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Il Venerdi di via Tiziano
Scritto da Chinasky   

La prima storia ricalca una vecchia barzelletta. C’è un camionista che sta alla guida da una ventina di ore consecutivamente. Non avendo mangiato da un po’, visto che deve fare una consegna importante, comincia a salirgli un languorino devastante, più assimilabile alla brutta cattiva. Decide così di fermarsi al primo autogrill che incontra. E così fa. Arriva correndo trafelato al bancone. La cameriera gli chiede cosa desideri e lui risponde: “La prima cosa che le passa per le mani, non ci vedo più dalla voglia di mettere qualcosa sotto i denti”. Detto, fatto… non passa un minuto che la cameriera è già di ritorno con un piatto ricolmo di minestra tiepida e marroncina e dall’aspetto appetitoso. Il camionista ci si fionda su come un invasato e comincia a scucchiaiare ai mille all’ora. Arrivato alla fine guarda il fondo del piatto e, con suo grande scorno, vede che vi è adagiato un pettine pieno di capelli unti. Lo stomaco gli gorgoglia, impazzisce e prolassa. Spegnendosi in una vomitata epocale, proprio sul piatto, fino a riempirlo nuovamente. Allora un signore seduto al suo fianco lo guarda e dice: “Ah, l’ha visto anche lei?”.

La seconda storia non richiede antiemetici per la lettura. Il protagonista è l’impiegato di una certa qualche azienda. Una sera, avendo ricevuto un’importante promozione sul lavoro, decide di premiarsi e di regalarsi dunque una bella cenetta nel miglior ristorante della città. E così fa. Arrivato lì si fa dare un tavolo, si siede e comincia a guardare il menù. La cosa che lo attizza di più è un consommé di patate e gamberetti. Lo ordina e attende voglioso. Quando il cameriere gliela porta ci si tuffa sopra con gusto e soddisfazione. E ad ogni cucchiaiata esclama tra sé e sé “Questa è decisamente la miglior minestra che abbia mai mangiato! Dio che buona…”. Arrivato a metà rinviene un capello nella minestra. Lo guarda un po’ schifato e resta indeciso sul da farsi. Pensa: “Se io mando indietro il piatto per farmene dare un altro poi mi accusano di essermi inventato l’inconveniente e non posso mica farmi figuracce proprio qua. Oppure rischio che mi facciano pagare due volte i 15 euro del consommé”. Alla fine si risolve per mangiare tutto, capello compreso, autoconvincendosi che “Ma sì dai, un peletto piccolissimo non può dare sapore. Poi qui sono tutti talmente puliti…”. Ma la seconda metà della minestra non se la gusta più come la prima. E anzi nella memoria gli resterà il disgusto per il capello trovato, più che il sapore di quella paradisiaca combinazione tra patate e gamberetti.

La terza storia non fa né ridere né schifo. Parla di un normale cittadino, forse un operaio. Ma non importa saperne l’occupazione. Essendo che una sera non si sente tanto bene decide di prepararsi una minestrina per cena. Fa il brodo con gli avanzi di verdura che trova nel frigo. Ci butta dentro della pastina. Aspetta qualche minuto e poi si siede a tavola per la mangiata. Ci scioglie dentro anche una o due sottilette per renderla più gustosa. Comincia a lavorare di cucchiaio, distratto dalla febbre e dallo stomaco disordinato. Quando l’ha finita sparecchia, lava tutto e si mette a letto. Il giorno dopo si sveglia e nota subito di stare molto meglio rispetto alla sera prima. Prende quello che deve prendere e, fischiettando, se ne va a lavorare lodando gli effetti taumaturgici della minestrina consumata a cena. Solo io (che sono il narratore) e voi (che siete i lettori) sappiamo che nella minestrina, in realtà, erano finiti in totale 4 capelli: 1 della verduriera che l’aveva perso sul gambo di sedano, 1 del normale cittadino che soffre d’alopecia, , 1 del gatto che era andato a grattarsi sulla pentola e 1 del mastro formaggiaio che si era grattato la testa mentre incartava le sottilette.

 
 

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