Home Kinou no Uta Ai parlatori d'albe e sigarette
Ai parlatori d'albe e sigarette
Kinou no Uta
Scritto da cla   

Eccomi seduto davanti alla stazione di Nagoya, all’ombra di un ventaglio che di tanto in tanto sventolo. Ricomincia la settimana e la maggior parte dei giapponesi si affretta ad andare al lavoro; altri, invece, siedono come me a questi tavoli. È tutto quasi uguale all’anno scorso: ritrovo gli stessi suoni, i luoghi e le medesime strade che ancora ricordo. Sono cambiate le installazioni decorative poste all’entrata delle torri della futuristica stazione, anche se hanno sempre aspetti molto kitsch. L’estate scorsa un tunnel che bombardava musica opinabile e colori psichedelici, quest’anno una fontana con grossi delfini di plastica circondati da conchiglie giganti.

L’anno prima questi tavolini dal gusto vagamente liberty erano posti di fronte al Terrace Café, un piccolo chiosco pressato dalla tettoia dei due grattacieli, evoluzione della stazione sottostante. Ora i tavoli compaiono solo all’apertura del café e sono esclusivamente per chi consuma al bar. Mi siedo dunque ai tavoli più lontani, sotto il sole e senza riparo, dove ritrovo persone e volti che sembrano essere quelli che osservavo e disegnavo un anno prima.

È una strana sensazione quella che si prova tornando in un luogo che tante volte è stato ricordato e rievocato. È come vedere materializzarsi attorno quello che si è cercato di ricatturare, dopo che si era perso o nascosto nella memoria.

Sono partito da Torino il 5 agosto e sono arrivato a Nagoya il 6, alle 8 del mattino. Come per i miei due precedenti voli per il Giappone anche il terzo è con la Lufthansa, con cambio a Francoforte. L’aereo della compagnia tedesca mi è ormai familiare; l’odore, la struttura, i caratteristici colori grigio e giallo (talvolta anche il blu), i piccoli pallini grigi che movimentano lo sfondo bianco della copertura interna…tutto mi accoglie gradevolmente. Un po’ di emozione al decollo, con l’aeroplano che prima accelera a tutta velocità ma che poi, una volta staccatosi da terra, sembra proseguire lento e a stento verso le nuvole. Invece in pochi secondi mi trovo già sopra le nubi.

Tutto bene fino ai cieli siberiani: qui comincia una perturbazione con conseguente tremarella aerea che continuerà fino in Cina. Anche la Corea non scherza e fra un vuoto d’aria e l’altro finalmente dal finestrino vedo la prima costa giapponese, la posso riconoscere grazie al navigatore che sul televisore ci mostra costantemente la rotta, i gradi esterni, l’altitudine, la velocità e il tempo che manca all’arrivo. Il lungo viaggio ha così termine, con la grande felicità dei miei nervi, dopo film bruttissimi in lingua originale o giapponese, come “Terapia e pallottole 2” (dove De Niro tocca il fondo) grazie al quale capisco le grandi capacità dei nostri doppiatori. Il tutto condito da cibi precotti tedesco-giapponesi e sottofondo musicale, in radio, firmato Tiziano Ferro. In poche parole fanno di tutto per ricordarti che sei in “economy class”, che poi sarà “economy” per loro ma non certo per le mie tasche. Se non altro l’aereo era quasi vuoto, per cui ho potuto allungarmi nel sedile accanto invece di rimanerne incastonato.

