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[..SIGNORI, IN CARROZZA!..]
Il Venerdi di via Tiziano
Scritto da Chinasky   

Signori, in carrozza!

Il rumoroso gorgogliare incessante dietro alla porta della stanza dei bottoni trovò finalmente giustificazione allorquando venne comunicata al mondo l’idea di autoespellersi quanto prima ciascuno dalle proprie quotidianità.
In corrispondenza dell’annunciazione il brusìo, magicamente, scomparve. E con esso anche tutti gli almanaccamenti circa le sue ragioni d’esistere.
In quel momento ero intento a passeggiare solitario in direzione nord, nord-ovest. Me lo ricordo bene, perché stavo cercando di coordinare il pulsare dei miei pensieri a quello dei pugni rifugiati dentro le tasche del cappotto. Le ultime propaggini dell’inverno mitigavano l’inesorabile arrivo della primavera con l’annessa ostentazione di colori pastello, sorrisetti smorzati e bealere in petulante pregno scorrimento verso i campi del circondario metropolitano.
Le notizie, buone o cattive che fossero, servivano al resto del continente come punto d’appiglio per scatenare ire funeste reciproche, complementari. In posizione perpendicolare e parallela ad un destino sospinto da forze inerziali con tendenza centripeta.
Solo il giradischi di casa mia riusciva a salvarsi da certi fenomeni fisico-culturali. In ragione della sua aderenza ai dettami di Coriolis spandeva note di provenienza ora teutonica, ora albionica senza cognizione del proprio ruolo taumaturgico.

Il sottobosco pietrificato di una costruzione in decadenza anticipata funzionò da sfondo a tutta questa storia. Lungo quei muri ancora palpitanti di disordine fiorivano a intervalli regolari dubbi, protesi al futuro, obbligati dall’incoscienza e amalgamati con la speranza.
Non c’era, dunque, nulla di preciso. O perlomeno non c’era ancora. Nonostante l’affanno per i dettagli e l’amore per il freddo casellario finitivo.
L’irregolarità, adesso lo si può anche dire, albergava unicamente dentro di me. E forse non solo, ma non mi era dato di saperlo. E benché cercassi nell’architettura circostante un momento di quiete o un aiuto, nulla (ma-proprio-nulla) poteva salvarmi.
Magari Coriolis sì. Però stava altrove. Io invece lì. A passarmela così.
Volgendo lo sguardo lontano cercavo con spasmodica cura l’ombra, mia o di chiunque, nella quale fondermi estatico. Per dare occupazione alla fantasia, come già capitò in altre occasioni in dissolvenza con l’espressionismo francese del secolo diciannovesimo.
Ma i giochi di luce non trovavano adeguato contraltare. O forse era tutta colpa mia e di quell’ormai radicato senso di lontananza morbosa dalla realtà.
Il viaggio poteva già dirsi iniziato. Sebbene non con le canoniche modalità. Attraverso i perigli propri dello spostamento cieco, ineluttabile la storia personale di un individuo solo con la sua mestizia s’immergeva placida nel mare dell’incerto matematico.
Metafore perfettibili e lotta strenua contro l’inconscio.
Stavo ammattendo. Il modo migliore per trovare quanto prima la strada di casa e da lì quella della catarsi attraverso il moto di un corpo in un sistema di riferimento ruotante. Come un granello di polvere lasciato accidentalmente planare su un giradischi che, a mo’ di beffa finale, punteggia lo spazio di note ora teutoniche, ora albioniche.

 

Sorvolerò il mare nostrum e farò scalo sull’isola dei frombolieri. Per una settimana cercherò d’imparare l’arte dello scagliare oggetti con precisione. I nemici abbiano cura di armare le navi della propria flotta con spessi rivestimenti di cuoio.
Faremo la storia anche senza vincere. E io ve la racconterò, ma non la prossima settimana...

 
 

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