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[..TROPPO BELLA..]
Il Venerdi di via Tiziano
Scritto da Chinasky   

“La vita è troppo bella”, mi diceva così un vecchio molto rugoso che mi stava venendo incontro.
Tutto attorno c’era una nebbia fittissima. Di quelle che ti fanno sentire solo.
“Troppo bella – diceva – per dormire”. Poi allargò un braccio e assieme il braccio anche la mano. Indicando, volontario, una gigantesca fabbrica con le ciminiere che diventavano torri e le passerelle ponti levatoi. Un castello, sembrava. Ma un’acciaieria, era.
“Cosa fanno lì?”, chiesi al vecchio. “Acciaio temperato, magico...”, rispose il vecchio confondendosi nella nebbia o nel fumo della propria pipa caricata a semi di sesamo.
“Che meraviglia” e in un attimo ero davanti ad un battente della porta principale. Alta 80 metri, fatta di legno di abete e intarsiato finemente, con scene di caccia e rappresentazioni sacre.
Bussai 1, 2, 5, 10 volte. Con tutta la forza. “Fatemi entrare”, gridai.
“Fatemi entrare – gridai – che la vita è troppo bella”.
“Troppo bella, per stare fuori al freddo”.

Cigolando le cerniere rivelarono lentamente l’interno. Poco a poco di dischiudeva ai miei occhi un tripudio di alambicchi colorati e le bollicine che da essi fuoriuscivano. Ed esplodevano a ritmo in altre bollicine ancora, che a loro volta si coloravano di arcobaleni destinati al cielo in eterea levitazione.
“Devi fare attenzione”, mi avvertì un cane parlante. “Devi fare attenzione, guardati alle spalle”.
Mi voltai di scatto.
Un branco impazzito di antilopi meccaniche stava macinando verso di me e non sembrava avere nessuna intenzione di risparmiare qualsiasi creatura frapposta tra lì dov’erano ora e là dove dove dovranno essere dopo.
Mi scansai con un balzo di 7-8 metri. Il branco passò. La fabbrica non c’era e non c’era mai stata. Nemmeno la nebbia. Ma un bosco come puoi immaginarti il bosco di una favola. E allora “Sono nel bosco di una favola”, ammetto che lo pensai.
Avendone paura mi mossi circospetto fino ad una radura e lì mi accorsi, non senza stupore, di essere attorniato da una decina di femmine umane, vestite di scampoli di seta azzurra. Con lineamenti orientali, corpi perfetti e capelli neri.
“La vita è troppo bella”, mi ulularono in coro.
“Troppo bella per non essere cantata”.
Allungarono all’unisono le mani su di me dimostrando concupiscenza per le mie vezzose carni eburnee.
Quel che seguì fu quello che si può immaginare. Almeno finché il prevosto della mia chiesa non arrivò ad interrompere, tossendo forte nel microfono. Cominciò l’omelia.
“La vita è troppo bella”, così faceva.
“Troppo bella per chiedersi il perché”.
Cercai di stare dritto con la schiena, ma seduto su quei banchi ruvidi non mi è mai riuscito proprio bene. Il pavimento di marmo mi ruggiva gelo sulle caviglie. Mi sentivo incatenato al suolo.
La bara celebrata quel giorno, in mogano scuro, non rispondeva a nessuna delle domande che le beghine, di nero vestite, gli ponevano in litania perniciosa.
Intanto si sentivano da fuori i botti di capodanno e un bambino irruppe nella cattedrale scuotendo sopra la testa i guanti rossi macchiati di vecchie battaglie a palle di neve.
“La vita è troppo bella”, gridava.
“Troppo bella per passarla stando svegli”.

 

 
 

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