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Chi l'ha detto che i dinosauri si sono estinti qualche milione di anni fa? Credetemi, sono tutte balle: i Rolling Stones sono vivi e lottano con noi! Ok, mi avete beccato: ho comprato "A Bigger Bang" qualche giorno fa, dopo averlo ascoltato requisendo per tutta la mattinata l'unico paio di cuffie del negozio di dischi e sopportando gli insulti del commesso. Oggi (per chi non lo sapesse siamo nel 2006, dal primo 45 giri degli Stones per la Decca sono passati 43 anni) che siamo finalmente cresciuti e abbiamo faticosamente guadagnato una certa serenità di giudizio, ci si può giustamente chiedere per quanto altro tempo ancora i Rolling Stones andranno avanti.
È chiaro che c'è un limite a tutto: arriverà il giorno che Keith Richards la pianterà di riciclare i suoi stessi riff, e arriverà pure il giorno che Mick Jagger si stancherà delle sue falso-isteriche contorsioni vocali e di scrivere testi che non hanno più niente da dire dai tempi dei tempi. E, anche se questo sembra davvero inimmaginabile, arriverà anche il momento in cui Charlie Watts SBAGLIERA' pure lui qualcosa. Beh, comunque stiano le cose, quel giorno sembra ancora lontano. E vi dico perchè. "A Bigger Bang" ha un sapore strano, mi dà l'impressione di essere una raccolta di vecchi pezzi, di vecchie atmosfere e vecchie storie; suona come un "best of", ruffiano, possente a momenti e poi improvvisamente desertico, privo di vita. È un disco che va a corrente alternata, che si accende e si spegne, lasciando una penombra che fa intravedere la fregatura e buttando poi improvvisamente luce su corpi avvizziti di rock star, dei quali si possono contare le costole. E questo mi sembra un qualcosa di dannatamente vicino all'onestà. A parte i singoli con tanto di video celebrativi ad uso e consumo di entusiasti ragazzini (che, chiaramente, non hanno alcun bisogno di questa musica) il disco si fa ascoltare con un misto di rabbia pseudo-metropolitana che non ha nulla a che spartire con quella di noi ex street fighting men, tra un'armonica, una slide, un coretto hip.
È una truffa, ok, ed è bene metterlo in chiaro, ma può essere una truffa dolce, come quegli annunci su internet che ti fanno credere che per quattro soldi puoi portarti a casa una Stratocaster pre-CBS.
È una truffa che non sa di zolfo ma dell'atmosfera asettica di un reparto geriatrico, lindo e ordinato, dove l'unica cosa sporca, forse in ricordo dei vecchi tempi, è la biancheria intima degli unici quattro pazienti rimasti. È una truffa, e allora? Per continuare a cercare la propria honky tonk woman e perdersi nelle strade dell'amore per il prossimo millennio, basta non chiedersi quanto siano levigate queste vecchie pietre rugose.
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