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Laperquisa.it, periodico di libertà sartriana
Altro che San Valentino, io festeggio San Marone
Cogito Ergo Ruhm
Scritto da SynthWriter   
Martedì 14 Febbraio 2012 12:22

di SynthWriter (synthwriter.wordpress.it)

abbasso San ValentinoPregherò per te, che hai San Marone nel cuor e se tu lo vorrai crederai. Io lo so perché tu la fede non hai, ma se tu lo vorrai crederai. [Rivisitazione della rivisitazione di Stand by me]

Oggi è San Valentino, la cosiddetta ‘festa degli innamorati’, l’ineluttabile giorno in cui i morosi si scagliano addosso un dono poco azzeccato come pegno d’ammmore. Non tutti certamente, io per esempio mi astengo (e non solo per tirchieria!). Passino le feste della mamma, della donna, del papà, dei nonni, della marmotta (grande Bill Murray!), ma San Valentino no! Per me ha sempre rappresentato una mera case-history delle insane potenzialità dell’I-love -you-marketing, quella sotto-sotto-disciplina economica volta a trasformare un sentimento astratto, e dunque non quantificabile, in miliardi di cuori sfregiati dal codice a barre. Fake plastic love!, verrebbe da dire, citando i Radiohead.

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Dario di un mammo #1
Autori Laperquisiani
Scritto da SynthWriter   
Mercoledì 01 Febbraio 2012 14:54

L’ossessione delle somiglianze

di SynthWriter (synthwriter.wordpress.com)

“È una catena (genetica) ormai che scioglie il sangue dinte vene sai”

miafiglia

Tra le tante futili disquisizioni intavolate da familiari e amici di due neogenitori, ci sono senza dubbio quelle relative alle somiglianze. Prima di addentrarci nella comprensione del fenomeno 'la creatura assomiglia sempre a qualcuno’, preferisco mimetizzare l'identità di chi verrà chiamato in causa per preservare l'incolumità di chi scrive. Inoltre, tanto per condire il racconto con un po' di simpatia pseudopartenopea, ‘meridionalizzeró’ nomi e cognomi.

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Haru no uta (reprise) - Tsurumi Ryoukuchi Koen / Strauss
Autori Laperquisiani
Scritto da cla   
Venerdì 09 Dicembre 2011 09:47

Oggi nel parco vicino a casa sono andato nuovamente a trovare Strauss. Al parco

arrivo in bici e poi proseguo a piedi. Tra fiori e alberi bellissimi osservo, di

tanto in tanto, scorci d'acqua, laghetti, cosplay intenti al trucco e cosplay

intenti a cosplayare. Cosplay come il gruppo di donne ninjia che si riunisce vicino

al giardino giapponese. Queste ragazze non fanno niente di particolare, a parte

riunirsi vestite da ninjia, con colori differenti, salire sugli alberi e

fotografarsi.

Ma anche oggi, dicevo, sono andato a trovare Strauss; ovviamente nell'area dedicata

all'Austria. Questo parco è stato costruito nel 1990 in occasione di un expo

floreale internazionale. Ci sono aree dedicate a vari paesi, Italia compresa. L'area

italiana però è tra le meno evocative. L'area austriaca invece ti porta indietro nel

tempo, ai primi del '900, al fervore malinconico della Secessione Viennese. Ti

accoglie un giardinetto ovale, decadente e mal messo, che ti accompagna alla

fontana di Strauss. Una fontana ormai spenta da tempo, puzzolente di acqua stagna e

sporca da sembrare credibile, come una vera fontana dei primi del '900.

Circondato da figure biancheggianti di gusto liberty (i capelli e il panneggio delle

figure a formare diverse onde decorative) ecco apparire lui, Strauss. Di metallo, a

differenza del cemento delle altre sculture. Si sta scrostando, suona il violino -

gli manca l'asticella - e guarda lontano. Magari in direzione della sua Austria,

chissà... mi piace pensare che sia così.

Ecco, mi piace stare qui, solo, in compagnia di Johann. Non nascondo di averci anche

scambiato qualche parola, anche se solo mentalmente. Ed è stato come quando ci si

rivolge a dio. In passato, da bambino, mi è capitato spesso di rivolgermi a dio. E

ancora oggi, talvolta. Non il dio cattolico, ma neanche il dio di qualche altra

religione. Un dio, ipotetico. Come quando ci si rivolge a qualche parente che non

c'è più. Come quando mi rivolgo ai miei nonni e mentalmente ci comunico.

Ovviamente, come succede anche con Strauss, sono monologhi più che vere e proprie

conversazioni.

Ecco che quindi Johann diventa un po' il mio dio personale. Cos'altro è un dio, in

fondo, se non un personaggio ipotetico, rappresentato in forma artistica, che non

risponde mai quando gli parli?

