse e colpisce solo dove serve.

"Quello che non c'è" fissa dei canoni compositivi importanti, che denotano una maturità artistica decisiva laddove si nota che non esistono particolari disequilibri. Non ci sono aspetti che più di altri si arrogano il diritto di fare l'essenza del disco. È un tutt'uno compatto che riesce a non essere monocorde grazie all'intelligente tessitura della melodia, mai scontata e ugualmente mai eccessivamente 'simpatica'.

Difficile individuare di chi possa essere il merito di tutto ciò.

Ammesso che

una disanima di questo tipo possa interessare chicchessia, è evidente come l'abbandono di Xabier abbia indirettamente attutito la tendenza al frivolo che aveva, per esempio, caratterizzato le esibizioni degli Afterhours al Tora-Tora dell'Estate 2001.

 

Le citazioni importanti continuano a non mancare, dai Velvet Underground a Nick Cave & the Bad Seeds, ma sono più digerite, meno vomitate. Per intenderci la sensazione è che il megalitico spettro di Blixa Bargeld che da sempre aleggia attorno a Manuel sia stato finalmente interiorizzato, passando da oggetto di emulazione a semplice fonte d'ispirazione.

Inutile dire come l'affrancamento illuminato dai propri miti sia prerogativa solo dei grandi, di coloro che hanno una personalità tale da poter accettare con essi un rapporto basato sul confronto paritetico e non sulla voglia/bisogno di annullarsi completamente nella loro ombra.

La mia analisi sarebbe però monca se non prendesse in esame anche l'aspetto più sensuale di "Quello che non c'è". Di fatto è questa la parte più importante, quella che segna indelebilmente il disco.

I solchi sono attraversati da un decadentismo intelligente. Un decadentismo 'propositivo', sempre che possa esistere una simile categoria.

Non c'è traccia di auto-commiserazione nel disperato incedere delle armonie. Anche nei momenti in cui il rischio di cadere nel patetico  (vedi "Ritorno a casa") è dietro l'angolo, Manuel Agnelli riesce a venirne fuori egregiamente.

Non è questione di arguzie da mestierante, ma di innata capacità di essere credibili. Forse per la robustezza dei percorsi interiori, o forse, meglio, per la sicurezza in essi, un brano come "La gente sta male" non richiama alla mente nessuno degli  infantilismi da frase fatta tipici di chi vuole essere 'toccante a tutti i costi'.

Come dire non ci sono citazioni valide da scrivere sulla Smemo nell'ora di religione, perché i significati dei singoli pezzi si estrapolano solo attraverso un ponderato viaggio attraverso l'incastro mai casuale delle rime (esemplare in questo senso è "Bye bye Bombay").

Niente e nient'altro di quel che poco più su definivo 'decadentismo intelligente'. Che non ha bisogno dell'immagine provocatoria di un fiore reciso, ma che basta a se stesso in un pandemonio creativo privo di auto-indulgenza e, infine, intimamente artistico.

 
 

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