[Semirette]
Il Venerdi di via Tiziano
Scritto da Chinasky   

Al nostro arrivo Torino è un avello infuocato, sia per funzionalità che per temperatura.
Dopo aver ritmato mille chilometri e ancor più cavalli sull'asfalto della metà iperborea d'Italia il ritorno a casa ci appare come la normale prosecuzione di un viaggio semiretto. Avente (per definizione) un inizio ma non una fine. Poteva essere un segmento di vita, si è
rivelato un punto di partenza importante. Da lontano l'epifania vera e propria è quella torre di Babele keynesiana che è l'impianto del Ling8. Una creatura in divenire, sommessamente dismessa e, adesso, rinominata secondo canoni alfanumerici. Un appellativo senz'altro provocatorio, moderno e quindi asciutto. Vuoto. Mutuato dal un linguaggio SMS che ormai invade tutti gli interstizi e gli anfratti della nostra esistenza. "Se ci arrivi davanti di notte ti pare di stare a Gotham City", argomento dentro me stesso percorrendo Via Genova in direzione Piazza Carducci. E in effetti quell'ipertrofico blocco di cemento, che appare e scompare tra un condominio e l'altro, si presterebbe bene a fare da scenario ad un film fantasy, per quanto è eccessivo.

Cupo, solitario e intanto illuminato a festa dall'interno, frastagliato di spicchi di colore audace (il rosso dell'8, il giallo della multisala) ad esaltarne l'ambizione empatica.

Paul Auster utilizza come introduzione al suo immenso "Nel paese delle ultime cose" un significativo estratto dall'opera di Nathaniel Hawthorne: "Non molto tempo fa, passando attraverso il cancello dei sogni, ho visitato quella regione della Terra nella quale si trova la famosa Città della Distruzione". Torino, dunque, come rappresentazione ideale di un onirico Caronte che traghetta anime belle verso l'aberrazione umana, il disconoscimento della propria storia, l'ignoranza del passato. Un viatico perfetto, curiosamente, per la pace a fratellanza tra i popoli. Il Ling8, così ammiccante verso una cultura che puzza di opulenza e ostentazione, si erge sintomatico dove prima c'era solo il rumore delle presse e la capacità delle mani operaie.

Qualcuno ha sbuffato, poi le luci al neon, le fiere, i miraggi e le gigantografie di cartone hanno avuto la stessa funzione di un'iniezione di pentotal. Resta l'accettazione entusiasta per il 'nuovo', a prescindere da tutto, per buona pace di inguaribili romantici che si vedrebbero ancora in fila davanti a quei cancelli in attesa di timbrare il cartellino. Sono movimenti più grandi di noi, più grandi dell'umanità stessa, mossi da qualcosa di impalpabile. Necessariamente superiore. Il mercato che si autoregola: il mercato come Dio. E con la stessa cecità si avviano a stringersi sotto la stessa bandiera europea italiani e tedeschi, inglesi e francesi. Si mescolano la cultura dello spaghetto e quella del Mc Donald's, Truffaut e Spielberg, Steinbeck e Valeria Marini.

È un'orgia meccanica, fredda e noi ci siamo dentro. Potevamo unirci in virtù delle nostre differenze, imparando la tolleranza l'uno dall'altro. Finiremo per stare uno accanto all'altro sforzandoci di ignorarci. Poi si svolta davanti alle Molinette. Il Danish Pub, il negozio di parrucche e Monique. Il numero civico 8. I piedi sull'asfalto bollente, uno sguardo verso l'unica bandiera della Pace ancora appesa a quel palazzo. È tutto come quando siamo partiti... anzi, un po' peggio.

 
 

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