[..3 anni..]
Il Venerdi di via Tiziano
Scritto da Chinasky   

3 anni

Venendo via le mani strette sul volante. Ma strette strettissime, che le nocche diventavano bianche.

Rabbia e musica impertinente. Strada deserta tra giganteschi monoliti d’acciaio e crudeltà architettonica. Occhiali smerigliati con riflessi giallini mostrano vite fioche di pareti marroni e iconografia sbiadita e volgare.

È una tristezza pesante quella che ammanta la tangenziale notturna. Senza malinconia, né speranza. Una specie di non vita, sprofondata nell’immobilismo di un pessimo attimo eterno.

Per fare metafore: un cerchio, gigantesco, che non si chiude mai. Le storie che s’intrecciano dentro e fuori l’abitacolo hanno tutte quella forma e quella incompletezza.

E succede anche lontano da qui, molto lontano. Fin dove lo sguardo non vede più e tocca immaginarlo o, anche meglio, farselo raccontare dai pellegrini che da laggiù arrivano.

Son passati tre anni da quando Genova fu presa d’assalto dal terrore. Io ero a casa a guardare il macabro spettacolo alla televisione. Ricordo che mi sentivo più pesante dal solito, non riuscivo ad alzarmi dalla sedia benché provassi forte il desiderio di sentire, almeno al telefono e almeno tutta per me, una voce amica che di cerchi e di non chiusure faceva proprio fido scudiero.

Dunque restai immobile, sperando non fosse vero. Avevo tantissima paura.

E non c’è proprio nient’altro da dire.

Tre anni, normalmente, sono un lasso di tempo sufficientemente grande perché le cose cambino. E in effetti così è successo. La voce di cui si parlava poco sopra ormai non la sento più da un pezzo e su Genova sono stati acquisiti materiali e testimonianze in quantità tale da poter essere sufficientemente sicuri sui nomi delle vittime, degli esecutori e dei mandanti (tre categorie che normalmente, nei dintorni di accadimenti di una certa gravità, tendono a confondersi l’uno con l’altro in modo preoccupante).

Ma non c’è nulla di cui essere felici. “Sapere” non vuol dire “essere certi” e, soprattutto, non significa che “tutti sanno”. Insomma, è la storia dei cerchi che non si chiudono che si perpetua.

Intanto s’è persa una vita umana e il dolore di una madre fa passare in secondo, terzo, ultimo piano qualsiasi elucubrazione possibile. Intanto si stanno ancora raccogliendo i cocci di un movimento attonito e giustamente terrorizzato. Intanto un altro brandello di fiducia e spinta propositiva è stato lacerato.

La vicenda processuale, razionalmente, danneggia più di una pallottola conficcata nel cervello di uno dei tanti lì a manifestare o le percosse e gli abusi di potere.

E mentre ancora mi rimbombano in testa le steccate dei fucili che sparano lacrimogeni e parole tipo “prescrizione”, “tortura” e “Bolzaneto” faccio tutta la tangenziale con il pensiero fisso che, no, non c’è proprio niente da dire, né da fare.

Sebbene il consiglio finale dei conferenzieri di ieri sera al Barrio, intervenuti nella serata “Genova 2001: a che punto siamo?”, sia stato: “Informatevi, informatevi il più possibile!”.

Un suggerimento che tramando volentieri a voi. Potete tranquillamente abusare di uno dei pochi diritti rimastici: leggere (ammesso che si trovino fonti adeguate). Anche se non è detto che serva a qualcosa. Visto che i cerchi, così come i quadrati, i triangoli e tutte le altre stupide figure geometriche di questo porco mondo sono destinate (pare) a non chiudersi mai.

 
 

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