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Il Venerdi di via Tiziano
Scritto da Chinasky   

Fino all’età di tredici-quattordici anni ho fatto il chierichetto. Tra i ricordi più belli che conservo (oltre ai mini ciccioli in sacrestia) rimane quello delle domeniche ‘a sorpresa’. La Chiesa non è il Teatro Stabile e quindi non ha un cartellone, né un programma reso pubblico. Capitava che, talvolta, arrivassi alla vestizione e dalla suora preposta apprendevo con entusiasmo che “conviene fare i bravi oggi. C’è un matrimonio!” o “le prime comunioni”. O chissà quale altro rito, che, qualunque esso fosse, faceva guadagnare qualche credito in più per la premiazione di fine anno. Vita di sacrestia. Scuola di vita. Scuola di sacrestia. Ho così imparato ad andare ai concerti senza conoscere nulla dei musici di turno.

Sono in 4 a predicare. Una, la “Lei”, è la First Lady di una certa Torino. Quella Torino fredda e indulgente con i propri figli più belli. Avara di carezze, decisa a fortificare la propria prole col metodo del bastone e della carota. L’avanguardia è coordinata a lei e procede in litania discendente, di vortice verticale. Fino a che uno spunto, una pausa, un contrappunto, non la irrigidiscono immobile ad osservare la propria mentore, dunque il proprio destino. Rigida regola che come marea coinvolge le linee più arretrate arrivando laddove ben altre profondità s’intendeva esplorare. E come in un gioco di specchi, qualcuno guarda in alto, si rimira riflettendo automatico il di lassù segnale e inconsciamente la moltitudine, di studiata benevolenza vestita, ne adatta lo scandire di organaglia interna ed esterna varia. E poi quell’inciampo. Non un inciampo grande, per carità di Dio. Un semplice passo più corto. Un fiocco di neve, diciamo. Che parte dall’alto, ma quando arriva a valle è una valanga. Una valanga muta. Le reclute perdono il ritmo della marcia, i sergenti non se ne accorgono. Ma rimediano. Molto in fretta, inconsapevoli. Ed è bello. Ed è bello soprattutto occhieggiare attorno, scoprire di non essere “pesci di marmo che nuotano immobili in mari di marmo”. Uscire da se stessi, vedersi legati senza corde. Con le mani libere, finalmente, di cercarsi. Seguendo la cognizione disperata di chi anela salvezza pur conservando del pericolo solo un offuscato ricordo. Le riservo il sorriso migliore, che di estetico non ha nessun valore. Ma si plasma attorno alla sincerità più profonda. Disarmante da quanto è innocua. Insomma: migliore. Luci come taglienti lamiere limitano con lancinanti saette l’universo ottico attorno. Le forme di variopinto bianco statico si sostituiscono e si sovrappongono al mondo reale che diventa sfondo, ipotetico, di una pellicola artefatta in via di ustione. Altrove di qua, il pungente boato di un faro grande così s’insinua sensuale nella massa scomposta delle fibre oculari, clonando se stesso all’infinito ad ogni battito di ciglia, vero o presunto che sia. Il profumo (non troppo dolce, no!) di vaniglia e qualcos’altro mi lavora ai fianchi e in petto. Mi ricorda la mia essenza, di solo vapore: di sole e di vapore. Mentre dalla bocca nuvole grigie si levano deformi, in forma di aquila, di gabbiano, di niente. Volano molto alte, troppo alte. Fino a scomparire: come un pensiero su qualcosa che non c’è.

Infine. Raggomitolato sotto chili e chili di calore, poco prima del sonno, mi chiedo senza giri di parole: “Ne valeva la pena?”. Risposta: “Sì. Per il passato recente, il remoto ed il futuro”. Sì.

 
 

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