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[Quotidiani difettosi]
Il Venerdi di via Tiziano
Scritto da Chinasky   

So che molti di voi saranno molto contenti di questo ritorno al Venerdì di Via Tiziano in formato standard, e proprio a loro è dedicato questo numero.

Tutto cominciò in una domenica ricolma d’affetti.
La situazione non lo richiedeva, nulla lasciava intendere che il futuro si sarebbe potuto compromettere in modo irrimediabile. Eppure, talvolta, il senno corre più veloce della realtà e la telefonata con il Nero funzionò da calamita per i misfatti seguenti. Chiesi all’amico di custodire copia delle mie chiavi di casa, nel caso in cui… remota possibilità... hai visto mai che… E infatti, appena 5 giorni dopo, mi ritrovai chiuso fuori. Sotto una pioggerellina monella. Con 4 sporte per mano e la confezione da 6 di frizzantissima Lurisia in bilico sulla testa. Da dietro la porta a vetri sospiravo languido. Guardavo le scale di marmo dell’androne, normalmente banale porto d’approdo, oggi trasformate in obiettivo chimera. “Così vicini eppure così lontani”, pensavo. Con un astuto stratagemma (mi finsi postino con l’inquilina del primo piano) riuscii a guadagnare almeno il pianerottolo e lì posare la spesa. Tornai alla luce sfocata dell’esterno giorno.

Stanco e perduto ragionavo sul da farsi: primo recuperare sigarette, secondo telefonare al Gran Direttorio Valligiano (unico possessore dell’agognata copia), terzo non scoraggiarsi mai. Organizzai una risalita verso l’Alpe tramite treno. Raggiunta la stazione di Porta Nuova e presa visione di orari poco confacenti alle mie necessità, individuai nella sala d’aspetto l’ideale rifugio temporaneo. Attorniato da figuri d’ogni razza e religione tuffavo la testa nel quotidiano, risalendo in superficie di quando in quando, solo per prendere aria. E proprio in una di quelle taumaturgiche respirazioni di realtà (in contrapposizione alle tante, troppe, fandonie da carta stampata) colsi un dialogo tra due individui, accatastati attorno al termosifone. “Abbiamo litigato” – faceva il primo, in tenuta tutto sommato onorevole. “Quello è una te-----bruuuuuusio---zzo” – rispondeva il secondo, più aderente al cliché di clochard. “Ti giuro, appena adesso perché -----bbbbbbbbrrrrrrrrrrusssssssssssssiiiiiioooooooo----“
In quella conversazione maculata avevo letto la crudezza della vita di strada , l’impossibilità dell’affermazione umana e un’altra serie di congetture indottemi dall’eccessiva esposizione a programmi tivvù sul tema. Provai a rifarmi una verginità e un interessante articolo sull’interruzione del programma di Michelle Hunziker me ne diede la possibilità.

 

Infine, senza entrare nei particolari, ci furono treni, spostamenti sghembi. Ritorni baci, abbracci e tutto quanto fa avventura. Con un intermezzo interessante: la parentesi al bar. In realtà di fame proprio non avevo, consumato com’ero nel pensare alla mia vescica che si gonfiava inesorabilmente, l’idea mi mangiare era lontana anni luce. Mi avvicinai al bancone presentando richiesta precisa: un caffè e un cesso! Il primo mi fu servito subito, il secondo avrebbe richiesto un certo impegno anche da parte mia. Lungo la strada che mi divideva dal sacro trono evacuatorio intravidi, seduto ad un tavolino, un signore brandente un panino di dimensioni gigantesche. Sorrideva tantissimo. Quando tornai (più bello e più magro che pria) l’umanoide di cui sopra aveva terminato il proprio pasto e stava accingendosi al pagamento. “Cos’ha preso?” – faceva l’uomo-cassa. “Un’acqua, un latte e un piccolo [gesto] panino” – la risposta. “Aaaaahn, un piccolo [gesto] panino? Quuuuaaaaaanto te lo faccio pagare un piccolo [gesto] panino??”. “Chiediamo a Gigio!”. “Gigioooooooooo, ma quaaaaaaaanto paga il signore il suo piccolo [gesto] panino?”. Con la testa incastrata dentro alla lavastoviglie Gigio non aveva seguito per bene la scena e rispose piuttosto seccato “Un piccolo panino? 2 euro!” “Ma noooooo! Questo non era un piccolo panino, era un piccolo [gesto] panino!!!”. “Aaaaaaaah – Gigio ritrovò immediatamente l’entusiasmo dei suoi primi anni da barman – il piccolo [gesto] panino costa almeno 4 euro!” Così sia… L’uomo sorridente pagò. Uscì chiamando tutti per nome e proclamando: “Avevo fame e mi sono mangiato un piccolo [gesto] panino”. Inchino. Tutti noi avventori lo guardammo di spalle che partiva: il nostro eroe. Sipario, applausi. Venne il mio turno: “Cosa paga?”, “Un caffè”, “83 centesimi”, “Ecco”, “Grazie”, “Arrivederci”, “Tzè…”. Varcando la porta del bar potevo sentire gli sguardi appiccicosi di Gigio e della sua accolita. Ragionavano all’unisono: “Questo non diventerà mai un maestro di cerimonia come si deve, che pena mi fa”. Ero sconsolato, perdente, calpestato e odiato.
Ma con in tasca le chiavi e tanto mi sarebbe bastato.

Casa mia. Dove tutto è ordine e beltà. Lusso, calma e voluttà.

 
 

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