Coi piedi a terra, alle otto in punto, respiro profondamente l’aria giapponese e l’entusiasmo mi assale. Ad aspettarci all’uscita dell’aereo c’è già un bus che ci porta verso la parte centrale dell’aeroporto. La prima cosa che faccio, una volta trovata una fatidica “smoking area”, è quella di accendermi una sigaretta, gesto più volte desiderato nelle lunghe e tediose dodici ore di volo, astinenza e nervosismo aereo. Arrivo alla dogana, divisa ovviamente in due parti, una per i giapponesi purosangue e una per tutti gli stranieri. La coda dei forestieri è sempre più lenta di quella degli indigeni, nonostante il numero nettamente superiore di giapponesi. Mi ritrovo davanti due sportelli; l’uomo a sinistra mi appare subito molto intransigente dato che controlla più volte un signore con passaporto spagnolo. Nelle mani di tutti i forestieri c’è un foglio, ritirato e compilato sull’aereo, che presenta le generalità della persona, il periodo di permanenza, il motivo del viaggio e, cosa più importante e più cara ai giapponesi, il luogo di residenza. Arrivato quasi al bivio spero di passare dal tizio dello sportello di destra, che sembra essere più condiscendente, e finire così prima il percorso burocratico. Tale speranza si traduce in realtà e passo facilmente dopo aver spiegato all’ispettore di avere un’amica giapponese che mi attende. L’uomo ride, mugugna un “girlfriend” divertito avendo letto il nome e l’indirizzo della mia compagna e mi fa cenno di andare timbrando forte il passaporto.

Non è però finita qui. Altre domande si prospettano prima dell’uscita: dopo un lungo corridoio arrivo al controllo dei bagagli. L’ispezione è compiuta da una donna che mi rivolge l’usuale quesito sul contenuto della valigia. Dico “vestiti, libri, cassette musicali…pasta e caffè”. Dopo gli ultimi due elementi preciso di essere italiano, mentre ella si lascia scappare una risata che quasi subito reprime tornando alla compostezza ufficiale che contraddistingue ogni buon giapponese in ambito lavorativo.

Finalmente “libero” mi reco subito ai telefoni dell’atrio. L’avviso del mio arrivo deve prima di tutti pervenire a mia madre, pena un’ansia senza paragoni che la lascerebbe insonne tutta la notte (sono ormai già le due e mezza del mattino in Italia). Come ogni volta combatto con i telefoni giapponesi provando e riprovando la combinazione giusta per la chiamata; non basta aggiungere il prefisso dell’Italia prima del numero. Provo con 0039…niente. Una gentile voce femminile mi fa capire che non sono vicino alla riuscita dell’impresa. Sarà 039? No. “Tutte le volte la stessa storia”, penso, cercando con gli occhi qualcuno in grado aiutarmi. Intanto avevo già comprato due tipi diversi di carte telefoniche (che rimarranno inutilizzate per il resto della mia permanenza) per due differenti tipi di telefono. Trovo una ragazza al banco informazioni che si presta a telefonare per il povero incapace italiano. Anche la gentil donna ha però difficoltà. Dopo mezzora d’orologio, con l’ausilio di una guida giapponese, ella scopre che bisogna digitare 010 prima del 39. Posso così tranquillizzare mia madre e chiamare Keiko.

Keiko è all’appartamentino (sempre lo stesso stabile delle altre volte) ma sta per tornare al lavoro. Prendo il bus-navetta dall’aeroporto per la stazione di Nagoya. In circa mezzora sono dietro la stazione, dopo che per dieci minuti il bus ci gira e rigira intorno senza arrivarci. Fatto singolare, data la mia mancanza di senso d’orientamento, ritrovo subito bene in mente le strade da prendere. Una volta posato il bagaglio nel deposito mi dirigo verso il luogo dove lavora Keiko, l’edificio della “Nippon Express”, una sfigata palazzina di tre piani lungo uno stradone (ci sono altri palazzi della stessa compagnia disseminati in altre parti lì vicino) tra alti asettici palazzi di vetro. Il lavoro svolto da quest’azienda è il trasporto, mondiale e nazionale, via cielo, terra e mare di tutte le cose che persone comuni o grandi società spediscono. Il piano terra (in Giappone non esiste il piano terra, si parte subito col primo piano) è composto esclusivamente da due grandi spazi-magazzino che rendono l’aspetto della costruzione affatto inadeguato alla grandezza della compagnia – nazionale e monopolizzatrice del settore –. Se non altro è subito chiaro il tipo di mansione svolta. Arrivo stremato e mi accoglie anche una grande afa che grava il peso dei miei passi.

