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Laperquisa.it, periodico di libertà sartriana
La smisurata preghiera di un rivoluzionario
Cufiutte
Scritto da Pappalardo   
Venerdì 23 Febbraio 2007 14:37

Il poeta della Baggina. E’ ad un poeta che De Andrè ha dedicato questa canzone. E’ dai poeti che un poeta maggiormente si lascia attrarre, affascinare, ispirare. Un poeta della rivoluzione. Un poeta innamorato di un’ Utopia. Renato Curcio, un poeta che ha scritto ossimoriche poesie scientifiche, poesie materialistiche da cui la luce di lampadina sprigionata dalla sua anima. Luce, sì, ma luce industriale, luce atea e proletaria che nel chiuso di una fabbrica vuole disperatamente ricreare la luce del sole del buon dio, che lì dentro non dà i suoi i raggi. Solo un poeta, del resto, poteva tentennare, in quel clima di piombo, di fronte all’impiego della violenza. Solo un poeta poteva soffrire la contraddizione spaventosa che si apre tra l’ideale e la sua realizzazione, tra l’idea e l’azione, tra il fine e il mezzo.

Poeti, e rivoluzionari, perseguitati.

Curcio come Gesù. Gesù e la sua rivoluzione dell’amore, fraintesa, mistificata, violentata. Trasferita di forza in un mondo ultraterreno dall’ossessione di controllo di ebrei piccoli piccoli come Paolo di Tarso.

Una rivoluzione che De Andrè ha capito ed ha provato, frainteso a sua volta, a riportare nel suo ambito originario, quello naturale, quello terreno e corporale.

Reinventando la figura di Maria, recuperando di Gesù l’anima poetica e la dimensione umana, con un’operazione simile a quella di Oscar Wilde e addirittura di Nietszche.

Un’eresia umanistica, monofisita in senso materiale, che svela, come per Curcio, il contrasto eterno tra le anime sublimi, e quindi necessariamente rivoluzionarie, e il potere costituito, che a volte non capisce, ma che più spesso capisce e proprio per questo reprime.

E allora, la croce, e il carcere. L’amputazione della gamba, e l’incoronazione di spine.

Il centurione diventa Baffi di Sego.

Resta soltanto un pettirosso, testimone di una nobiltà spirituale; rosso, perché macchiato dal sangue delle spine, e combattente, nell’illusione folle di combattere per un nuovo ordine, per la giustizia, dimenticando l’assoluta relatività del concetto.

Rivoluzionari, e poeti, traditi e martirizzati.

La punizione esemplare, la vittoria dell’Impero, che sia romano o democristiano, poco importa.

Il Quarto Reich, e la sua scimmia che balla una grottesca polka, in quella che è forse l’immagine più oscura e surreale della canzone. Che sia, questa polka scimmiesca, la parodia di “ritmi sovietici” messa in atto dal falso socialismo occidentale, istituzionalizzato e borghesizzato? Che sia, quel culo visto da tutti, la meschinità del sistema mostrata come per sbaglio e volontariamente ignorata dai più?

Per fortuna non si può rispondere.

Il regime che incarcera adesso, come migliaia di anni fa crocifiggeva o bruciava, il regime e le sue troie, truccate di un bianco pesante e stucchevole, con labbra deformate da un rossetto rosso porpora, impreciso e sbaffato, e lacrime nere che piovono da un rimmel ritoccato troppe volte.

Bianco, Rosso, Nero, la suggestione cromatica evocata dall’idea di regime, come un volto di donna che voglia dissimulare la propria vecchiaia.

E’ proprio il trucco, ripassato ancora e ancora, a simboleggiare, con forza ermetica, il disfacimento del Potere, canonicamente ed universalmente concepito, e l’ipocrisia che tenta di riabilitare, di ricoprire, di ricostruire lasciando intatte le fondamenta. Il trucco ripassato dagli schiavi di turno, dalle categorie ai margini, oggi (nell’oggi di De Andrè) i polacchi, ieri i neri, domani i musulmani.

Ritoccare, ricostruire. Ricostruire i simboli, la magnificenza faraonica delirante di onnipotenza; la corsa alle grandi opere. E nulla si presta meglio della piramide di Cheope, emblema di un potere smisurato che si fonde col divino, unificando, sovrapponendo Trono e Altare, sacrificando, ancora simbolicamente, tutto il materiale a disposizione, organico ed inorganico: il masso, lo schiavo, il comunista.

Il comunista.

Dilaniato dalla lotta. Lotta che è innanzi tutto interiore, perché è il conflitto tra la Libertà, l’amore per la Libertà, e l’unico modo per difenderla, ormai, in questa sedicente civiltà: possedere un cannone nel cortile.

Quindi, paradossalmente, la violenza e la prevaricazione.

La contraddizione, terrificante, che riduce tragicamente il comunista, l’utopista, ad uno dei tanti massi funzionali alla ricostruzione della piramide. La rigenerazione, eterna, ciclica, del Potere.

E c’è solo un’opposizione che l’anima del poeta, e del rivoluzionario, può costruire: non rinnegare, mai, fino alla fine, la sua lotta.

