Home Il Venerdi di via Tiziano [Mister C. e i ComMunisti]
[Mister C. e i ComMunisti]
Il Venerdi di via Tiziano
Scritto da Chinasky   

Settimana scorsa il mio computer ha ben pensato di dare forti segnali di squilibrio. Ha strabuzzato gli occhi e ha chiesto (tramite alert) un’immediata lavanda gastrica. Portato d’urgenza al più vicino pronto soccorso, è stato rimesso in piedi nel giro di poco. Ma non abbastanza velocemente per presentarmi puntuale in questo spazio. Un vero peccato, per voi, ma soprattutto per me che, proprio in quei giorni, stavo cogitando circa la possibilità di fare marcia indietro su alcuni concetti esposti nelle puntate precedenti. La storia è andata più o meno così: il sabato immediatamente successivo all’uscita dell’ultimo “Venerdì di via Tiziano” si presenta a me un vecchio e caro amico, compagno di qualche barricata e di molte bevute. Brandente la pericolosa picca del giudizio egli si rivolge a me in modo prima sibillino (“alcune cose non mi sono piaciute”) poi più fiero (“quell’articolo era pieno di errori”) e infine violento (“non mi è piaciuto per niente”). Ben sapendo a cosa si riferisse ho promesso una rettifica (la prima di questa rubrica, un’emozione!) quanto prima. Il “quanto prima” s’è trasformato in “tanto poi” per le ragioni qui sopra esplicate, ma non abbiatemene, né voi, né mister C.

La scorsa volta così ho parlato: “[…] sproloqui avvinazzati dei combattenti da circolo comunista di periferia”. Vorrei precisare che in questa frase non c’era da parte mia nessuna intenzione di fare riferimenti specifici a questa o quell’altra esperienza politica. Possiamo prenderla, infine, come una pura e semplice concessione alla poesia. Lungi da me l’idea di ridurre l’attività dei partiti all’ottundamento dei sensi tramite assunzione di distillati e fermentati vari. Esiste ancora, e per fortuna, una sacca di resistenza non passiva al ‘modus politicandi’ imperante, che diversifica la propria funzione rispetto a quella di operare da carrozzone sul quale montare per arrivare nel più breve tempo possibile a Roma, tralasciando il compito (forse anche più importante) di produrre a livello locale e nazionale politica economica e proposte in tal senso, semmai organizzare anche qualche festa, qualche dibattito e qualche manifestazione. Personalmente ritengo l’impegno civile una componente importantissima della democrazia ed è altresì corretto turarsi il naso di fronte a certe situazioni pur di partecipare. Ognuno, però, ha i propri equilibri e può, di conseguenza, fare un ragionamento preciso sul come e sul perché occupare il proprio tempo libero. Talvolta accade di rendersi conto di ‘lavorare’ per qualcosa in cui credono solo gli altri, o meglio, per qualcosa che ‘serve’ solo agli altri. Esistono le alternative, fortunatamente. Sfruttarle si rende necessario allorquando si vede la propria produzione convogliata unicamente in direzioni non gradite. Vengono, è vero, a mancare componenti importanti quali il senso di appartenenza o la coscienza comune. Ma questi sono valori già ampiamente demoliti in partenza da chi ne doveva fare un punto di forza. L’idea, infine, di partecipare a qualcosa di davvero importante, che coinvolge addirittura l’intera nazione, è annacquata dalle troppe vessazioni cui l’iscritto è sottoposto, tanto più se il proprio partito di riferimento sembra giocare una partita puramente ideologica, volta più alla conferma della propria esistenza che al contribuire ad una causa comune. A questo aggiungasi una velata idiosincrasia per ciò che la società intende per democrazia. Una roba brutta che troverà spazio in qualche numero più avanti.

La giusta punizione, in quel lontano sabato settembrino, arrivò puntuale restando bloccato in un ascensore dopo una cena a base di porcate simil-nipponiche. Ma, nell’occasione, criticato e critico si sono trovati uniti nella medesima sfortuna. Un segnale?

 
 

Cerca