Oggi però Stauss ha già un altro discepolo al mio arrivo. Mi scopro un po'

indispettito... Era il mio spazio privato, questo, in solitaria. Dividerlo con altri

non mi garba di certo e, soprattutto, non mi serve_

 
L'uomo stanco (Homo Stancus Stancus)
Riflessometro
Scritto da beru   
Lunedì 02 Gennaio 2012 11:30

MICRO-SAGGIO: L'UOMO STANCO (HOMO STANCUS STANCUS) Parte prima

 

MICRO-CAPITOLO 1 – IL MONDO PER L'UOMO (L'ENTE COME DATO DI FATTO)

 

L'uomo è facilmente condizionato dall'idea che la totalità del mondo sia comprensibile, a tal ragione agisce quasi interamente limitato dal mondo vissuto in particolar modo come entità sociale, politica ed economica. Non solo la politica economica e il dogmatismo religioso, ma anche la scienza in generale unifica il mondo, poiché il suo scopo è trovare regolarità. Una scienza vera, tuttavia, non è totalitaria ma è critica e per questo aiuta l'uomo, con la ragione, ma anche emotivamente.

Quest'azzardata follia di pensare il mondo (fisico e pensabile) come totalmente comprensibile conduce inevitabilmente a subire condizionamenti tanto forti quanto la presunta comprensione del mondo.

L'uomo, che si dice avrebbe potuto, fin dalla sua cosiddetta antichità, elevarsi come sostanza individuale (nel suo senso aristotelico) al di sopra dei condizionamenti sociali (e tale fu forse il principio, rivelatosi poi falso, delle rivoluzioni liberali), si trova oggi immerso in un enorme totalitarismo ideologico che “vende” il mondo bell'e fatto. C'è inoltre una competizione tra ideologie che vogliono impossessarsi del mondo come totalità. Questo fatto è violento.

 

MICRO-CAPITOLO 2: L'UOMO PER IL MONDO (L'ENTE COME VISSUTO EMOTIVO)

 

Una nuova "luminosità" potrebbe  essere alle porte ma gli uomini e le donne, mi sembra, non ne sono molto convinti.....(che pare che ogni anno futuro sarà peggio del presente...)

E' spesso doloroso affrontare nel pieno cosa sono le altre persone per noi. Abbiamo, riguardo ciò, la capacità di rimanere delusi, sconfortati, ma anche il dono di gioire del semplice fatto che non siamo soli. Per cogliere tutto questo “movimento” in un solo atto bisogna usare l'occhio che vede queste cose.

Quest'occhio non è una facoltà fisica, e nemmeno puramente intellettiva. E', più probabilmente, un'intuizione emotiva.

Credo, a torto o a ragione, che l'intelletto, tanto celebrato per risolvere i problemi, risponda a un dio maggiore, che non è un ente solamente pensabile o trascendente, bensì una facoltà propria ed immanente di natura emotiva. L'uomo non dovrebbe permettersi di pensare un dio trascendente (seppure possa benissimo esistere) senza aver prima affrontato quel dio che è sempre presente e che è nella nostra emotività. E' dall'intuizione emotiva che sorgono non solo gli stati primari ma anche la tendenza verso la trascendenza come limite vitale.

Chi calpesta l'emotività simula un dio trascendente, ma non avrebbe dovuto farlo per compensazione del fatto che non ha abbracciato la potenza e il valore dell'emotività. Il dio trascendente, che egli tanto cerca al di fuori della propria emotività (che è coscienza), è già allora in lui.

L'emotività è per noi quel dio interiore che riceve (o forma) il mondo. Non lo crea. Non c'è una parte che crea il mondo,e non c'è una parte che non lo crea. E' inconcepibile cos'è il mondo. L'assurdità di averlo definito porta alla follia, non il contrario. L'emotività è in movimento con le sensazioni stesse e ci concede la libertà del movimento (anche se può non sembrarci perché le etiche storiche prevalenti vedono l'emotività, e il corpo, come una prigione). E' il mondo stesso che si muove emotivamente con “noi”.   Poichè non sappiamo se c'è e in cosa consiste una reale separazione tra l'uomo e il mondo, noi non dovremmo affermarla.

Bisogna superare l'antico preconcetto che dai limiti dell'emotività bisogna liberarsi attraverso la cosiddetta ragione o intelletto. Se avessimo infatti raggiunto tutti risultati voluti da tale intelletto liberatore non ci sarebbe oggi da lamentare una mancanza di natura, d'istintualità, d'amore, di poesia, di libertà; poiché è chiaro che se l'intelletto vede tali mancanze come oggetti raggiungibili con i propri mezzi, non potrebbe fare altro che operare strumentalmente verso il fine, come avviene in ambito teoretico. Ma il fatto che tali strumenti manchino all'intelletto mostra come in realtà queste mancanze non sono di natura propriamente razionale e perciò nemmeno raggiungibili esclusivamente con l'intelletto.

