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[Una storia: Roberto Farinacci - IV]
Il Venerdi di via Tiziano
Scritto da Chinasky   

Allo sbarco alleato in Sicilia Farinacci risponde proponendo al Duce di rimettere il comando delle Forze Armate nelle mani del Re, perché possa trattare una pace separata. Più nessuno crede che i tedeschi possano vincere la guerra, ma è una questione che si preferirebbe tacere. Lui invece lancia critiche forti, pubblicamente, il 16 luglio quando i gerarchi sono chiamati a parlare alle Piazze d’Italia per la tranquillizzare la popolazione.
Il 19 Roma viene bombardata durante il patetico incontro di Feltre tra Mussolini e Hitler. Al Gran Consiglio che ne segue Farinacci porta avanti le sue idee con la solita veemenza, cercando di far approvare il suo ordine del giorno mettendosi in lizza con quello di Grandi.
Il suo tentativo fallisce, i tedeschi se ne risentono (speravano in una delega totale nella conduzione della guerra in corso).

Il 25 luglio Mussolini viene arrestato. Farinacci fugge a Monaco e riesce ad irretire il Furher in persona con le sue aspre critiche al sistema italiano. Desidera diventare il nuovo Duce, ma ha ormai perso ogni credibilità, nonostante i proclami di strenua resistenza all’Alleato invasore lanciati dalla radio teutonica.

Il 12 settembre Mussolini viene liberato e prende corpo il progetto RSI. Farinacci torna nella ‘sua’ Cremona, a fare il ras e a condurre il giornale “Regime Fascista” lanciando polemiche contro i socialisti e facendo da megafono alle minacce naziste. Si reca spesso a Gargnano, per incontrare l’ex Duce, assillandolo con le sue manie di persecuzione – teme complotti provenienti da ovunque, denuncia la propria emarginazione.

Quel che rimane dell'uomo affiora dalle parole del suo ex nemico Guido Miglioli, che Farinacci ha avuto la soddisfazione di far catturare ma nei confronti del quale si comporta generosamente: "Egli e' in piedi, nel vano di una finestra piena di sole, con l'occhio vagante sulla piazza deserta. Noi siamo soli ed egli tace. -Non siamo ancora alla fine!- urla -Ho quattromila camice nere e mille tedeschi disposti a tutto; in due ore possiamo spianare la città!- Parla di ingratitudine del popolo, della vigliaccheria dei sedicenti amici. E poi ricorda una sequela di nomi e di fatti contro i quali si scaglia con disprezzo feroce. Una storia ventennale rigurgita dal suo pensiero e dal suo animo. …L'ora di una fine oscura lo sovrasta, ma reagisce… e pur tra i dubbi incalzanti dell'agonia, si erge e grida -Verrà, verrà l'ora per tutti!- Possiede una confusione spirituale fra malvagità e indifferenza. Una maschera di superiorità e di ostentazione, su un cumulo di miserie".

Il 27 aprile lascia Cremona e si dirige con verso la Valtellina con la sua intera colonna di fascisti. Per gentilezza, lungo la strada, decide di accompagnare da solo a casa la segretaria dei fasci femminili. Percorre la strada per Oreno senza scorta.
Giunto a Beverate la sua auto viene crivellata da colpi di mitraglia. Dietro quell’arma c’è Angelo Gerosa. Farinacci esce illeso (protetto dalle valige), ma viene catturato e tradotto a Vimercate, dove, il giorno seguente, si sarebbe tenuto il processo nei suoi confronti.
Il breve procedimento si svolge in un’aula chiassosa, l’aere è punteggiata da grida di famelica vendetta e revolverate. La giuria, composta da parenti di partigiani uccisi, propende per la condanna a morte.
Il gerarca si difende, afferma di non aver mai assassinato nessuno, di non aver ricevuto incarichi ufficiali da un bel po’. Ammette i suoi errori, ma chiede anche il riconoscimento di alcuni meriti. Dichiara di non riconoscere quel tribunale e di voler essere giudicato a Cremona.
Le sue ragioni vanno a segno, ma il pianto dirotto di una madre il cui figlio partigiano era morto da poco durante un agguato, fa tornare la bilancia dalla parte della fucilazione: e così si decide.

Il 18 aprile 1945 Roberto Farinacci è faccia al muro e spalle al plotone in attesa della scarica definitiva. Alza un braccio, chiede l’intervento di un prete (Don Attilio Bassi) al quale consegna un biglietto d’addio per la figlia e i pochi soldi rimastigli in tasca da devolvere ai poveri cremonesi.
Ritorna al suo posto.
I partigiani sparano prima in alto, come di meschina consuetudine, perché lui si era girato verso gli esecutori, per offrire loro il petto.
Le scarse, ma significative, fotografie che descrivono quegli istanti, ci riportano di un pomeriggio piovoso. La gente ammassata attorno alla piazzola aspetta impaziente che la giustizia faccia il suo corso.
Farinacci chiede ed ottiene di essere ammazzato con la faccia rivolta verso i suoi esecutori.

 
 

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