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Il Venerdi di via Tiziano
Scritto da Chinasky   

Quella che due settimane fa definimmo "Torre di Babele keynesiana" (il Ling8) talvolta giustifica la sua esistenza ospitando Eventi di assoluto valore.

Ieri sera, per esempio, si apriva la rassegna Settembre Musica e all'Auditorium Giovanni Agnelli la Israel Philarmonic Orchestra, diretta da Zubin Mehta, eseguiva la Settima Sinfonia di Gustav Mahler.  Partiamo dalla composizione.

La prima esecuzione è del settembre 1908. A quanto pare non fu proprio ben accolta né dal pubblico, né dagli orchestrali. Sembrava comunque esserci una consapevolezza da parte dell'autore che l'intenso significato dell'opera si sarebbe disvelato solo in tempi successivi e, magari, con ancor più cristallina lucentezza che col favore dell'immediatezza. In effetti la Settima cova in seno la serpe di un caos ordinato secondo canoni non propri della Musica Classica ad oggi intesa. Malher è famoso per la sua grande capacità di miscelare sapientemente generi poco affini come le marce militari, l'espressione sinfonica, la tradizione folkloristica e popolare, fino al tappeto sonoro dei pascoli montani.

Il tutto con una fortissima impronta stilistica, dettata dalla storia del genere al quale appartiene. Innanzitutto professore emerito in tecnica musicale Mahler fa proprio il materiale precedente per rimodellarlo a sua immagine e somiglianza, come a prendere il meglio dai suoi migliori 'colleghi', miscelarlo con la propria sensibilità eclettica e rigettarlo in una rinnovata forma-Sinfonia. Maestoso senza essere pomposamente wagneriano, preciso senza essere bacchettonamente schubertiano, leggero senza essere frivolamente mozartiano, meraviglioso senza essere stucchevolmente beethoveniano. Un capolavoro di modernità che trova nella Settima una delle sue espressioni più nitide. Il percorso tracciato dai 5 movimenti porta l'ascoltatore attraverso ambientazioni ora cupe, ora più solari, senza mai creare quel dislivello anomico al quale ci hanno abituati altri compositori. Non c'è pericolo di perdere la bussola, e non tanto grazie all'enfatizzazione delle introduzioni, quanto per la capacità di seguire secondo 'logica' i moti del sentimento umano.

Mi rendo conto che questo discorso è dettato da personalismi eccessivi, che potrebbero non trovare riscontro in altri individui, ma mi piace pensare che dietro alla produzione mahleriana ci sia anche, e innanzitutto, una precisa conoscenza del sé, al punto di farne la chiave interpretativa della propria Arte. Il programma di sala riporta un ipotetico sottotitolo, mutuato da una lettera inviata al Nostro da Arnold Schonberg nel 1909, che recita "l'attrazione che muove i pianeti". Descrizione perfetta, a mio modesto parere, del meraviglioso equilibrio della Sinfonia, giocata su una forza capace di rendere fermo/stabile/sicuro e, al contempo, libero/leggero/traballante. Come i magneti, insomma, e la loro attrazione.

L'esecuzione non pecca in nulla.

Mehta è di una perfezione quasi esasperata. L'Orchestra il prolungamento naturale delle sue leve. Un abile fantino per un destriero instancabile e potente. Zubin fa correre i suonatori tra le impronte digitali della sua mano, senza che ci sia nemmeno un accenno di sbavatura. Entusiasmante. E il pubblico onora indiano e israeliani di un applauso infinito e convinto. Nessun bis, com'è normale se il programma prevede un'inarrivabile composizione come la Settima Sinfonia in si Minore di Gustav Mahler.

 
 

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