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[Una storia: Roberto Farinacci - II]
Il Venerdi di via Tiziano
Scritto da Chinasky   

Arguto come una faina Roberto Farinacci trova l’occasione del riscatto qualche anno più tardi, in occasione del famigerato delitto Matteotti. È lui a difendere in prima persona il Duce, propone leggi speciali che consentano l’arresto di tutti gli anti-fascisti ritiratisi sull’Aventino e promette totale fedeltà dell’ala oltranzista al Capo. È del 3 gennaio 1925 il famoso discorso in cui Mussolini accoglie le istanze farinacciane e annuncia l’emanazione di provvedimenti liberticidi. In buona sostanza vara la dittatura propriamente detta sotto la minaccia dell’ex capo stazione di Cremona. Superare l’affare Matteotti non fu facile per il sistema e il contributo decisivo dato da Farinacci gli fece meritare il posto da Segretario Nazionale del Partito dietro la promessa di essere meno inquieto. Una promessa prontamente disattesa. Il Vaticano non lo sopporta e le trattative per il Concordato subiscono lungaggini enormi. Un colpo decisivo alla fiducia il Farinacci lo dà quando, con la scusa di portare in dono al Duce un toro, un cavallo, due mucche e una cassa di violini di fabbricazione cremonese, imbarca per Roma 20.000 rurali lombardi con l’intento di dimostrare di quanta considerazione goda ancora tra le masse.

Quel gesto è una sorta di auto-candidatura al ruolo di Anti-Duce. Sono questi modi un po’ pazzoidi che piacciono molto alla gente, ma indispongono parecchio l’aristocrazia governativa convintasi che un ruolo elevato come quello di Segretario Nazionale avrebbe potuto tarpare le ali al Nostro e alla sua congrega di facinorosi. La goccia che fa traboccare il vaso arriva con i sanguinosi fatti dell’ottobre ’25, avvenuti con il benestare di Farinacci, il quale, poco dopo, non mancò di tessere le lodi degli squadristi lì impegnati sul proprio giornale “Regime Fascista” (la trasformazione su rete nazionale di “Cremona nuova”).

 

Mussolini non può perdere l’appoggio moderato e approfitta del processo Matteotti e delle nuove uscite populiste e arroganti per costringerlo alle dimissioni. Ovviamente scoppia una polemica infuocata con un battibecco a distanza ospitato dai rispettivi fogli. Nel settembre ’26l’Onorevole Nitroglicerina, davanti ad una folla entusiasta a Bari, completamente di sua iniziativa, annuncia la ‘terza ondata’ della rivoluzione fascista: “pacifica, se non saremo disturbati”. Sarà costretto a rimangiarsi tutto e a smentire le sue affermazioni pubblicamente. Non abbandonerà, comunque, a scena politica.

Il suo rapporto con il Duce era e resta sempre teso, salvo poi sfociare in eccessi di cavalleria reciproca giustificabili solo se letti come compravendita di favori particolari. Nel 1926, in occasione del tentativo di assassinio di Anteo Zamboni è proprio Mussolini a scagionare Farinacci, assurto al ruolo di sospettato mandante insieme a tutta l’ala oltranzista.
La riappacificazione vera e propria arriva però con lo storico incontro del 21 novembre 1932, auspicato tempo prima dal ras di Cremona non senza qualche minaccia di fondo. I tempi sono maturi perché il fascismo dia il via alla politica espansionistica e a Farinacci viene dato un incarico all’interno del comitato organizzativo della guerra d’Etiopia. Partirà anch’egli per l’Africa riuscendo però a rendersi operativo per poche settimane appena. È infatti presto costretto al rientro in patria: perde la mano destra pescando di frodo con le bombe a mano in un laghetto abissino. “Volevo pesce fresco per la mensa ufficiale” fu la sua prima giustificazione, facendo poi successivamente passare la grave menomazione come ‘ferita di guerra’ che gli fruttò una decorazione durante le celebrazioni della virtù guerriera italica (oltre ad una lauta pensione vitalizia, devoluta interamente in beneficenza).

 
 

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