[..Dancing..]
Il Venerdi di via Tiziano
Scritto da Chinasky   

Col suo grosso grosso culone Berta abbozzava passi di danza in mezzo alla pista gremita. E ad ogni movimento era un cozzare molliccio contro qualcuno, o uno strofinare il piede sbagliato, o un inciampare goffo. Ad ogni movimento Berta aveva modo di pensare “Ecco, un’altra volta”. “Ecco è tutto sbagliato”. “Ecco, anche il mio compagno…”.
Il compagno di Berta, benché di aspetto e animo onesto era una frana. Un’autentica frana. Più frana di Berta e di tutti gli altri in pista in quel momento.
Tra un “Ecco” e l’altro la canzone non finiva mai. E con essa nemmeno la tortura annessa. Del suo grosso grosso culone flaccido che urtava così volgarmente l’autostima di Berta e del suo compagno, tal Rino, apprezzato ex carabiniere con l’hobby del bridge e della danza (o qualcosa che gli somiglia).

Meglio di loro un sensazionale duetto d’arte dinamica e plastica. Coi vestiti giusti e l’incedere giusto. Che pareva che quando si spostavano fluidi anche le luci nella sala li seguissero eccitate. E più il ritmo incalzava più quelle ginocchia si flettevano sincroniche e belle. Più la musica ondeggiava più i loro corpi ne diventavano un tutt’uno che potevi sentirne la partitura guardandoli.
Come tutte le coppie meravigliose, scese in terra a miracol mostrare, conquistavano metri di pista senza curarsi dell’altrui danzare. Un piede qua, l’altro là e poi a destara e ancora nell’intersezione tra umano e divino. Gli astanti facevano loro largo scomparendo educati tutt’attorno. Lasciandoli soli ad innamorarsi di se stessi.
La canzone non finiva mai. E con esse nemmeno la poesia annessa, i suoi colori luminosi e la viscida bava degli invidiosi dapprima sperata, poi negata e infine invocata con quella ricerca spasmodica del passo definitivo per grazia e bellezza.

Successe poi che le due coppie per uno strano gioco dell’entropia arrivarono a ballare nello stesso, ideale, recinto territoriale.
Berta e la frana in tutta la loro pesante umanità. I due perfettissimi in tutta la loro arrogante compostezza.
E se i secondi andarono in maniera così decisa verso i primi, fu solo perché convinti che avrebbero trovato strada libera. 
Ma se i primi non si spostarono fu solo perché il grosso grosso culone di Berta non rispose ai comandi precisi. Ella infatti proiettò mentalmente una felina strisciata laterale, tramutatasi, nei fatti, in un lento arrancare verso un punto tanto lontano e orrendamente irraggiungibile.
L’impatto fu netto. I perfettissimi spazzando simultaneamente le rispettive belle gambe incocciarono in quelle di Berta, ancora intensamente impegnate nei movimenti di 4 o 5 pensieri fa.
Il tonfo del grosso grosso culone di Berta sulla pista in legno spolverato di borotalco fece tintinnare persino i bicchieri accatastati nel bar. E tutti si voltarono vergognosamente verso di lei, brutta e cattiva, per terra.
Ma nessuno rise, sebbene la scena potesse suscitare grottesca ilarità, il mento punteggiato a rughette di Berta lasciava intendere un imminente pianto a dirotto. Tanto bastò a scombussolare gli animi. Compreso quello di Rino che, da buon ex carabiniere, tese il braccio irsuto e sicuro alla miserabile compagna.
I perfettissimi non chiesero nemmeno scusa: lui controllò la piega della giacca, lei il bordo della gonna.
Berta si rialzava faticosamente, sprofondando contemporaneamente nella mestizia. Urlandosi dentro mille “Ecco! Ecco! Ecco! Ecco!”.

 

 
 

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