Difendere, coerentemente, la propria eresia, l’utopia che c’è nel proprio sogno.

E’ per questo che Curcio resta in carcere. E’ per questo che Gesù resta sulla croce.

Mentre Giuda vive perché si è venduto.

Mentre chi si convertiva nel Novanta ne era dispensato nel Novantuno.

Ma dove c’è la negazione della poesia c’è sempre, necessariamente, meschinità.

La meschinità dei marinai che catturano e scherniscono l’Albatro in Baudelaire.

La meschinità del ministro dei temporali e delle sue parole altisonanti, turgide, un tripudio di tromboni.

La volgarità del suo auspicio di democrazia, che è l’auspicio di un minimo spazio vitale, di una reiterazione dello status quo.

Ha in mano una tovaglia, vuole mangiare, e tiene le mani sui coglioni, forse perché si appella alla buona sorte oppure perché teme una metaforica castrazione. Già avvenuta, tra l’altro. E’ già impotente al cospetto delle forze oscure di cui è fedele servitore. Il ministro è un esponente di quello Stato che s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità. Lo Stato di Don Raffaè.

Il ministro sta andando a cena e non vuole disturbato il suo aperitivo. Il ministro non vuole rovesciato il suo detersivo. O almeno spera che questo serva a lavare via il sangue dalle strade.

Meschinità.

Quella delle regine del tua culpa, che puntano il dito anziché battersi il petto.

Quella dei viandanti, troppo stanchi o troppo morti, dentro, per potersi fermare a guardare; comunque troppo veloci a ritirarsi nelle proprie tombe. Tombe ammobiliate, pulite, riscaldate. Tombe nelle quali entra una realtà sempre accuratamente filtrata, perché non destabilizzi, attraverso l’apparecchio televisivo.

E se per strada il gas esilarante, costringendoli a chiudere gli occhi e spalancare la bocca in una fragorosa risata, gli aveva impedito di vedere e di sentire i colpi di fucile di tutti i tempi, ora tocca alla tv distogliere l’attenzione.

Una mezz’ora dedicata ai cantanti/saltimbanchi, solo una mezz’ora, prima di mandarli a cagare, prima di ricordarsi della loro attitudine a battere il tamburo, a fare rumore, la loro attitudine al vaffanculo.

Attitudine scomoda.

Finchè tutto si placa quando sorge l’alba della domenica delle salme.

E’ una domenica di sole e non ci sono pensieri, non ci sono fucilate.

E’ un giorno di celebrazione, si rende omaggio al defunto ideale. Quello ai cui funerali possono andare tutti.

Quello ai cui funerali devono andare tutti.

La domenica delle salme è il giorno della stabilità.

La normalità.

L’Utopia è morta, e con lei i disordini sollevati per rincorrerla.

Flauti discreti si sostituiscono ai rumorosi tromboni.

Un pesante masso è stato fatto rotolare fino a chiudere per sempre l’accesso al sepolcro.

Una chiave è stata fatta girare nella serratura fino a chiudere la porta dell’assolata galera patria.

Ovunque, dominano il bianco, e la pace.

Una domenica come tante.

La Pace.

Una pace terrificante.

Arriverà un impostore, ad annunciare che Gesù è resuscitato.

Mentre c’è ancora un fremito a dare un ultimo, fugace palpito alla vita di Renato Curcio, poeta rivoluzionario: quando l’arpeggio, fino a quel momento serrato, si va allentando, sempre più piano, morendo tra le dita di Fabrizio, tutti possono sentire il cuore d’Italia, da Palermo ad Aosta, che si gonfia in un coro di vibrante protesta.

A quel punto, solo a quel punto, le parole prima dette piano, quasi sospirate, diventano un grido, impossibile da soffocare.

 
Trentanni (di Zenone, Bottazzi 20/03/2006)
Autori Laperquisiani
Scritto da Zenone   
Lunedì 20 Marzo 2006 16:37

Declino, decadenza e regresso

Oppure ascesa, sviluppo e rinascita?

Queste domande non servono a niente

Per trovare dentro un pensier cosciente.

 

Trentanni è conoscere e saper dire:

 

Orasion benedetta, c'a val più d'na messa

Una messa 'd sant Anna, SanPeder la ciama

San Giusep à rispont,

Broche al ciel, Raisi al font

Pomein d'altair augua dal mer,

Fontana dal paradis

Benedetta l'alma cla pol dir

trentesee volti la sira'd Nadel.

 

Dove si incontrano frasi passate

E si può solo immaginare

Qual'era il contesto esatto

Tra donzelle pietrificate

Tra allegre fanfare

E il letto già fatto.

 
Tagliate da forbici
Autori Laperquisiani
Scritto da cla   
Lunedì 26 Aprile 2004 18:27

Sembra foto, fatta di grigi

Sembra una storia scritta e passata

Ma non riesco ad immaginare

E l’apparenza non può essere certa

Le forme che cadono

Lontane da noi

Come tagliate da forbici

Leggi tutto...
 
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