Keiko mi consegna le chiavi dell’appartamento, l’abbonamento mensile della metropolitana e il telefonino giapponese che un’amica di Keiko mi ha gentilmente regalato, giacché obsoleto e vecchio per lei, ma ancora nuovo in Italia. Keiko, che ha solo pochi minuti prima di tornare al lavoro, indossa l’uniforme estiva della compagnia: camicetta bianca con gilet e gonna di un azzurrino chiaro a piccole righe. Il simbolo della capacità di trasporto via terra, cielo e mare della società è un pellicano. È disegnato in stile cartoon, con un becco capiente e fondo, ed è cucito sul petto accanto al taschino pieno di penne con anche la spilla del nome personale. Un papillon blu con due strisce gialle completa l’uniforme.

Sempre più stanco, mi dirigo nuovamente alla stazione. Ritiro il bagaglio, che mi pare sempre più pesante, e scendo le scale verso la metropolitana. La linea rossa Sakura-dori Line collega la Stazione al quartiere dove c’è il mio appartamento. In una fermata mi porta a Nakamura Kuyakusho, dove meccanicamente compio i medesimi passi che tante volte ho percorso verso l’uscita 4 della metropolitana. Tre ore dopo l’atterraggio finalmente posso riposare. Salgo al terzo piano con l’ascensore, porta numero 303. Gli appartamenti si presentano tutti uguali, cambiando solamente la disposizione del bagno o dell’angolo cottura, dandomi l’impressione di non aver mai cambiato alloggio. In una stanza si trovano tutte le comodità, anche di più: l’accesso alla camera è adibito ad accogliere le scarpe che, come tradizione vuole, non sono usate in casa e vengono riposte in un piccolo mobiletto. Dopo un piccolo scalino che divide la zona “scarpe” da quella “scalza o con pantofola” si trova il cucinino sulla destra, con un mini frigo, un fornello elettrico, il lavandino e mobiletti vari contenenti già qualche piatto, bicchieri e posate (e bacchette) varie. Ecco così la zona notte, ma anche giorno: la stanza vera e propria. Un letto, un tavolino con sedia, un televisore con videoregistratore sopra un mobiletto nero a vetri, un condizionatore posto in alto vicino al balcone, un armadietto per i vestiti e un altro più piccolo che contiene forno a microonde, tostapane e un ulteriore elettrodomestico per cucinare il riso. Il balcone è ampio, molto zozzo e diviso dalla stanza da una finestra a parete scorrevole e spessi vetri con due tende; una bianca, traforata e semitrasparente, l’altra spessa, a righe bianche e blu con fiori. Il bagno è vicino alla dispensa con elettrodomestici, ha una porta a vetri lavorati che si apre a fisarmonica, al suo interno tutto il necessario.

Poso la valigia vicino al cucinino, di fronte al valigione di Keiko contenente le sue cose portate dalla città natale Kuwana. Accendo condizionatore e televisione e mi stendo, finalmente, sul letto. Sono circa le undici di mattina e dopo un veloce zapping spengo la tv per sonnecchiare, essendo già per metà nel mondo dei sogni. Mi sveglio al suono del telefonino. Keiko ha finito il lavoro e mi chiede di andarla a prendere, ha con sé ancora una borsa piena di cibo e di utensili vari per la casa. Quando mi dice di avermi chiamato più volte e di avermi spedito anche una mail (in Giappone non esistono sms ma solo e-mail) capisco di aver dormito a lungo e profondamente; sono le sette di sera, ho “sonnecchiato” per otto ore.

 

 
 

Cerca