 

MICRO-CAPITOLO 3 – L'UOMO STANCO (CONTROVERSIA TRA ENTI E APOCATASTASI)

 

Accettiamo questo banale fatto. L'uomo è iper-teso all'interno di questa doppia relazione: l'uomo per il mondo e il mondo per l'uomo. Tale relazione, se vista come completa separazione, conduce alla sensazione di “stanchità” (o stanchezza strana).

Se dal punto di vista  logico questa relazione può considerarsi in perfetto equilibrio, dal punto di vista comportamentale ha degli sbilanciamenti, prodotti dai condizionamenti della ragione, in special modo quando si mostra oltremodo violenta e possessiva.

L'uomo sembra che viva oggi stanco, rassegnato, poco visionario, adattato al comfort "borghese" della mera sopravvivenza, adagiato e contento della saggezza dei “signori”, che pensano di aver compreso "un mondo" il mondo, e che evidentemente appare loro bell'e fatto.

Bisogna perciò, se ci piace non la vita lunga e confortevole, ma la vita sic et simpliciter, valorosa e maggiormente immersa nel suo senso più profondo, rifiutare la violenza di quelle ideologie che pretendono di aver compreso il mondo, nelle sue vesti sociali, politiche-religiose e trascendenti. Piuttosto, un maggior rispetto ed auscultazione del vissuto emotivo e delle sensazioni primarie potrebbero consegnarci lo spiraglio empirico di quell'ente che noi chiamiamo dio per semplice compensazione di una vitalità sentita come mancante, avvicinandoci a uno scatto evolutivo oggi pensato come atto necessario, di riscoperta dell'umanità (in senso positivo) e di rifiuto di ogni etica della rassegnazione portata avanti dalle moderne concezioni economiche, politiche e religiose.

 

Beru

 
La “medicina amara” del dottor Monti
Cogito Ergo Ruhm
Scritto da Lucio Garofalo   
Martedì 06 Dicembre 2011 09:40

Prime impressioni a caldo circa le “medicine amare” prescritte in conferenza stampa dal dottor Monti e dalla sua “equipe medica”. Temo che i dubbi siano legittimi e fondati.

Siamo di fronte ad una sorta di cane che si morde la coda, per cui non trascorrerà molto tempo prima che l’andamento schizofrenico della speculazione nel settore dei mercati azionari travolga nuovamente l’Italia. Di conseguenza, servirà un’altra manovra finanziaria che stangherà puntualmente e inevitabilmente le fasce sociali più deboli, ossia i proletari. I quali non potranno sopportare troppo a lungo il peso e gli effetti provocati da una serie perpetua di manovre estorsive che costituiscono una sorta di rapina istituzionale reiterata ai loro danni. Prima o poi esploderà una reazione popolare, come minimo qualche rivolta sociale di massa. Né serviranno i blandi sedativi morali somministrati dal governo in carica, come il goffo tentativo, o più semplicemente l’annuncio propagandistico di abolire, o quanto meno ridurre, le franchigie concesse alle varie caste privilegiate, in primis le immunità e i favori riservati alla “casta” dei politici.

Ho assistito in diretta al pianto di commozione della ministra del Welfare durante la conferenza stampa di ieri sera e mi è balzata in mente una riflessione “maligna” (sono scettico e diffidente, perciò le interpreto sospettosamente come lacrime di coccodrillo). Monti e i suoi ministri rappresentano ipocritamente il volto “umano” ed “elegante” di un modello di organizzazione dei rapporti politici, materiali e sociali, di fatto fallimentare. Il governo Monti è il “curatore fallimentare” di un assetto iniquo ed irrazionale, arido e disumano, in grado di generare solo debito, crisi, guerra, miseria e sottosviluppo. Un sistema ingordo e famelico, che stenta a funzionare e giace ormai in condizioni di lenta agonia, alla stregua di un malato terminale a cui non si stacca la spina e sopravvive a malapena in funzione vegetativa grazie a continue trasfusioni di sangue o a trattamenti intensivi che si traducono in semplici cure palliative. O come chi è sprofondato in uno stato di coma irreversibile e riceve forzatamente una sorta di accanimento terapeutico.

Il capitalismo è (appunto) una compagine moribonda, che si regge a fatica su un meccanismo di potere cinico e sprezzante, quanto abulico e autoreferenziale, che non ha più alcun fondamento di legittimità democratica e si avvita inesorabilmente su se stesso, varando politiche spregiudicate di emergenza permanente al fine di imporre e innescare una spirale infinita di manovre economiche estorsive a danno soprattutto delle classi lavoratrici e popolari. E’ facile prevedere che non possa durare troppo a lungo.

 
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