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Il Venerdi di via Tiziano
Scritto da Chinasky   

Ecce Picio (calcisticamente parlando)


Ma dove s’è nascosto chinasky? Eh? Dove?
È che ho letto un libro. Un libro meraviglioso.
Mi è piaciuto talmente tanto che, una volta sospirato sull’ultima pagina, ho subito iniziato a cercare di dimenticarmelo. Per poi poterlo ricominciare daccapo.
Il che non è un’operazione semplice.
Non esistono stucchi che facciano presa sull’anima e nemmeno cancellini speciali per la memoria.
Ci sono solo due possibilità: la lobotomia e l’Europeo di calcio.
Se la prima è da considerarsi poco desiderabile, a causa delle vistose cicatrici che lascia, è stata la seconda a corrermi incontro come già Rintintin con il suo infallibile padroncino Rusty.
Questo bel regalo del destino, fatto di colori sgargianti e ricorsi all’euclideismo applicato, mi si è insediato nel punto d’intersezione tra astrazione e percezione del vero, rendendomi incapace di elucubrare su qualsivoglia tematica.
Di fatto sono stato resettato.


Il sano squilibrio mentale che fa da radice e da humus per l’appassionato di sport in genere viene inquinato, almeno in ambito calcistico, dall’appartenenza nazionale. Una sorta di gramigna che impedisce ai ragionamenti di fluire in modo semplice, diretto, oggettivo.
Tra l’essere e il fatto si frappone sempre un qualcosa. Una particolare particella della dialettica il cui scopo è giustificare, cercare scuse e accampare pretese. Pratica, questa, umiliante e faticosa. Insomma, una tortura vera e propria.
In una lotta infinita contro la logica noi italiani ce la dobbiamo vedere, ogni volta che un azzurro calca un campo di giuoco, con il più terribile degli aguzzini: Giovanni Trapattoni.
Certo, dare la colpa ad un sol uomo per tutte le nefandezze tricolori a livello continentale è esagerato. Forse addirittura ingiusto. Ma dopotutto sono un tifoso e nell’esagerazione e nell’ingiustizia ci sguazzo felice come un maiale nel letame. 
Non è tanto la gestione tattica della squadra a lasciare sbigottiti (anche se …), quanto il ricorso esasperato a parafrasi e aneddoti astrusi per giustificare sconfitte continue sul campo e fuori.
Quello che ci si aspetta da un allenatore è che faccia il suo mestiere e che sappia mantenere la freddezza anche di fronte alla passione. L’amore per l’irrazionale e per l’illogico, come detto sopra, lasciamolo allo spettatore.
Insomma, sembra che Trapattoni non sia un vero e proprio cittì, bensì il primo tra i sostenitori. Con la fortuna sfacciata di potersi vedere le partite da una posizione privilegiata.
Ragion per cui il sottoscritto, insieme ad un’altra manciata di milioni di connazionali, non è più tifoso punto e basta, ma tifoso alla seconda. E se, normalmente, il mio compito sarebbe quello di straparlare su qualcosa di oggettivo, mi ritrovo a dover sparare scemenze su altre scempiaggini. Due negazioni, in teoria, si annullano. Ma non in questo caso. Durante le due settimane di permanenza dei Nostri in Portogallo non s’è mai parlato di calcio. Qualche volta sembrava che in realtà andassero in scena gli Europei di scherma, di sumo o di lancio della moglie.
E il colpevole di ciò è uno e uno solo: Giovanni Trapattoni.

Non tutto il male viene per nuocere. Il mio già avanzato stato di rincoglionimento è stato ulteriormente aggravato dallo splendore agonistico e tecnico del confronto tra inglesi e portoghesi, giusto ieri sera.
Con Manuel Rui che massaggiava la palla con lo sguardo rivolto al cielo.
Ne ho avuto abbastanza da dimenticare il libro iniziale, il titolo e persino di essermi promesso di rileggerlo.

 

 
 

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